Sono passati cinquant’anni dalla notte in cui Pier Paolo Pasolini fu ucciso.
Cinquant’anni da quando una voce scomoda, irriducibile, è stata spenta nel fango di Ostia. Eppure, nulla di lui è davvero taciuto.
Per me Pasolini non è soltanto un autore: è un interrogativo ancora aperto, un dolore lucido che attraversa generazioni.
Nelle sue parole sento ardere una fede laica nell’uomo, nel popolo, nella verità che nessun potere può addomesticare.
Ha amato le contraddizioni, ha denunciato l’ipocrisia, ha difeso la libertà del pensiero quando significava restare soli.
Lo ricordo non come un martire, ma come un testimone: di un’Italia che cercava se stessa, di una coscienza che non smette di lottare.
La sua lezione è ancora qui, a ricordarmi che la poesia non consola, ma ferisce.
E che solo chi osa guardare la realtà senza veli può davvero cambiarla.
«Io so. Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato golpe (e che in realtà è una serie di golpe istituitisi a sistema di protezione del potere). Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare ciò che non si sa o che si tace.»
(Pier Paolo Pasolini, “Io so”, Corriere della Sera, 14 novembre 1974)
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