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26 novembre 2025

INTERVISTA A WANDA MARASCO : LA VOCE DELLA MEMORIA




Miei cari amici lettori,

l’ospite di questa nuova intervista è Wanda Marasco, una delle voci più intense e poetiche della narrativa italiana contemporanea. Poetessa, drammaturga e scrittrice dalla sensibilità profonda, Marasco nel 2025 ha conquistato la 63ª edizione del Premio Campiello con il romanzo Di spalle a questo mondo, un’opera capace di toccare le corde più intime della memoria e dell’identità.

Una scrittrice che trasforma emozioni e ricordi in letteratura viva.

D. COSA L’HA SPINTA A SCEGLIERE FERDINANDO PALASCIANO COME FIGURA CENTRALE DEL ROMANZO E QUALE ASPETTO DELLA SUA PERSONALITÀ L’HA MAGGIORMENTE AFFASCINATA?
 
R. L’idea di narrare la storia di Ferdinando Palasciano è nata mentre scrivevo Il genio dell’abbandono. Cominciai a studiare, a indagare. La torre che lui fece erigere sulla collina di Capodimonte appartiene alla mitopoietica dei miei luoghi pubblici, è il paesaggio che vedevo dai balconi di casa. È stato naturale, dunque, per le suggestioni ricevute dal luogo e dalle leggende che circolavano su Ferdinando e Olga, scegliere di scrivere la storia di chi l’aveva abitata. Inoltre Palasciano e Gemito (lo scultore pazzo protagonista de Il genio dell'abbandono) avevano in comune alcune ferite e soprattutto la follia causata da dolori e disillusioni. 
Palasciano fu uomo profondamente etico, ossessionato dall’ideale della cura da dedicare a tutte le creature viventi e dall’utopica convinzione che la scienza e la politica dovessero agire in sinergia per il bene dell’umanità. Come ho detto spesso Palasciano può essere paragonato a Gino Strada per il profondo senso etico, lo slancio filantropico e lo spirito battagliero.

D. NEL LIBRO LA FOLLIA DI PALASCIANO DIVENTA UNA LENTE ATTRAVERSO CUI LEGGERE LA SUA VICENDA UMANA. IN CHE MODO HA LAVORATO SUL RAPPORTO TRA LUCIDITÀ E PAZZIA ?

R. La follia in Ferdinando è un cammino che conduce alla sapienza. È la “cecità” che permette di vedere meglio le insensatezze della Storia e della condizione umana.
È la voce del fool a cui è concesso di dire la verità. É un metodo di svelamento. 

D. LA SUA SCRITTURA INTRECCIA SEMPRE REALTÀ STORICA E INVENZIONE LETTERARIA : COME HA BILANCIATO LA FEDELTÀ AI DOCUMENTI STORICI CON LE ESIGENZE NARRATIVE ?

R. Nei miei romanzi le ricerche hanno sempre due direzioni: una storica e l'altra psicologica. Ho narrato le vicende vissute da Ferdinando Palasciano e da Olga Vavilova andando a ristudiare gli eventi dell’epoca. Ho consultato riviste scientifiche, visitato luoghi e dialogato con esperti di storia della medicina. Il dettaglio doveva essere preciso, ma serviva soprattutto a scolpire l’ambientazione e il tempo in cui inserire la reinvenzione dei moti del cuore e della psiche dei due. Una biografia di anime. 

D. NAPOLI E IL CONTESTO DEL SUO TEMPO HANNO UN RUOLO DECISIVO NELLA VITA DI PALASCIANO . CHE TIPO DI CITTÀ E DI ATMOSFERA EMERGE IN DI SPALLE A QUESTO MONDO?

R. Napoli è un personaggio del romanzo. Emerge con la sua bellezza e le sue piaghe. È allo stesso tempo Luogo dei luoghi e non-luogo, rappresenta un inferno animato dall’idea del paradiso da distruggere. È un paese afflitto da chi lo divora per dominarne l’economia o per sopravvivere. Le sue contraddizioni possono generare la necessità di una forma di esilio e di canto che in fondo sono le dimensioni da cui Ferdinando e Olga esprimono il rifiuto del loro mondo, caratterizzato da iniquità e corruzione. 

D. LA FIGURA DEL MEDICO PALASCIANO È ANCHE UN SIMBOLO DI RESISTENZA ETICA . IN CHE MODO HA VOLUTO RACCONTARE IL CONFLITTO TRA IL DOVERE PROFESSIONALE E LE PRESSIONI DEL POTERE?

R. Palasciano è un uomo che si fa carico del dolore del mondo. Questo grande medico ha combattuto per l’ideale della “cura”, ha proclamato per primo il principio di neutralità su cui si basa la Croce Rossa Internazionale, rischiando la vita pur di affermare le proprie convinzioni. Ha lottato per l’educazione e la giustizia. E come ogni uomo profondamente etico viene perseguitato. In lui il conflitto tra il dovere professionale, sintesi di ogni suo ideale etico, e le pressioni del potere si esprime attraverso un atteggiamento “rivoluzionario”. Ferdinando sancisce il suo netto e coraggioso rifiuto di ogni forma di corruzione e di iniquità e lo fa in quanto medico e in quanto uomo politico con i suoi appassionati discorsi in Parlamento. “Voleva correggere la Storia”, si dice ad un certo punto nel romanzo. Percepisce su di sé il peso delle grandi conflagrazioni che determinano nel quotidiano ingiustizie sociali, solitudine e ferite contro cui conduce una lotta che lo porta al distacco dalla realtà. 

D. NELLA COSTRUZIONE DEL ROMANZO HA SCELTO UNO STILE FORTEMENTE EVOCATIVO E VISIONARIO. QUANTO LA SUA ESPERIENZA POETICA HA INFLUITO SULLA RESA NARRATIVA DI QUESTA VICENDA ?

R. Più che di esperienza parlerei di istintualità poetica. La narrazione, nelle mie pagine, nasce dall’unificazione di questa istintualità e della mia formazione teatrale. Il personaggio per me è “dramatis personae”, maschera da indossare per svelare qualche verità umana. Ho espresso scavo e immedesimazione servendomi dell’alternanza dei registri, in prevalenza attraverso l’uso di una prosa lirica che meglio si prestava a divenire canto, drammatica trasfigurazione e partitura della coscienza.
 
D. DOPO Di SPALLE A QUESTO MONDO, QUALI DIREZIONI IMMAGINA PER I SUOI FUTURI PROGETTI LETTERARI ?
 
R. Ho in cantiere un nuovo lavoro, ma non mi piace parlarne. Oltretutto sarebbe difficile raccontare qualcosa che potrebbe essere suscettibile di infinite variazioni. Posso soltanto anticiparvi che questa volta il racconto si svolgerà nel nostro presente.


Grazie a Wanda Marasco per aver risposto alle mie domande e per la sua disponibilità.

In libreria e sugli store online dal 17 settembre 2025 Neri Pozza


SINOSSI 

Se è vero che ogni esistenza viene al mondo per incarnare un dramma, quello di Ferdinando Palasciano e di sua moglie Olga Pavlova Vavilova è tra i più dolenti e irriducibili: è il dramma dell’imperfezione. Fin da bambino Ferdinando ha odiato la morte al punto da fare della salvezza la sua ossessione di medico. Ma una vocazione così grande, scontrandosi con le iniquità subite, non può che fallire e trovare casa nella follia. Olga, nella sua infanzia a Rostov, ha dovuto misurarsi proprio con l’alienazione materna, quintessenza di Storia e fragilità. Unico scampo da essa la fuga, frenata da una radice nascosta sotto la neve e dalla zoppia, che diventa destino e comunione con l’imperfetto. Ma si può vivere a un passo dall’ideale? Ferdinando, dal buio della sua ratio opacizzata, continuerà a salvare asini e pupi; mentre Olga, pur guarita dalla scienza e dall’amore di Ferdinando, tornerà a claudicare. Voi non credete che quando ci spezziamo è per sempre? La domanda che Olga rivolge al pittore Edoardo Dalbono è sintesi di una irreparabilità e di una caduta che restano perenni.



COSA NE PENSO

Un libro scritto con grande maestria, che racconta la vita di Ferdinando Palasciano, figura forse poco conosciuta ai più, ma che merita di essere riscoperta. Uomo e, soprattutto, medico, Palasciano pose la sua professione al di sopra di tutto, curando con la stessa scienza e coscienza sia i feriti borbonici che i rivoltosi, senza dimenticare i numerosi civili vittime della feroce e indiscriminata repressione. Non solo: durante il colera a Napoli si prodigò per assistere i poveri e gli ultimi.

La sua esistenza, tuttavia, fu segnata da terribili ingiustizie che lo costrinsero a vivere quasi nell’ombra di sé stesso. Non voglio rivelare troppo di questa vicenda, ma posso dire che mi ha toccata profondamente. Le fragilità umane emergono come uno schiaffo morale alla dignità dell’uomo, rendendolo vulnerabile. Di spalle a questo mondo: quando la medicina diventa coscienza.  

In questo percorso doloroso, però, l’amore si rivela come forza capace di tutto: si fa cura, carne, persino malattia, grazie alla presenza instancabile di sua moglie, Olga de Wavilow. La forza di Olga è qualcosa di unico: sin dalle prime pagine la sua figura mi ha colpito, pur nel dolore di figlia e poi di moglie, segnata dall’infanzia difficile e dalla nevrosi materna. Non si può parlare di Ferdinando Palasciano senza citare lei, Olga de Vavilov, moglie, sodale, compagna non solo nella vita privata, ma motivatrice, sostenitrice di molti dei suoi ideali.

A tratti il testo diventa denso, le parole si fermano e lascia spazio al cuore, che prende il sopravvento. 

«Penetriamo. Facciamolo ogni giorno quest'attacco alla verità. È un atto poetico. La poesia non imbroglia nessuno e nessuno può seppellirla. Il resto, buffonerie per essere accoppati. So che ha ragione. Si deve finire con un'illusione che resista a lungo. Adesso c'è il disgusto di questi giorni, ma mi inchino davanti alla pazzia di Ferdinando che vuole la verità.» 

In conclusione, un libro intenso, che consiglio davvero a tutti. Buona lettura! 


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18 novembre 2025

RECENSIONE DEL LIBRO:QUANDO IL MONDO DORME: “UNO SQUARCIO DI VERITÀ CHE ATTRAVERSA IL SILENZIO”


In libreria e sugli store online dal 23 luglio 2025 Rizzoli libri



NOTE SULL’AUTRICE 

Francesca Albanese è una funzionaria delle Nazioni Unite, giurista esperta di diritto internazionale, specializzata in diritti umani e Medio Oriente. Il 1º maggio 2022 è stata nominata Relatore Speciale sulla Situazione dei Diritti Umani nei Territori Palestinesi Occupati dal 1967 per un mandato di tre anni, succedendo al canadese Michael Lynk. È la seconda persona italiana dopo Giorgio Giacomelli, nonché la prima donna, a ricoprire questo incarico.
Come relatrice speciale delle Nazioni Unite, ha avuto il coraggio di denunciare l'occupazione, l'apartheid, il genocidio e i crimini commessi contro la popolazione di Gaza.
«Da soli siamo fragili come le ali di una farfalla, ma uniti - solidi e solidali - possiamo fare tempesta. … È nell’interconnessione delle lotte per l’emancipazione e la libertà - individuale o collettiva - che dobbiamo ritrovare il nostro solidum. Insieme possiamo affrontare qualsiasi sfida. Quindi battiamo le ali, facciamo la tempesta, anzi, come si dice dalle mie parti, facciamo ammuìna!" dal libro della Albanese Quando il mondo dorme, pubblicato da Rizzoli nel 2025.

SINOSSI 

Lo spirito di un luogo è fatto dalle persone che lo abitano, dalle storie che si intersecano nelle sue strade. E questo vale in modo particolare per la Palestina, custode di passaggi storici epocali e teatro di una delle più dolorose pagine di storia contemporanea. Francesca Albanese, la Relatrice speciale ONU sul territorio palestinese occupato, una delle persone più competenti e autorevoli sullo status giuridico e sulla situazione dei palestinesi - amata (o odiata) in tutto il mondo per l'integrità e la passione con cui si batte in favore dei diritti di un popolo troppo a lungo vessato - qui ci offre storie che intrecciano informazioni, riflessioni, emozioni e vicende intime. Un viaggio scandito da dieci persone che hanno accompagnato Francesca a comprendere storia, presente e futuro della Palestina. Hind Rajab, morta a sei anni sotto le bombe che hanno distrutto Gaza, ci apre gli occhi su cosa significhi essere bambini in un Paese dove i bambini non hanno un nidoche li protegga e che rispetti le loro radici. Abu Hassan ci guida tra i luoghi di fatica e sofferenza ai margini di Gerusalemme; e George, amico stretto, di Gerusalemme ci mostra meraviglia e insensatezze. Alon Confino, grande studioso dell'olocausto, ci aiuta a comprendere i contrasti che possono albergare nel cuore di un ebreo che vede l'apartheid e ne vuole la fine. Ghassan Abu-Sittah, chirurgo arrivato da Londra per entrare nel vivo dell'orrore più inimmaginabile, ci racconta ciò che ha visto; e Malak Mattar, giovane artista che ha fatto il percorso inverso, condivide la storia di chi ha dovuto lasciare Gaza per potersi esprimere o per sopravvivere. E poi Ingrid Jaradat Gassner, Eyal Weizman, Gabor Maté fino a una delle persone più vicine a Francesca nella vita, così come nella ricerca di una consapevolezza capace di tradursi in azione.

COSA NE PENSO

Un libro necessario, che chiede di non distogliere più lo sguardo. 
Ci sono libri che non si limitano a raccontare: interrompono il silenzio. Quando il mondo dorme di Francesca Albanese appartiene a questa categoria rara e scomoda di opere che non cercano consenso, ma consapevolezza. Con lucidità, rigore e un dolore che non si maschera mai dietro l’accademia, Albanese ci conduce dentro le atrocità della guerra e del genocidio in Palestina, offrendo una testimonianza che è insieme personale, politica e profondamente umana.
La forza del testo risiede nella precisione con cui l’autrice espone fatti, dinamiche e responsabilità internazionali, ma anche nella capacità di intrecciare queste analisi con la voce di chi in quella terra ci è nato e continua a raccontarne l’agonia. Albanese richiama nomi autorevoli della cultura palestinese, figure che hanno trasformato il dolore in parole, resistenza, memoria. Quel coro di voci diventa il contrappunto essenziale al suo lavoro alle Nazioni Unite: un lavoro che non rimane mai astratto, ma si fa carne, ferita, urgenza morale.
Leggere questo libro significa confrontarsi con uno “squarcio sulla realtà” che il cuore fatica a contenere. Le atrocità narrate – bambini, donne, uomini, anziani strappati alla vita senza ragione – superano la capacità umana di comprensione. Eppure, Albanese ci chiede di restare, di ascoltare,di non voltare lo sguardo. Alcuni passaggi arrivano come colpi inferti da un pugnale: precisi, necessari, impossibili da ignorare. Molti meritano di essere sottolineati e riletti, perché raccolgono secoli di ingiustizie, di guerre passate, di genocidi in cui le vittime non hanno mai ottenuto piena giustizia e continuano a gridare la loro verità.
Tra le storie più sconvolgenti evocate nel libro c’è quella di Hind Rajab, morta a soli sei anni dopo il 7 ottobre 2023. La sua vicenda, raccontata con pudore e straziante rispetto, incarna la brutalità di un conflitto che divora vite innocenti e lascia cicatrici impossibili da rimarginare. Ma Albanese, pur nella denuncia, mantiene sempre lo sguardo rivolto alla dignità delle persone, alla memoria che resta, alla voce che non si spegne.
Un altro passaggio di grande rilievo è dedicato al poeta palestinese Refaat Alareer, ucciso dopo aver dedicato la vita a dare voce ai giovani scrittori e scrittrici di Gaza. 

“Se dovessi morire, 
tu devi vivere 
per raccontare 
la mia storia 
per vendere le mie cose 
per comprare un poʼ di carta e qualche filo, per farne un aquilone 
(fallo bianco con una lunga coda) 
cosicché un bambino, 
da qualche parte a Gaza, 
guardando il cielo 
negli occhi 
in attesa di suo padre che
se ne andò in una fiamma 
senza dare l'addio a nessuno 
nemmeno alla sua stessa carne 
nemmeno a se stesso 
veda lʼaquilone, il mio
aquilone che tu hai fatto, 
volare là sopra 
e pensi per un momento 
che un angelo sia lì 
a riportare amore. 
Se dovessi morire, 
faʼ che porti speranza 
faʼ che sia un racconto!” 

(Refaat - If I must die


Il suo progetto Gaza Writes Back non è solo una raccolta di racconti, ma un manifesto identitario: perché narrare la propria storia significa resistere, riconoscersi, esistere. Significa sottrarre le vite palestinesi alla disumanizzazione e restituire loro nome, volto, memoria.
Con Quando il mondo dorme, Francesca Albanese costruisce dunque un testo che è insieme denuncia politica e opera di testimonianza, sostenuta da una scrittura chiara, vibrante, profondamente empatica. È un libro che scuote, che ferisce, ma soprattutto che obbliga a pensare e a prendere posizione.
In un tempo in cui l’indifferenza è spesso più rumorosa delle bombe, leggere questo libro è un atto di responsabilità civile.
Un invito a comprendere, ad ascoltare, a non lasciar dormire la nostra coscienza mentre il mondo, altrove, continua a bruciare.
In conclusione, un’opera necessaria. Un libro che tutti dovrebbero leggere.




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01 novembre 2025

PIER PAOLO PASOLINI, CINQUANT’ANNI DOPO.



Sono passati cinquant’anni dalla notte in cui Pier Paolo Pasolini fu ucciso.
Cinquant’anni da quando una voce scomoda, irriducibile, è stata spenta nel fango di Ostia. Eppure, nulla di lui è davvero taciuto.

Per me Pasolini non è soltanto un autore: è un interrogativo ancora aperto, un dolore lucido che attraversa generazioni.
Nelle sue parole sento ardere una fede laica nell’uomo, nel popolo, nella verità che nessun potere può addomesticare.
Ha amato le contraddizioni, ha denunciato l’ipocrisia, ha difeso la libertà del pensiero quando significava restare soli.

Lo ricordo non come un martire, ma come un testimone: di un’Italia che cercava se stessa, di una coscienza che non smette di lottare.
La sua lezione è ancora qui, a ricordarmi che la poesia non consola, ma ferisce.
E che solo chi osa guardare la realtà senza veli può davvero cambiarla.

«Io so. Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato golpe (e che in realtà è una serie di golpe istituitisi a sistema di protezione del potere). Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare ciò che non si sa o che si tace.»

(Pier Paolo Pasolini, “Io so”, Corriere della Sera, 14 novembre 1974) 

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27 ottobre 2025

LE DONNE , LA TERRA , LA VITA – INTERVISTA A BIBBIANA CAU SUL MONDO DE “LA LEVATRICE.”



Cari lettori, 

L’ospite di oggi è Bibbiana Cau, autrice de “La levatrice” .
Nata e residente in Sardegna, Bibbiana ha dedicato la sua vita alla nascita, accompagnando con passione e competenza centinaia di nuove vite nel loro primo respiro.
La sua formazione in Ostetricia all’Università di Cagliari si intreccia con un profondo amore per la lettura e la scrittura, nato durante la stesura della sua tesi in Storia sociale.

Dopo la laurea in Educazione degli adulti e Formazione continua all’Università Roma Tre, ha approfondito la scrittura e la narrazione attraverso corsi alla Scuola Holden di Torino, di Medicina narrativa e di Londra Scrive con Marco Mancassola.

Con “La levatrice” , suo esordio letterario, Bibbiana Cau dà voce a una storia intensa e autentica, capace di unire la forza delle donne, la memoria collettiva e la poesia della vita che nasce.


D. COME NASCE L’IDEA DE LA LEVATRICE? C’È STATO UN MOMENTO PRECISO CHE L’HA ISPIRATA?

R. La storia di Mallena arriva da lontano.
Da sempre amo leggere e studiare e una quindicina di anni fa, mi trovavo a preparare una tesi in Storia sociale su come è cambiato il modo di nascere negli ultimi cento anni, attraverso la storia delle ostetriche. Cercando il materiale necessario, chiuse negli archivi storici, nei registri parrocchiali e in quelli degli uffici anagrafe dei Comuni, ho trovato tante vite di donne che hanno avuto un ruolo centrale all’interno della comunità, tanto da essere le uniche che potevano amministrare il battesimo, in caso di necessità.
La dualità delle loro vite, strette tra forza e silenzio, quello della storia che le ha dimenticate, mi hanno toccato nel profondo e continuavano a farlo nonostante il passare del tempo. 


D. QUANTO TEMPO HA DEDICATO ALLA RICERCA STORICA PRIMA DI INIZIARE A SCRIVERE? 

R. Dopo essermi laureata in Scienze dell’Educazione degli adulti e Formazione Continua, il bisogno di dare a quelle donne di un secolo fa la voce negata, fatto maturare l’idea di impegnarmi per trasformare quel materiale in qualcosa che permettesse un respiro più ampio di una tesi di laurea e lì è iniziato il mio viaggio verso il romanzo.
Frequentare corsi di scrittura e acquisire nuove competenze era il percorso che scelsi. Avevo già partecipato a corsi di Medicina narrativa presso le Aziende Sanitarie Locali sarde, ho continuato con la scrittrice Eleonora Sottili che insegna alla scuola Holden di Torino, passando poi ai corsi di base e avanzati, fino a quelli di “Londra Scrive” con Marco Mancassola, uno scrittore raffinato e attento, che mi ha insegnato a soffermarmi su aspetti specifici della scrittura.
Se il romanzo l’ho scritto in poco più di un semestre, arrivare a possedere le competenze necessarie per poter dar vita a un racconto che non fosse solo storicamente fondato, ha richiesto molto più tempo. Sono stati anni di impegno, studio e fatica.


D. ESSENDO LEI STESSA UNA LEVATRICE, QUANTO DELLA SUA ESPERIENZA PERSONALE HA INFLUENZATO LA SCRITTURA DEL ROMANZO?

R. Il romanzo tratta temi sociali che mi stanno a cuore, ma anche altri che conosco bene. Ogni parto che ho assistito, ogni incontro con le donne che ho accompagnato nei momenti più intimi e della loro vita, mi ha arricchito. Per cui, sì, la mia esperienza professionale e umana ha influenzato la scrittura permettendomi di raccontare non solo la forza delle donne, ma anche riflettere la maternità, quella espressa e quella negata, scrivere con più autenticità di carne, di sangue, di corpi che parlano anche attraverso le cicatrici che portano fuori e quelle di dentro.
La storia racchiude la vita di tante levatrici: quelle diplomate all’università, quelle patentate e abilitate dopo un esame pratico e quelle pratiche e totalmente analfabete che, con solide conoscenze empiriche, fino a un secolo fa, assistevano le donne, e non solo durante il parto. Molte di loro operavano animate da spirito di solidarietà femminile, ben conoscendo le difficili condizioni di vita delle donne nella loro comunità.
Seppur ambientato in Sardegna, quanto ho scritto si avvicina alla realtà storica di molte zone del resto della penisola, in particolare quelle rurali e isolate.
 

D. NEI SUOI PERSONAGGI C’È TANTA RESILIENZA FEMMINILE: IN QUALE SI RIVEDE DI PIÙ?

R. Non posso dare una risposta univoca, un po' in entrambe.
Sono una ostetrica che ha sempre lavorato nel campo della salute pubblica e conosco bene la fatica dei turni notturni e festivi, delle reperibilità, della gestione delle tante pressioni e emozioni durante le emergenze ostetriche e ho vissuto le criticità della sanità degli ultimi decenni.
Chiunque abbia lavorato per oltre anni e in qualsiasi ambito lo abbia fatto, sa bene quanta capacità di resilienza sia necessaria per fronteggiare la complessità che il lavoro richiede, per affrontare le sfide che si presentano e cercare di superare i conflitti.
Per me la resilienza può essere un fattore protettivo contro il burn out, altrimenti capace di travolgere chiunque quando non si riesce più a dare senso, né pienezza all’esperienza del curare.


D. QUAL È STATA LA PARTE PIÙ DIFFICILE DA SCRIVERE: RICOSTRUIRE L'EPOCA O DARE VOCE ALLE EMOZIONI DEI PROTAGONISTI?

R. Ricostruire l’epoca storica con la sua complessità sociale e culturale, ha richiesto tempo per la ricerca e tempo per la selezione in poche parole, di concetti che richiedevano spazi ben più ampi. La sfida più impegnativa è stata dare voce alle emozioni più intime e ai sentimenti dei protagonisti, che non seguono schemi logici. Ho cercato di non perdere l’autenticità emotiva in quel contesto storico pesante.
Penso che, come nella vita, anche nella letteratura, le emozioni vive e autentiche possano connettere lettrici e lettori con i personaggi e siano capaci, attraversando il tempo e lo spazio, di parlare una lingua universale.


D. COSA SPERA CHE I LETTORI PORTINO CON SÉ DOPO AVER CHIUSO IL LIBRO?

R. Il fatto che La levatrice abbia trovato un pubblico di lettrici e lettori così ampio, mi lascia sperare che possano portarsi dentro una emozione. E chissà… forse una riflessione sul valore della resilienza, sulla consapevolezza circa la forza che ognuno di noi possiede, pur senza saperlo. Riconoscendo nelle sfide del cambiamento opportunità di crescita, anche ripensando al valore e al senso che si vuole dare all’umano. 


D. E DOPO LA LEVATRICE, POSSIAMO GIÀ ASPETTARCI UN NUOVO PROGETTO?

R. Al momento la risposta sarebbe prematura. Le storie che trattano i temi sociali mi stanno a cuore da sempre, anche quelle dove il confine tra realtà e leggenda si fa sottile. Ma la scrittura, per me è un viaggio che richiede tempo, e voglio rispettare il mio ritmo.


Grazie a Bibbiana Cau per aver risposto alle mie domande e per la sua disponibilità.


In libreria e sugli store online dal 27 maggio 2025 Editrice Nord



SINOSSI 

Custode di un sapere antico, una donna lotta per far nascere il futuro. Non è una di loro, Mallena. Un giorno di sedici anni prima è arrivata a Norolani insieme con Jubanne, cui è bastato un attimo per innamorarsi e che l'ha sposata per proteggerla da un destino che gravava su di lei come una condanna. Eppure, per gli abitanti di quel paese dove il maestrale porta il respiro del mare, ormai è diventata un punto di riferimento. Perché Mallena è unallevadora che, mettendo in pratica il sapere antico tramandatole dalla madre, assiste tutte le partorienti, anche quelle delle famiglie più umili, senza mai pretendere nulla in cambio. Ma tutto precipita nel settembre 1917, quando Jubanne torna dal fronte ferito nel corpo e nell'anima. Per pagargli le cure necessarie, Mallena chiede a gran voce al consiglio comunale di essere remunerata per il suo lavoro e, ancora una volta, quel sussidio le viene negato. Come se non bastasse, in conformità a un decreto regio, viene assunta un'ostetrica diplomata, destinata a sostituirla. Arriva dal continente, Angelica Ferrari: nonostante la giovane età, per essere lì ha combattuto a lungo, sfidando le convenzioni sociali e la disapprovazione del padre, che voleva relegarla tra le mura domestiche, sposata con un buon partito. E adesso deve lottare contro la diffidenza delle donne del paese, che la vedono come un'estranea e rifiutano le sue cure. Dovrebbero essere rivali, Mallena e Angelica, invece sono le due facce della stessa medaglia, entrambe spinte dal desiderio di libertà e indipendenza, entrambe tradite dalle persone che avrebbero dovuto proteggerle e vittime della quotidiana ingiustizia che il mondo sa riservare soprattutto alle donne. Tuttavia, quando la situazione si farà insostenibile e i fantasmi del passato torneranno a bussare alla porta di Mallena, sarà proprio l'intera comunità di Norolani a pretendere che, per una volta, si faccia davvero giustizia. Una grande storia al femminile che, attraverso la lingua, i profumi, la poesia e la ruvidezza della vita quotidiana nella Sardegna d'inizio Novecento, narra di gente umile e schiva, ma unita da un profondo senso di comunità. E di una protagonista che, grazie a una saggezza ancestrale e alla solidarietà delle altre donne, matura in sé una nuova e luminosa consapevolezza. 



COSA NE PENSO

La levatrice è un romanzo forte e coraggioso, proprio come la sua protagonista, Mallena: una donna dal carattere fiero, temprata dal dolore e dalla vita, capace di trasformare ogni ferita in saggezza.
Fin dalle prime pagine, la scrittura intensa di Bibbiana Cau avvolge il lettore e lo conduce in un universo femminile dove la solidarietà tra donne diventa respiro, rifugio, rinascita. Madri, figlie e sorelle si intrecciano come fili di un unico destino, formando un legame indissolubile che sfida il tempo e la miseria.

Non si parla soltanto di nascite, in questo romanzo, ma anche di ciò che precede e accompagna la vita: la violenza taciuta, il dolore nascosto dietro le mura domestiche, la vergogna silenziosa che pesa come una colpa non propria.
Eppure, tra le ombre, emerge una luce antica — quella del coraggio femminile — che illumina anche le pagine più dure.

«Nessuno mi ha detto nulla, voi due mi avete detto tutto», scrive l’autrice, e in questa frase si racchiude l’essenza del romanzo: la forza dei gesti, degli sguardi, di ciò che le parole non riescono a dire.

Leggendo, si avverte la nostalgia di un tempo in cui, pur tra restrizioni e povertà, la vita appariva più autentica, più vera di quella che spesso viviamo oggi. La levatrice non è soltanto una storia: è un ritorno alle radici, un invito a riconoscere nelle antiche tradizioni popolari la nostra identità più profonda, da custodire e tramandare.

Una lettura consigliata, scritta con sensibilità, precisione e un raro equilibrio tra dolore e bellezza.


16 ottobre 2025

INTERVISTA A FABIO STASSI: IL POTERE SILENZIOSO DELLE PAROLE


Cari lettori, 

oggi ho il piacere e l’onore di ospitare Fabio Stassi, uno scrittore che con la sua voce gentile e profonda sa restituire vita alle parole e bellezza al silenzio.
Nei suoi libri si respira la nostalgia dei ricordi, la forza della memoria e la poesia nascosta nelle piccole cose.
Le sue storie parlano di umanità, di sogni e di quell’arte sottile che solo i veri narratori possiedono: trasformare la vita in letteratura.
Nato a Roma il 2 maggio 1962, Fabio Stassi vive a Viterbo e lavora a Roma come bibliotecario  mestiere che dialoga profondamente con la sua sensibilità letteraria. Ama scrivere sui treni, tra il ritmo dei binari e il fluire delle vite, dove spesso nascono le sue storie.
Ha esordito con Fumisteria (GBM, Premio Vittorini Opera Prima 2007), seguito da È finito il nostro carnevale (minimum fax, 2007) e La rivincita di Capablanca (minimum fax, 2008). Il successo internazionale arriva con L’ultimo ballo di Charlot (Sellerio, 2012), tradotto in 19 lingue e vincitore del Premio Selezione Campiello 2013 e del Premio Cielo d’Alcamo 2012.
Tra le sue opere più amate figurano anche Holden, Lolita, Živago e gli altri (2010), Come un respiro interrotto (Sellerio, 2014), Il libro dei personaggi letterari (minimum fax, 2015), La leggenda di Zumbi l’immortale (Sinnos, 2015) e La lettrice scomparsa (Sellerio, 2016).
L’8 ottobre 2024 è tornato in libreria con Bebelplatz (Sellerio), un romanzo intenso e visionario che intreccia memoria, identità e resistenza attraverso la forza delle parole.
Nel 2025, Fabio Stassi è tra i cinque finalisti della 63ª edizione del Premio Campiello, confermando un percorso coerente, poetico e profondamente umano.


D. COME È NATA L'ISPIRAZIONE PER BEBELPLATZ E COSA L’HA SPINTA A SCEGLIERE PROPRIO QUESTO LUOGO EMBLEMATICO DI BERLINO COME PUNTO DI PARTENZA DELLA NARRAZIONE?

R. Bebelplatz in realtà è nato da quel grande rogo che è stata la pandemia. In quel periodo che in parte abbiamo rimosso ma che ha determinato il nostro presente attuale molte cose sono andate a fuoco. Alcuni affetti, alcune relazioni. Una certa idea di letteratura, una certa idea di realtà. Ho capito che non avrei più potuto scrivere con lo stesso inchiostro di prima. Soprattutto è andata a fuoco la parola su cui il lato del mondo nel quale viviamo aveva edificato la vita sociale negli ultimi settantacinque anni: la parola pace. Appena finì il lockdown mi invitarono gli istituti di cultura italiani per un ciclo di conferenze. Ed è stato in quel momento che mi sono ritrovato di inverno nelle piazze deserte in cui in Germania nel 1933 i nazisti avevano bruciato decine di migliaia di libri. Ma mi è parso di vederle con altri occhi. Quelle piazze non testimoniavano più il nostro passato, ma le minacce del presente. Bebelplatz, su tutte, ha smesso di essere per me una piazza di Berlino, ed è diventata un luogo simbolico, di cui ho sentito la necessità di scrivere.

D. IL ROMANZO AFFRONTA IL TEMA DELLA MEMORIA STORICA LEGATO AL ROGO DEI LIBRI DEL 1933: CHE RUOLO ATTRIBUISCE ALLA LETTERATURA NEL PRESERVARE E RINNOVARE LA MEMORIA COLLETTIVA?

R. La letteratura è sempre stata perseguitata nella storia dell’umanità. Il suo ruolo, come ha scritto Elsa Morante, è quello di impedire la disintegrazione della coscienza umana e di restituire l’integrità del reale. Queste parole le comprendiamo oggi in tutta la loro forza, perché molte cose si stanno disintegrando, insieme alla coscienza. Il diritto, per esempio. Viviamo in un tempo dominato, invaso, dall’irrealtà e dalla manipolazione della verità. Dal suo rovesciamento. E mi viene in mente, per definire il compito dell’arte, anche l’editto che promulgò più di duemila anni fa il primo imperatore della Cina: chiunque userà la storia per criticare il presente verrà giustiziato insieme alla sua famiglia. Ecco, la memoria, la letteratura, hanno questa funzione di critica permanente del presente. Rappresentano appunto la nostra coscienza, la coscienza degli esseri umani. E un uomo senza coscienza, che vuol dire anche senza compassione o senza amore, non è più un essere umano.

D. DURANTE LA SCRITTURA DI BEBELPLATZ , HA SEGUITO UN PROGETTO PRECISO SI È LASCIATO GUIDARE DA SUGGESTIONI E SCOPERTE FATTE STRADA FACENDO?

R. Avevo una mappa, ed era una mappa di viaggio. Ma non sapevo dove mi avrebbe portato. Così, passo dopo passo, mettendomi sulle tracce degli scrittori italiani bruciati dai nazisti – all’inizio non sapevo chi fossero – mi sono ritrovato a seguire mille affluenti. Uno dei più interessanti è stato quello relativo ai bombardamenti sui civili. Ho scoperto che la Conferenza della Pace del 1902 e poi del 1907 aveva definito fuorilegge i bombardamenti dalle mongolfiere e dai palloni aerostatici. E che il primo bombardamento dall’alto lo aveva operato un italiano, durante la campagna di Libia. Ho scoperto anche che l’aviazione italiana fascista fu protagonista, insieme a quella nazista, del primo bombardamento sui civili a Guernica nel 1937. Quello fu un altro crinale, un’altra delle grandi occasioni perse dall’umanità. Se allora i bombardamenti aerei fossero stati dichiarati fuorilegge e interdetti per sempre dal diritto bellico, tutta la storia del Novecento, e anche dei nostri giorni, sarebbe cambiata. Crimini di guerra, li chiamerà il premio Nobel per la letteratura Günter Grass, riferendosi all’annientamento di Dresda. Crimini di guerra che ci avrebbero portato alle due bombe atomiche e che fece dire ad Alberto Moravia che il vero vincitore della seconda guerra mondiale era stato Hitler perché la sua teoria della soluzione finale si era imposta anche nella mentalità dei suoi nemici.

D. QUAL È STATO IL PERSONAGGIO O LA VOCE CHE PIÙ L’HA SORPRESA MENTRE SCRIVEVA ? HA CAMBIATO DIREZIONE RISPETTO ALL'IDEA INIZIALE ?

R. Alcuni li conoscevo, avevo sempre amato Emilio Salgari e Ignazio Silone, e nel raccontare le loro storie mi sono sentito coinvolto personalmente. Ma forse il personaggio che più mi ha sorpreso, e di cui non sapevo niente, è stata Maria Volpi, questa scrittrice di romanzi rosa autrice del primo libro censurato in Italia nel 1934. La sua storia è davvero esemplare. Lei era una scrittrice assolutamente omologata al regime. Ma in quanto donna, e in quanto portavoce di donne indipendenti e libere, che viaggiavano da sole – firmò anche il primo reportage sul lavoro femminile in fabbrica - era in qualche modo, quasi a sua stessa insaputa, antagonista all’ideologia fascista, fondata invece sul patriarcato, come tutte le dittature. Per questo Maria Volpi non capì i motivi che avevano spinto Mussolini a censurare per offesa alla razza il suo romanzo Sambadù, che raccontava la storia d’amore tra una donna bianca e un uomo nero, un ingegnere che proveniva dal Senegal. Il suo era un romanzo profondamente razzista, dove l’uomo africano ritornava alla fine nelle foreste. Ma lei non poteva vedere, come vediamo noi, ora, dalla nostra distanza, che il vero scandalo, per il fascismo, era rappresentato invece da Silvia, la protagonista femminile. Perché aveva avuto non soltanto il coraggio di imbastire una storia d’amore con un uomo nero, di sposarselo, di farci un figlio, ma anche di lasciarlo, di rompere il matrimonio e persino il vincolo della maternità. Quasi senza esserne del tutto consapevole, quella di Maria Volpi è una letteratura antipatriarcale, e anticipa molti temi contemporanei.

D. IL LIBRO PARLA DI CENSURA E DELLA DISTRUZIONE DEI LIBRI . IN CHE MODO PENSA CHE QUESTE QUESTIONI RISUONINO OGGI , NELL'EPOCA DIGITALE ?

R. Ora sento questo libro come una piccola orazione o arringa civile. Siamo di nuovo circondati da uomini fatti di carattere e non di libri, come auspicava Goebbels a Bebelplatz. Da uomini che comunicano al mondo atti forti e simbolici per dichiarare le proprie intenzioni. Ma non dobbiamo assuefarci alla parola guerra, farci convincere che un mondo senza guerra e senza violenza sia un’assurdità, come sostenevano i nazisti. Bebelplatz si rinnova ogni volta che sono messi a tacere e censurati una scrittrice, o uno scrittore, o un poeta, questi esseri inermi sempre incarcerati nella storia, torturati, fucilati. Per i poeti, la letteratura è “l’unica forma di assicurazione morale di cui la società può disporre”, “l’antidoto permanente alla legge della giungla”. Perché non ammette nessun vincolo con il potere, con nessun potere. È la protesta più intransigente all’ordine omicida del mondo e a ogni forma di nazionalismo e di conformismo.

D. CHE COSA VORREBBE CHE I LETTORI PORTASSERO CON SÉ, UNA VOLTA CHIUSO BEBELPLATZ?

R. Credo che come esseri umani, come cittadini, e soprattutto come lettrici e lettori siamo chiamati a una responsabilità. Sta a noi, adesso, prendere posizione. Chissà se avessero letto di più i nostri governanti, se davvero il mondo sarebbe stato un luogo migliore. Ma ora che intorno a noi sono tornate a risuonare le stesse parole d’ordine del passato recente e remoto e gli stessi fantasmi dobbiamo ricordarci che la lettura è un diritto e va difeso e che leggere è un atto politico, un esercizio di responsabilità oltre che di amore. Un diritto che non è garantito dovunque. In molte parti del mondo, in Medio Oriente come in qualche stato d’America, entrare in una biblioteca può essere pericoloso. Ci sono polizie politiche che controllano il registro dei prestiti. Che perquisiscono le case. In alcune circostanze, bisogna disfarsi dei propri libri - ed è come amputarsi una parte del corpo. 
In definitiva, non sono i libri a essere pericolosi, sono i lettori. Perché ragionano con la loro testa. Perché usano il pensiero critico. Perché aprono sempre un’inchiesta intima e collettiva quando leggono un libro o un romanzo. È il lettore il vero detective e il vero protagonista della letteratura. Non era forse un lettore Don Chisciotte? Non legge forse un libro Amleto, la prima scena in cui appare? La letteratura, sosteneva Antonio Tabucchi, ha gli stessi nemici di sempre, gli stessi sicari. Ma nessuno è mai riuscito a zittirla. In Kenya, la polizia ha emesso un mandato di cattura contro un personaggio di romanzo, credendolo una persona in carne e ossa, per l’entusiasmo con cui i contadini si raccontavano oralmente le sue avventure. Ma un personaggio di romanzo non lo si potrà mai catturare. E se anche incenerissero tutti i libri e i nuovi Re dei Tarli – ogni epoca ne incorona qualcuno - divorassero tutte le Biblioteche della terra, ci sarà sempre un altro essere umano a riprendere la voce e a difendere la libertà di espressione e di parola.

D. PROGETTI PER IL FUTURO ? 

R. Quest’estate ho visto una fotografia: un gruppo di attivisti curdi, nel nord della Siria, avevano accettato la fine della lotta armata e stavano gettando delle armi in dei grandi bracieri. Bruciare le armi, non i libri. Abbandonare l’idea degli Stati nazionali. Appartenere soltanto alla lingua, alla letteratura.
Bebelplatz mi ha cambiato, ha cambiato il mio modo di scrivere, il mio modo di guardare. Ora vorrei proseguire con più coraggio, se possibile, in questa direzione, e raccontare la storia di migrazioni dalla quale provengo. Ma ci vorrà del tempo. Per ora sento che questo libro ha ancora qualcosa da dire, e cercherò di farlo, per quello che posso.

Grazie a Fabio Stassi per la disponibilità mostrata nel rispondere alle mie domande.


SINOSSI 

10 maggio 1933. A Bebelplatz, nel centro di Berlino, allo scoccare della mezzanotte migliaia di libri vengono dati alle fiamme. Joseph Goebbels proclama: «L'uomo tedesco del futuro non sarà più un uomo fatto di libri, ma un uomo di carattere». Su tutta l'Europa si sparge un odore di benzina e di cenere. 24 febbraio 2022. La Russia invade l'Ucraina, e di lì a qualche mese un nuovo conflitto devasterà la striscia di Gaza. Durante un tour negli istituti di cultura italiani da Amburgo a Monaco, Fabio Stassi attraversa le piazze delle Bücherverbrennungen, i roghi di libri, e risale a ritmo incalzante la memoria del fuoco e delle censure, dei primi bombardamenti aerei sui civili, del saccheggio di librerie e biblioteche. Studia mappe e resoconti, si interroga sul ruolo della cultura e sulla cecità della guerra, indaga l'istinto di sopraffazione degli esseri umani. Alla fine compone un piccolo atlante della letteratura «dannosa e indesiderata» e rintraccia cinque scrittori italiani destinati alle fiamme dai nazisti: Pietro Aretino, il cantore della libertà rinascimentale; Giuseppe Antonio Borgese, cittadino del mondo e inguaribile utopista; Emilio Salgari, antimperialista amato in Sudamerica; Ignazio Silone, antifascista radicale, e Maria Volpi, unica donna della lista, disinibita narratrice del piacere e dell'indipendenza femminile. Quello di Stassi è un appassionato discorso in difesa di tutto ciò che trasgredisce la norma, un viaggio ricco di corrispondenze, colpi di scena e nuove interpretazioni, da Ovidio a Cervantes, da Arendt a Canetti, Sebald, Morante, Bernhard: un invito a disseppellire la biblioteca di Don Chisciotte. Perché la ribellione si impara leggendo, e ogni lettore, per qualsiasi potere, «è sempre una minaccia». Come scrive Alberto Manguel nell'Introduzione: «Da qualche parte nel mondo una mente sta ideando parole da tracciare con la mano e da decifrare con gli occhi in mezzo al fumo e alle ceneri». Sellerio Editore



COSA NE PENSO

Bebelplatz è un piccolo scrigno della memoria, un luogo che custodisce una parte dolorosa del nostro passato. Non si può e non si deve mai dimenticare ciò che accadde durante il nazismo, e in particolare la tragica notte dell’11 maggio 1933, quando milioni di libri furono gettati tra le fiamme. Un gesto estremo, deciso da menti ottuse e fanatiche, che volle cancellare idee, culture, e voci scomode. Ma lo scempio non appartiene solo al passato: ancora oggi, in forme diverse, assistiamo a tentativi di oscurare, censurare o distruggere il libero pensiero.

Bruciare un libro significa annientare la conoscenza, spegnere quella luce che illumina coscienze e apre orizzonti. È una delle crudeltà più grandi, perché i libri non sono solo oggetti: racchiudono ciò che siamo, la nostra storia, le nostre verità, anche quelle che troppo spesso vengono taciute o ignorate.

In Bebelplatz, Stassi si ferma proprio su questo punto: riporta alla memoria collettiva gli autori che allora furono condannati al silenzio e “dimenticati”. Tra loro spiccano nomi che hanno segnato la letteratura, come Maria Volpi, considerata la “madre del genere rosa”, Emilio Salgari, Antonio Borgese e molti altri.

La lettura mi ha lasciato dentro un senso di profonda malinconia, ma anche di grande ammirazione. È un libro scritto con devozione, con un amore autentico per la letteratura e per ciò che rappresenta per chi, come me, non può vivere senza i libri. Si legge con facilità e trasporto, pagina dopo pagina, fino a ritrovarsi immersi nella storia senza accorgersi del tempo che passa. Io stessa l’ho letto tutto d’un fiato, spinta dalla curiosità fino a notte fonda pur di giungere al finale.

Vi invito a scoprire Bebelplatz: è un’opera che si apre come un cassetto segreto pieno di gemme preziose, un libro che arricchisce e lascia un segno profondo.
Caldamente consigliato. Buona lettura!




©Crediti foto: Fabio Stassi – dalla sua pagina Facebook ufficiale.

05 ottobre 2025

INTERVISTA A JANET SKESLIEN CHARLES : L’INCANTO DISCRETO DELLE BIBLIOTECHE.



Cari amici lettori,

sono davvero onorata di poter ospitare nel mio blog Janet Skeslien Charles, autrice de La biblioteca di Parigi e di Le bibliotecarie di Notre-Dame. Nei suoi libri emerge una profonda attenzione alla memoria storica, unita a una scrittura capace di restituire emozioni autentiche con misura e delicatezza.
Un equilibrio raro che rende le sue opere preziose e indimenticabili.


D. COSA TI HA ISPIRATA A SCRIVERE LE BIBLIOTECARIE DI NOTRE-DAME ?

R. Ogni volta che sfoglio documenti d’archivio e mi vengono i brividi, capisco che devo scrivere. Durante le ricerche ho scoperto Jessie “Kit” Carson: durante la Grande Guerra andò in Francia e lì fondò le prime biblioteche per bambini. Dopo la guerra trasformò perfino delle ambulanze in biblioteche itineranti. La sua storia mi ha subito conquistata. Fare ricerca sulle persone è come risolvere un mistero: volevo sapere tutto di Jessie.

D. COME È NATA L’IDEA DI FARNE UN ROMANZO? 

R. Ho dovuto ricostruire la sua vita a partire dalle testimonianze dei volontari del CARD(Comitato Americano per le Regioni Devastate) e soprattutto dalle sue azioni. Più avanti ho trovato una sua lettera alla madre, che è stata preziosissima. Mi hanno invitata a parlare come autrice di “narrativa storica” e ho risposto che, in realtà, non la scrivo così: i miei libri sono ambientati nel passato ma parlano del presente. In Le bibliotecarie di Notre-Dame i protagonisti affrontano l’influenza spagnola come noi abbiamo affrontato il Covid; In La biblioteca di Parigi resistettero alla censura nazista — e oggi i bibliotecari americani vivono pressioni simili.

D. COME SEI RIUSCITA A TROVARE IL GIUSTO EQUILIBRIO TRA STORIA E FANTASIA ?

R. Ho cercato di costruire un filo narrativo chiaro per il lettore. Per farlo ho compresso alcune linee temporali tra eventi grandi: per esempio, ho messo in relazione l’arrivo di Jessie nel nord della Francia con un violento attacco tedesco, e ho raccontato come, grazie ai volontari del CARD(Comitato Americano per le Regioni Devastate) , i villaggi furono evacuati senza vittime.

D. TRA LE STORIE CHE HAI RACCONTATO NEI TUOI LIBRI SULLE BIBLIOTECARIE , CE N’È UNA CHE TI HA COLPITA PIÙ DELLE ALTRE ?

R. Jessie “Kit” Carson, senza dubbio. Lasciò un lavoro sicuro a New York per andare in una Francia in guerra, senza soldi — così povera che dovette farsi prestare un baule per la traversata — e contro il parere della madre. Creò spazi pensati per i bambini (sedie, tavolini, scaffali a misura), decorò con manifesti e fiori, formò le prime bibliotecarie francesi (all’epoca la professione era per lo più maschile) e spinse donne e bambini a frequentare la biblioteca. Alcune delle strutture che lei fondò esistono ancora: alla biblioteca di Belleville usano ancora gli scaffali che fece costruire oltre cento anni fa. In silenzio, ha cambiato il volto culturale della Francia.

D. QUAL È IL LIBRO CHE HA CONTATO DI PIÙ PER TE ?

R. Dopo aver lavorato in biblioteca, è stato meraviglioso scrivere una trilogia dedicata alle biblioteche per mettere in luce il coraggio dei bibliotecari: da Dorothy Reeder, protagonista de La biblioteca di Parigi, che sfidò i nazisti consegnando i libri di persona ai lettori ebrei, a Jessie “Kit” Carson Le bibliotecarie di Notre-Dame, che lasciò New York per recarsi nella Francia dilaniata dalla guerra e aiutare gli altri. Ho voluto scrivere “The Parisian Chapter” un epilogo extra , per collegare i personaggi dei miei libri e mostrare le difficoltà di una biblioteca in tempi più moderni.(In Italia, però, questo testo non è ancora stato pubblicato da Garzanti) .
Tra i libri e gli autori che porto nel cuore ci sono 'Bel Canto di Ann Patchett' , che dimostra come persone molto diverse possano ritrovarsi unite; I loro occhi guardavano Dio di Zora Neale Hurston, che sottolinea l’importanza dell’amicizia; 'Anna dai capelli rossi di L.M. Montgomery', una splendida meditazione sulla famiglia che si sceglie. Adoro Camilleri, perché ci ha mostrato non solo la giustizia, ma anche la giustizia poetica. Amo anche Milena Agus, che con 'Mal di pietre' mi ha dato speranza.

D. IN CHE MODO SPERI CHE I GIOVANI POSSANO RICONOSCERSI NEI TEMI DEL ROMANZO? 

R. Devo moltissimo ai traduttori, come Roberta Scarabelli: senza di loro molte storie non arriverebbero in Italia. Mi emoziona quando i lettori si riconoscono nei miei libri: adoro ricevere messaggi e vedere i loro reel.

D. QUALI SONO I TUOI PROSSIMI PROGETTI COME SCRITTRICE ?

R. Per la prima volta mi sto candidando per delle borse di studio, e sto scoprendo che è un tipo di scrittura molto particolare. Finora ho sempre finanziato le mie ricerche da sola, ma adesso spero di trovare sostegno e magari nuove collaborazioni per un prossimo romanzo. Tra le diverse opportunità, molti considerano il Premio di Roma la borsa più prestigiosa: mi piacerebbe davvero tornare in Italia, incontrare i lettori e trascorrere altro tempo lì. L’ultima volta ci sono stata per il viaggio di nozze a Firenze!



Ringrazio di cuore Janet per aver risposto alle mie domande.





SINOSSI 

Parigi, 1918. Dalla finestra, Jassie alza gli occhi verso l’imponente cattedrale di Notre-Dame. Le viene da domandarsi come l’uomo sia riuscito a costruire qualcosa di così meraviglioso. Ma non ha tempo per fermarsi, deve correre a prendere gli ultimi libri di cui ha bisogno prima di partire: se Notre-Dame rappresenta il lato migliore dell’uomo, ad aspettarla è il peggiore. Jassie, infatti, è una bibliotecaria della National Library di New York ed è anche membro di un’associazione di donne americane che aiuta le famiglie cadute sotto il giogo dell’occupazione tedesca. La sua missione è quella di aprire una biblioteca dove i bambini, insieme alle loro madri, possano trovare uno spazio sicuro e uno spiraglio di luce, quello che solo le storie sanno dare. Ma Jassie non si limita a distribuire libri. Mette a repentaglio la propria vita per salvarne altre. Arriva persino a sacrificare un nuovo amore che sente nascere in lei.  Perché nasconde un segreto. Un segreto che, quasi sessant’anni dopo, l’aspirante scrittrice Wendy scopre per caso. La ragazza capisce subito che ha di fronte una storia che non può essere taciuta. Perché nessuno deve mai dimenticare l’importanza dei libri anche nei periodi più bui. In particolar modo i bambini, che non capiscono fino in fondo cosa accade intorno a loro.



In libreria e sugli store online dal 20 maggio 2025 Garzanti Editore

24 settembre 2025

IL GATTOPARDO: TRA CINEMA , LETTERATURA E MEMORIA.



Ci sono opere che non appartengono soltanto al loro tempo, ma si innestano nella memoria collettiva come un’eredità di bellezza e riflessione. Il Gattopardo, film di Luchino Visconti del 1963, è una di queste.

Tratto dal romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, il capolavoro viscontiano restituì allo spettatore non solo la grandezza della Sicilia ottocentesca, ma anche il senso tragico e struggente del passaggio da un’epoca all’altra, con il suo inevitabile tramonto.

 
>Il set e i suoi protagonisti
 

Sul set del Gattopardo si respirava una maestosità rara. Burt Lancaster, scelto da Visconti per incarnare il Principe di Salina, portava con sé la potenza del cinema americano, ma sotto la guida del regista seppe assumere la dignità aristocratica e malinconica di Don Fabrizio. Claudia Cardinale, luminosa Angelica, irradiava quella bellezza mediterranea che sapeva trasformare ogni scena in un affresco. Alain Delon, con il suo Tancredi affascinante e ambiguo, incarnava perfettamente il celebre motto: «Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi».

Un aneddoto rimasto nella storia racconta l’attenzione maniacale di Visconti per i dettagli: persino i mobili di scena dovevano essere autentici dell’Ottocento siciliano. Nulla era lasciato al caso, perché il regista voleva che lo spettatore sentisse il peso della Storia anche nei silenzi, nei gesti e negli sguardi.

Il ballo: Apice del tempo sospeso 

La celebre scena del ballo, lunga quasi un’ora, non è solo uno spettacolo di sfarzo cinematografico, ma la rappresentazione simbolica della fine. Tra le note del valzer e i passi lenti del Principe, si consuma il passaggio di un’epoca, il dissolversi di un mondo nobile e antico, sostituito da una borghesia rampante e pragmatica.

Visconti scolpì quell’istante con la consapevolezza di un artista che conosceva la caducità delle cose, regalando al pubblico una delle sequenze più potenti della storia del cinema.

Il libro e la mia riflessione personale 

Se il film ha consegnato immagini immortali, è il romanzo di Tomasi di Lampedusa a custodire il nucleo più intimo e poetico della vicenda. Il Gattopardo è uno dei miei libri preferiti: in quelle pagine ritrovo ogni volta la malinconia della memoria e il fascino della Sicilia, terra capace di farsi mito e destino.

Il Principe Fabrizio è un personaggio che vive di contrasti: uomo di scienza e contemplativo, aristocratico e insieme profondamente umano, consapevole della decadenza ma non rassegnato alla mediocrità. Leggendo, risuona forte una delle frasi più struggenti del romanzo: «Noi fummo i Gattopardi, i Leoni; quelli che ci sostituiranno saranno gli sciacalli, le iene… e tutti quanti, Gattopardi, sciacalli e pecore, continueremo a crederci il sale della terra».

Lampedusa scrisse un libro che non è solo racconto storico, ma meditazione sull’anima, sul tempo che scivola via e sulla fragilità dei legami umani. È un’opera che sa parlare al cuore e alla mente, che costringe a confrontarsi con la domanda che aleggia dietro ogni sua pagina: cosa resta di noi quando il mondo cambia?

Forse è proprio questa la forza eterna de Il Gattopardo: il ricordo che, anche nella fine, si nasconde una forma di bellezza immortale.


Giuseppe Tomasi di Lampedusa


       

Immagini dal set del film Il Gattopardo 1963




© Riproduzione riservata

06 settembre 2025

6 SETTEMBRE : OMAGGIO AD ANDREA CAMILLERI E AL SUO LIBRO LA PAURA DI MONTALBANO

Cari amici lettori,

oggi, 6 settembre, celebriamo l’anniversario della nascita di Andrea Camilleri (1925 – 2019), una delle voci più amate e riconoscibili della narrativa italiana contemporanea. La sua opera ha lasciato un segno profondo, soprattutto attraverso la creatura letteraria che più di tutte lo ha reso celebre: il commissario Salvo Montalbano.

Per ricordarlo, voglio parlarvi di un libro che raccoglie alcune delle indagini più intense e affascinanti del commissario: La paura di Montalbano, una raccolta di racconti che mostra la grandezza di Camilleri non solo come giallista, ma come narratore capace di scandagliare le emozioni e i limiti umani.

In libreria e sugli store online dal 18 aprile 2023 Sellerio Editore

Lo stile inconfondibile di Camilleri

Ciò che rende Camilleri unico è il suo linguaggio: un intreccio sapiente di italiano e dialetto siciliano che diventa voce, ritmo, musica. Questa lingua mista non è mai artificiosa, ma nasce come necessità espressiva: per raccontare la Sicilia e la sua gente non bastava l’italiano standard, serviva il colore e la vibrazione del dialetto.
Il risultato è una prosa viva, immediata, capace di avvicinare il lettore a un mondo reale, con i suoi profumi, i suoi silenzi, le sue contraddizioni.

Salvo Montalbano: più di un commissario

Nel personaggio di Montalbano si riflette l’umanità profonda dell’autore. Non è un eroe infallibile, ma un uomo complesso: malinconico e ironico, inflessibile di fronte all’ingiustizia ma al tempo stesso vulnerabile.
In La paura di Montalbano, questo lato più intimo viene a galla. Camilleri non racconta solo i casi polizieschi, ma mette a nudo i dubbi e le fragilità del commissario. La “paura” diventa allora un sentimento che tutti possiamo riconoscere: non debolezza, ma consapevolezza dei propri limiti, di fronte alla vita e alla morte.

Una lezione ancora viva

Rileggere Camilleri oggi significa ritrovare un autore che ha saputo innovare il giallo italiano rendendolo universale, e che ha regalato un personaggio capace di parlare a generazioni diverse. Montalbano è radicato nella Sicilia, ma al tempo stesso appartiene a tutti noi: rappresenta il bisogno di verità, il senso della giustizia, la capacità di guardare il mondo con uno sguardo critico e umano.

📚 Curiosità su Camilleri e Montalbano

Il nome “Montalbano” nasce come omaggio al collega e amico scrittore spagnolo Manuel Vázquez Montalbán, padre del detective Pepe Carvalho.

Un successo tardivo: Camilleri pubblicò il primo romanzo di Montalbano, La forma dell’acqua, nel 1994, quando aveva quasi 70 anni. Il successo arrivò quindi in età matura, dimostrando che la scrittura non conosce limiti anagrafici.

Il legame con la Sicilia: sebbene Vigàta sia un luogo immaginario, prende ispirazione dalla natia Porto Empedocle, che in suo onore oggi porta il nome di “Porto Empedocle Vigàta”.

Dal libro allo schermo: la serie TV ispirata ai romanzi ha contribuito a rendere Montalbano un’icona internazionale, ma Camilleri non smise mai di ribadire che il vero Montalbano viveva solo tra le pagine.

L’ultima lezione: Camilleri scrisse e fece custodire per anni un romanzo finale su Montalbano, pensato come chiusura del ciclo, che venne pubblicato solo dopo la sua morte (Riccardino, 2020).

Caterina Lucido

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