18 febbraio 2026

RECENSIONE DEL LIBRO - “LE DONNE DI PIAZZA DEL FICO” DI MARGHERITA PELAJA.



In libreria e sugli store dal 20 gennaio 2026 Edizioni Piemme


NOTE SULL’AUTRICE 

Margherita Pelaja ha svolto ricerche negli ambiti della storia delle donne e della storia della sessualità, pubblicando numerosi saggi e monografie. È stata fra le fondatrici di Memoria. Rivista di storia delle donne e della Società Italiana delle Storiche. Nel campo editoriale è stata autrice e redattrice presso l’Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani e ha fondato e diretto la casa editrice universitaria Biblink editori. Nata nel 1950, vive a Roma.


SINOSSI 

Roma, 1864. Luisa Stecca aiuta le donne meno fortunate in una città ancora governata dal potere papale. Assiste gravidanze spesso clandestine e accoglie ragazze e madri di famiglia a casa sua, in piazza del Fico. Tra queste donne c’è Angela Carbone, una ragazza decisa a uscire dalla povertà che la soffoca. Con l’aiuto della sorella, Gertrude, e di una non convinta Luisa, ordisce un inganno perfetto: finge una gravidanza per legarsi al ricco cavaliere Armando Bachino, e quando nasce il figlio di Amalia, una giovane abbandonata a sé stessa, lo fa passare come suo. Ma la verità è una forza che scava e chiede di essere ascoltata. Attorno al piccolo Armando si creano tensioni, affetti, recriminazioni: la madre naturale lo rivuole, la madre adottiva lo difende, il cavaliere si scopre tradito ma incapace di rinunciare a quel bambino. E mentre Roma si avvicina alla caduta del potere temporale del Papa, anche le illusioni di Angela iniziano a sgretolarsi. Tra confessioni, rivelazioni e un vero processo, si dipana una storia di donne ferite ma ostinate, di maternità negate e inventate.


COSA NE PENSO 

Le donne di Piazza del Fico è un romanzo che affronta temi universali e senza tempo: la condizione femminile, il peso dell’onorabilità e la maternità vissuta come responsabilità sociale.

Angela Carbone è una protagonista intensa e sfaccettata, la cui vita – prima e dopo l’incontro con il cavalier Armando Bachino – si trasforma profondamente. Accanto a lei, Luisa Stecca, Gertrude e Amalia compongono un microcosmo femminile delineato con cura psicologica. La caratterizzazione dei personaggi è uno dei punti di forza dell’opera: figure credibili, inserite in un contesto che giudica e impone regole severe.

Il dramma giudiziario, dal sapore tipicamente italiano, sostiene la tensione narrativa, mentre la famiglia resta il fulcro dell’esistenza.

«Intendo che ho capito fino a qual punto l’onorabilità sia patrimonio irrinunciabile per una donna che voglia condurre un’esistenza rispettata.»

Pur evocando un’epoca dal profumo antico, il romanzo è attuale nelle sue riflessioni. L'intreccio è ben congegnato e il finale, lasciato aperto ma coerente, suggerisce più di quanto dichiari.

In conclusione, una lettura piacevole e profonda, che celebra con misura la forza delle donne. Consigliatissimo! 


Caterina Lucido 

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29 gennaio 2026

DUE VOCI, UNA STESSA PASSIONE: ALAJMO E CARAPEZZA


Cari lettori,
ben trovati.
Oggi vi propongo un’intervista doppia a Roberto Alajmo e Marco Carapezza, autori di Avventure postume di personaggi illustri.
In questo libro, Roberto Alajmo e Marco Carapezza accompagnano in un territorio narrativo affascinante e poco esplorato: quello che accade dopo la morte, quando le biografie sembrano concluse ma le storie, sorprendentemente, continuano.
Tra rigore storico, ironia e gusto per il paradosso, il volume restituisce al lettore vicende inverosimili eppure reali, nelle quali la cultura occidentale rivela il proprio rapporto complesso, simbolico e talvolta grottesco con la morte.
In questa intervista, gli autori raccontano la genesi del progetto, le scelte narrative e il metodo di lavoro, offrendo uno sguardo lucido e appassionato su un libro che riesce a essere insieme divulgativo, colto e profondamente umano.

COM’È NATA L’IDEA DI COLLABORARE PER AVVENTURE POSTUME DI PERSONAGGI ILLUSTRI?

(RA) Marco è il mio primo lettore, quello che per primo mette gli occhi sulle cose che scrivo. Quando gli sottoposi il mio racconto intitolato Le Ceneri di Pirandello, oltre ai soliti preziosi consigli, mi raccontò per analogia le vicissitudini della sepoltura di Moliere, e io risposi con quelle di Goya, e così via, scambiandoci per anni storielline del genere. Fin quando, un paio d’anni fa, abbiamo pensato di metterle tutte assieme vincendo la scaramanzia.

DA DOVE È PARTITA LA SCELTA DEI PERSONAGGI DA RIPORTARE IN SCENA?

(MC) Con Roberto, abbiamo abbiamo discusso di molte “avventure postume”, poi la scelta è cadute su queste dieci casi, Oltre a quelle di Pirandello e Goya, le prime storie che ci hanno colpito sono state quelle del processo al cadavere del papa Formoso (non svelo se il papa fu condannato o prosciolto, ma potete intuirlo), e l’incredibile storia del povero Cartesio morto in Svezia e vittima di devoti appassionati alla sua filosofia. Le abbiamo scelte po’ perché erano quelle che si prestavano meglio ad uno sviluppo narrativo, un po’ perché ognuna di queste esemplificava un tipo. Goya il furto del cranio, che ha riguardato molto altri personaggi, fino ad Einstein, Lenin ed Evita Peron la mummificazione e la santificazione dei corpi, Sant’Agata un esempio del corpo smembrato e trasformato in reliquie. Volevamo narrare ciò che è accaduto in certi casi quando tutto sembrava fosse finito. Quando normalmente i biografi finiscono il loro lavoro. E invece iniziano storie inverosimili.

COME AVETE BILANCIATO RIGORE CULTURALE E LIBERTÀ CREATIVA?

(RA) In realtà documentazione e svolgimento letterario sono due parti che hanno confluito in maniera naturale e continuativa in un unico sforzo. Una volta stabilito che la tonalità doveva essere quella di un libro di carattere divulgativo, abbiamo cercato di mascherare la fatica delle ricerche perché il risultato non risultasse pesante o saccente. Alla fine del libro c’è comunque una bibliografia ragionata per chi avesse voglia di approfondire le singole vicende.

QUAL È STATO IL VOSTRO METODO DI LAVORO A QUATTRO MANI?

(RA) Abbiamo lavorato a distanza, dividendoci le storie da scrivere, cinque ciascuno, e poi correggendocele a vicenda adoperando la posta elettronica. Se ha funzionato è stato perché siamo due persone miti, senza problemi di affermazione dell’Ego. Sulla base della ragionevolezza non c’è stato mai motivo di dissentire, nemmeno su una singola virgola. 

QUALE AVVENTURA POSTUMA VI RAPPRESENTA DI PIÙ?
(MC)Non c’è un avventura che ci rappresenta. Forse ci rappresenta, l’interesse per la storia culturale della morte, unito al divertimento per la piega ironica che prendono le storie umane anche nei momenti più tragici. 

COSA DESIDERATE CHE IL LETTORE COLGA DA QUESTO INCONTRO “OLTRE IL TEMPO”?

(RA) Il libro, giocando sui registri del comico e del grottesco, racconta alcuni aspetti del rapporto che la cultura occidentale ha avuto, e per certi versi ha, con la morte. Non si dà società umana che non individui rituali, sistemi simbolici e pratiche sociali per affrontare il problema della morte e quello concretissimo della sistemazione dei corpi dei defunti, noi lo abbiamo raccontato a partire da alcuni casi esemplari in cui il complesso meccanismo sembra girare a vuoto.

QUALI SONO I VOSTRI PROGETTI FUTURI, INSIEME O INDIVIDUALI?

(RA) Non ci sono progetti in comune, proprio per l’eccentrica unicità di questo nostro libro. Bisogna pur dire che la scrittura resta un esercizio solitario, questa alchimia non avrebbe potuto funzionare sulla base di un romanzo. La chimica fra Fruttero e Lucentini per me rimane un mistero. 
(MC) Io professionalmente faccio il filosofo del linguaggio e continuerò ad indagare la pervasività del linguaggio nelle nostre vita, utilizzando gli strumenti che di volta in volta mi sembreranno più adatti allo scopo.

Un sincero ringraziamento a Roberto Alajmo e Marco Carapezza per la disponibilità e l’attenzione dedicate a questa intervista. È stato un piacere attraversare con loro queste avventure oltre il tempo, dove storia, letteratura e pensiero si intrecciano con intelligenza e ironia, offrendo uno sguardo originale e sorprendente sulle narrazioni e i rituali con cui la cultura occidentale ha dato senso al limite estremo dell’esistenza. 


SINOSSI 

Dieci avventure esemplari, capitate post mortem a uomini e donne che nei secoli hanno goduto di fama mondiale. Personaggi illustri della storia e dell’arte, della letteratura e della scienza, pontefici, santi, statisti, rivoluzionari, filosofi che durante la loro vita erano stati forse padroni del proprio destino (e del destino di molti altri), fino al fatale momento in cui, nel tempo di un respiro, hanno perso per sempre il potere di incidere sul mondo. Sia detto con più coraggio e onestà: sono morti. Ma poiché, come si legge in esergo a questo libro, fortunatamente «a morire sono sempre gli altri» (Duchamp), è proprio a partire da questa inevitabile piega del destino che Roberto Alajmo e Marco Carapezza si sono divertiti a raccontare con arguzia e intelligenza le vicissitudini postume di donne e uomini straordinari, le strade imprevedibili che hanno imboccato i loro resti terreni, le avventure spesso grottesche delle loro spoglie mortali. «È del corpo», scrivono gli autori nel preludio a questo libro, «che bisognerebbe preoccuparsi quando viene a mancare il suo legittimo proprietario. Sul destino di alcuni cadaveri eccellenti, infatti, si apre un sipario imprevedibile, oltre il quale agiscono amore, fanatismo, anelito d’eternità, scaramanzia e molti altri fattori, secondo una ricetta variabile capace di trasformare in commedia anche la più fosca delle tragedie». E così potremo seguire l’odissea, degna di una spy story, dei resti di Evita Perón, o la storia paradossale delle due teste di Cartesio, o ancora i tre funerali e mezzo di Pirandello e la sovietica manutenzione della mummia di Lenin. Fino all’incredibile macabro processo al cadavere di un papa dissepolto per l’occasione. Questo libretto divagante e originale racconta in fondo come il culto delle reliquie, nato col cristianesimo, ha resistito alla modernità più razionalista per arrivare ai giorni nostri, trasformandosi però in una sorta di accanimento, una forma di inconscia vendetta della mediocrità sulla grandezza, in una miscela inestricabile di ammirazione, feticismo e invidia. 

In libreria e sugli store online dal 28 ottobre 2025


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18 gennaio 2026

INTERVISTA A MAJD AL-ASSAR: IL DOLORE TRASFORMATO IN PAROLA.


Cari lettori,
ciò che segue è un’intervista che nasce dalla ferita e si affida alla scrittura per non essere dimenticata. Majd ci racconta la guerra vissuta nella carne e nella voce, trasformando la sofferenza in testimonianza.
Majd Al-Assar è una scrittrice e madre palestinese. Attraverso la parola racconta l’esperienza della guerra vissuta in prima persona, trasformando il dolore, la perdita e l’esilio in narrazione e memoria. La sua scrittura nasce dall’urgenza di dare voce all’infanzia sotto assedio, alla maternità come forma di resistenza e alla memoria come unico spazio inviolabile. Con Il mio cuore libero Garzanti , Majd afferma la forza della parola come atto di dignità, identità e sopravvivenza.

D. COSA TI HA SPINTA A TRASFORMARE LE TUE FERITE PERSONALI DI GUERRA IN UN LIBRO?

R. Il mio percorso nella scrittura è iniziato in una notte ordinaria, resa straordinaria dalla fame. A Gaza, la scarsità era diventata un linguaggio quotidiano che tutti parlavamo: misurare il pane, contrattare le porzioni, imparare a far durare un solo pasto per un’intera giornata. I miei figli avevano fame, e mio figlio Salah — aveva solo dieci anni — uscì per comprare dei falafel in un posto vicino, una piccola commissione che portava con sé il peso della sopravvivenza. Prima che uscisse, negoziammo come fanno gli adulti in tempo di guerra: un pasto semplice, solo quanto bastava per arrivare a fine giornata, perché il cibo era diventato dolorosamente raro.
Era in una lunga fila, in attesa del suo turno per pochi piccoli dischi di falafel — qualcosa di così umile che non dovrebbe mai essere pericoloso. Poi, senza alcun preavviso, un missile cadde accanto a lui. In un istante, tutti intorno a lui furono fatti a pezzi — corpi ridotti in frammenti, vite trasformate in cenere e orrore. Una scena che si è ripetuta migliaia di volte a Gaza, eppure per ogni madre è la prima volta, l’unica volta, la fine del mondo.
Sono sopravvissuta a quella notte con il cuore di una madre spaccato in due — dalla paura, dall’impotenza, dalla brutale consapevolezza che anche l’atto più semplice, anche un bambino in cerca di cibo, può diventare una condanna a morte. Ho scritto per tenere unita la mia famiglia mentre la realtà cercava di frantumarci. Ho riversato il nostro terrore, la nostra fame, la nostra instabilità e la nostra paura incessante in un articolo — solo per scoprire, mentre scrivevo, che portavo dentro molto più dolore di quanto un singolo testo potesse contenere.
È stato allora che ho capito: le mie ferite non erano solo mie. Erano una testimonianza. E se non le avessi trasformate in un libro, sarebbero rimaste sepolte sotto le macerie — non dette, non registrate, facili da ignorare per il mondo. Ho scritto perché la mia voce deve essere ascoltata oltre i confini e i titoli dei giornali. Ho scritto perché la guerra ruba nomi, volti e futuri — e io mi rifiuto di lasciarle rubare anche la nostra storia.

D. IN CHE MODO LA GUERRA PALESTINESE HA RIMODELLATO LA TUA IDENTITÀ DI DONNA E DI MADRE?

R. La guerra palestinese non ha semplicemente cambiato i dettagli della mia vita — ha riscritto il significato di chi sono. Ha rimodellato la mia identità di donna e di madre come il fuoco rimodella il metallo: dolorosamente, senza tregua, con una forza che non lascia nulla intatto.
Come donna, un tempo mi misuravo attraverso i sogni che portavo con me, i progetti che facevo, le dolci libertà dei giorni ordinari. La guerra ha spogliato tutto fino all’osso. Mi ha insegnato che la femminilità non è solo gentilezza — è resistenza. È la forza silenziosa di mantenere la dignità quando tutto intorno è progettato per spezzarti. In mezzo alla distruzione, ho imparato a restare in piedi anche quando il cuore crollava, a tenere ferma la voce anche quando le mani tremavano. La guerra mi ha costretta a guardarmi in uno specchio più duro, dove ho visto una versione di me forgiata dal dolore, dal coraggio e da una sopravvivenza ostinata.
Come madre, la trasformazione è stata ancora più intima — perché la guerra non combatte solo gli eserciti; dà la caccia all’infanzia. Costringe una madre a diventare molte cose insieme: un rififugio, un medico senza medicine, un’insegnante senza aula, una provveditrice senza risorse, una guardiana contro pericoli con cui non si può negoziare. La mia maternità è diventata un calcolo continuo: come trovare cibo, come trovare acqua, come mantenere calmi i miei figli quando il cielo è rumoroso, come sorridere perché non vedano la paura che vive dietro i miei occhi.
La guerra mi ha insegnato una verità terribile: che l’amore, a Gaza, non è un sentimento — è un atto di resistenza. Crescere dei figli sotto i bombardamenti significa affermare che la vita vale ancora. Confortarli quando le pareti tremano significa sfidare la crudeltà del mondo con la tenerezza. Eppure, ha lasciato in me segni che porterò per sempre: il senso di colpa di non poter promettere sicurezza, il dolore di vedere l’innocenza invecchiare troppo in fretta, la costante preparazione alla perdita.
Ma se la guerra ha ferito la mia identità, l’ha anche chiarita. Mi ha fatto capire che non sono solo una madre che protegge i suoi figli — sono una madre che protegge la loro umanità. Non sono solo una donna che sopravvive a un assedio — sono una donna che si rifiuta di essere cancellata. La guerra ha cercato di ridurci a numeri, a titoli, a statistiche che scompaiono al mattino. Invece, mi ha trasformata in qualcuno che ricorda, che parla, che testimonia.
Sono una donna palestinese, e sono una madre — due identità che la guerra tenta di silenziare, e che invece rende più forti. E ora, anche tra le rovine, porto con me qualcosa di infrangibile: la volontà di mantenere vivi i nomi, i sogni e le storie dei miei figli — finché il mondo non imparerà finalmente ad ascoltare.

D. DOPO AVER PERSO LA TUA CASA, COSA SIGNIFICA PER TE OGGI “APPARTENENZA”?

R. Dopo aver perso la mia casa, ho capito che la guerra non finisce quando smettono le bombe — insiste nel lasciare la sua firma sulle cose che amiamo di più. E per me, ha inciso il suo nome nella mia casa.
La mia casa non era solo un edificio. Era il battito del cuore della mia famiglia reso visibile. Custodiva i nostri ricordi come il mare custodisce il sale — in silenzio, fedelmente, in ogni angolo. Ha visto i primi passi dei miei figli, le piccole celebrazioni che rendevano tenera la nostra vita difficile, le conversazioni notturne, l’odore familiare delle coperte, il conforto di tornare sempre alle stesse pareti dopo una lunga giornata. Mi prendevo cura di ogni dettaglio. Sceglievo ogni cosa con attenzione e amore, come se stessi disponendo la sicurezza con le mie stesse mani — perché a Gaza una casa non è un lusso; è una dichiarazione di fiducia nel domani.
E poi è stata portata via.
Eppure, la mia perdita non è solo mia. Sono un filo in un tessuto lacerato. Come tante famiglie di Gaza, siamo diventati senzatetto — sfollati in tende fragili che non possono proteggerci dalla crudeltà delle stagioni: né dal caldo bruciante dell’estate, né dal freddo invernale che arriva senza pietà. Una tenda non è una casa. Non contiene dignità. Non preserva la privacy. Non mantiene i bambini al sicuro. È una pausa tra disastri, non una vita.
Perdere la propria casa significa perdere più di un riparo. Significa perdere la sensazione di essere accolti dal mondo. Significa perdere la certezza silenziosa di avere una porta da chiudere contro la paura. Significa perdere la dignità della stabilità — il semplice diritto di riposare senza ascoltare il pericolo. Quando la tua casa viene distrutta, la tua sicurezza crolla con essa, e persino il tuo senso di te può iniziare a sembrare macerie.
E chi distrugge le nostre case sa esattamente cosa sta facendo. Sa quanto tempo, sforzo e amore investiamo nel costruirle — mattone dopo mattone, sacrificio dopo sacrificio. Non stanno solo demolendo muri; stanno cercando di cancellare la nostra esistenza, di sradicarci, di spingerci lontano dalla nostra terra finché non diventiamo un popolo senza indirizzo, senza storia, senza diritto.
Allora cosa significa oggi “appartenenza” per me?
L’appartenenza non è più legata a un tetto o a una serie di stanze. L’appartenenza è la verità ostinata che io sono ancora qui. Sono i nomi dei miei figli pronunciati sotto il cielo aperto. È il ricordo della nostra casa portato dentro di noi come una brace che si rifiuta di spegnersi. È la comunità di Gaza — ferita, sfollata, in lutto — che continua a sorreggersi a vicenda quando tutto il resto crolla.
L’appartenenza, oggi, non è conforto.
È resistenza.
È il rifiuto di essere cancellati.
È la certezza che anche se ci tolgono le case, non possono toglierci le radici.

D. COME RIESCI A RIMANERE FORTE PER I TUOI FIGLI QUANDO LA PAURA DIVENTA PARTE DELLA VITA QUOTIDIANA?

R. Rimango forte come fanno sempre le madri in guerra: non sconfiggendo la paura, ma imparando a portarla senza lasciarle il comando.
La paura vive con noi come l’aria — invisibile, costante, inevitabile. Mi siede accanto quando mi sveglio e segue i miei figli quando escono. Ma ho imparato che la mia forza non è l’assenza di terrore; è la decisione, ripetuta ogni giorno, di diventare per loro un luogo sicuro anche quando il mondo non lo è.
A volte, la forza è routine — piccoli rituali che dicono a un bambino che la vita ha ancora una forma: lavare i volti con poca acqua, contare il cibo che abbiamo, piegare le coperte, trovare un modo per far sopravvivere un momento ordinario dentro un incubo straordinario. La routine non è semplicità in guerra; la routine è resistenza.
A volte, la forza è linguaggio. Scelgo le parole con cura, perché i bambini prendono in prestito la loro comprensione della realtà dalla voce della madre. Non mento loro, ma non consegno nemmeno tutto il peso della mia paura. Traduco il pericolo in qualcosa che possano reggere — e il resto lo reggo io.
E la forza è anche verità — la verità silenziosa che è giusto tremare, piangere, spezzarsi per un momento, purché poi si ritorni. Lascio che i miei figli vedano che le emozioni non sono una vergogna, perché la guerra cerca già di rubare la loro dolcezza. Voglio che sappiano che la tenerezza non è debolezza; è ciò che ci rende umani.
Quando la notte è rumorosa, divento uno scudo con nient’altro che il mio corpo e la mia preghiera. Li stringo a me e do loro calore, perché a volte il calore è l’unica promessa che una madre può mantenere. Racconto loro storie, non per fuggire dalla realtà, ma per ricordare che sono più di essa — che hanno nomi, sogni e futuri che le bombe non hanno il diritto di toccare.
Rimango forte ricordando questo: i miei figli non hanno bisogno di una madre perfetta. Hanno bisogno di una madre presente.
Una madre che continua a scegliere loro — a scegliere l’amore, la stabilità, la speranza — anche quando la paura diventa parte della vita quotidiana.

D. C’È UN SINGOLO MOMENTO DELLA TUA FUGA CHE RISUONA ANCORA DENTRO DI TE OGGI?

R. Sì — c’è un momento della nostra fuga che risuona ancora dentro di me, come se non fosse mai finito.
È stato il momento in cui ho visto i miei figli raccogliere i loro giocattoli e riporli con cura nelle borse prima di scappare. Non cibo. Non acqua. Non vestiti caldi. La prima cosa che hanno preso è stato il fragile resto della loro infanzia — l’unico pezzo di vita normale che potevano ancora tenere tra le mani.
Ogni volta cercavo di parlare con la logica della sopravvivenza. Dicevo a Salah e Nay: «Amori miei, non c’è spazio per i giocattoli. Dobbiamo prendere solo ciò che è necessario». Nella mia mente, “necessario” significava ciò che tiene in vita un corpo.
Ma la loro risposta tornava sempre, ferma e dolorosamente saggia:
«Una volta abbiamo lasciato i nostri giocattoli a casa e li abbiamo persi. Non li lasceremo indietro di nuovo».
In quella frase, i miei figli hanno detto tutto ciò che la guerra ci ha fatto. Non erano testardi — stavano piangendo. Stavano cercando, nell’unico modo che i bambini conoscono, di proteggere ciò che la guerra continua a rubare: il diritto di essere piccoli, di giocare, di sentirsi al sicuro. I loro giocattoli non erano oggetti di plastica; erano la prova che un tempo erano stati bambini senza paura.
Quel momento mi accompagna ancora perché mi ha rivelato una verità che non dimenticherò mai: in guerra, persino l’infanzia diventa qualcosa che devi mettere in valigia e portare con te, come se l’innocenza fosse un lusso che potresti non ritrovare mai più. E da allora non ho più guardato un giocattolo allo stesso modo — perché ho visto, nelle mani dei miei figli, il mondo perduto che stanno ancora cercando di salvare.

D. QUALE VOCE DI SCRITTORE SENTI PIÙ VICINA AL TUO DOLORE, AL TUO CORAGGIO O ALLA TUA SPERANZA?

R. Se dovessi mettere un solo libro nelle tue mani — una voce che si avvicina al tuo dolore, al tuo coraggio e alla tua speranza ostinata — sceglierei:


Darwish scrive come qualcuno che porta un’intera città nel petto. Questo libro non parla solo della guerra; parla di ciò che la guerra fa al pane, al caffè, al mattino, ai dettagli ordinari che dovrebbero essere al sicuro. La sua voce è lirica, ma mai distante — trasforma la paura in linguaggio, e il linguaggio in rifugio. Se la tua scrittura nasce dalla perdita ma si rifiuta di arrendersi alla bellezza, sentirai le sue parole camminare accanto alle tue.

D. QUALE VERITÀ SPERI CHE LE MADRI CHE VIVONO IN GUERRA TROVERANNO NELLA TUA STORIA?

R. Spero che le madri che vivono in guerra trovino una verità che sia come una mano tenuta nel buio:
che non stanno fallendo.
La guerra è progettata per far dubitare una madre di sé — per farle credere di non fare abbastanza, di non proteggere abbastanza, di non nutrire abbastanza, di non salvare abbastanza. Trasforma l’amore in un panico costante, e la maternità in una scusa infinita rivolta ai figli per un mondo che non abbiamo creato. Voglio che la mia storia risponda a questa crudeltà e dica: il tuo amore non è piccolo perché non può fermare le bombe. Il tuo amore è eroico perché mantiene umani i tuoi figli dentro la tempesta.
Spero che si riconoscano nella mia paura e sentano comunque la dignità rialzarsi dentro di loro. Che le notti di fame, le mani tremanti, i sorrisi forzati, le preghiere sussurrate sotto il rumore degli aerei — tutto questo non è debolezza. È il lavoro invisibile della sopravvivenza. È una forza che nessuna telecamera cattura e nessun titolo comprende.
E spero che trovino coraggio — non quello rumoroso, ma il coraggio silenzioso che si sveglia di nuovo dopo una notte insonne e continua. Il coraggio delle madri che diventano rifugi quando non esistono rifugi, che inventano la sicurezza con la propria voce, che insegnano la tenerezza ai figli mentre il mondo insegna loro il terrore.
Soprattutto, spero che trovino una speranza che non insulti la loro sofferenza. Non una speranza come fantasia, ma una speranza come resistenza: il rifiuto di essere cancellate. Il rifiuto di lasciare che la guerra definisca l’unica storia che i loro figli erediteranno.
Se la mia storia può dare loro qualcosa, voglio che sia questo:
non siete sole. Il vostro dolore ha un nome. La vostra resistenza ha un significato. E la vostra voce — per quanto spezzata — merita di essere ascoltata.

Ringrazio Majd Al-Assar per la disponibilità, il coraggio e l’ascolto con cui ha risposto a questa intervista.

In libreria e sugli store online dal 4 novembre 2025

COSA NE PENSO 

Il mio cuore libero è una testimonianza potente e necessaria. Majd Al-Assar scrive dalla ferita aperta della guerra, trasformando dolore, perdita e paura quotidiana in una voce che non chiede pietà, ma ascolto. La sua è una scrittura essenziale e vibrante, capace di raccontare la devastazione attraverso i gesti più semplici: il pane, i figli, la casa perduta.
Al centro del libro c’è la maternità come resistenza, l’identità che rifiuta di essere cancellata, la memoria come ultimo rifugio. Non è una lettura comoda, ma è una lettura giusta. Ogni pagina restituisce umanità a ciò che spesso viene ridotto a numeri e titoli.
In conclusione, leggere Il mio cuore libero significa scegliere di ascoltare una voce che il mondo non può permettersi di ignorare.

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11 gennaio 2026

RECENSIONE DEL LIBRO : ADELE E OLIVER DI PAUL STERLING




In libreria e sugli store online dal 
10 luglio 2024 Aedebooks
 


NOTE SULL’AUTORE 

Sterling è anche autore di testi divulgativi come Shakespeare raccontato da Paul Sterling , pensati per avvicinare il grande pubblico alle opere della tradizione classica. In diverse iniziative editoriali dedicate alla promozione della lettura nelle scuole, il suo nome compare inoltre tra i soci della British Shakespeare Association, a conferma di un’attività culturale che si estende oltre la narrativa e si inserisce in un più ampio impegno per la diffusione della letteratura.


SINOSSI 

Adele e Oliver è un intenso romanzo fiabesco che racconta la vita di Adele, la protagonista, alla quale, da bambina, per un terribile incidente, viene amputata una gamba. Adele con coraggio e ostinazione, con a fianco Oliver, il suo cagnolino, riuscirà a superare gli ostacoli che la vita le ha messo davanti e arriverà a realizzare il suo grande sogno: partecipare alle Paralimpiadi. Un libro coinvolgente, positivo e motivazionale per tutti, che fa riflettere e che regala, talvolta un sorriso e, altre volte, fa luccicare gli occhi. Un racconto ricco di spunti di riflessione sulla vita, sul dolore, sulla diversità, sul bullismo, ma anche sulla positività, la passione e la determinazione, sul ruolo dello sport e sull'importanza di credere nei propri sogni. 

COSA NE PENSO

Ho letto questo libro praticamente tutto d’un fiato, lasciandomi avvolgere dalla dolcissima e fiabesca storia di amicizia tra Adele e Oliver. È un racconto che parla di disabilità senza filtri, vissuta nella sua drammaticità ma anche con una dignità e un coraggio disarmanti. Adele è una bambina piena di vita, luminosa, capace di trasformare quella che il mondo definisce “imperfezione” nella sua più grande forza.
Dire che ci si commuove sarebbe riduttivo: con una storia così tra le mani è semplicemente impossibile restare indifferenti. Ogni pagina è attraversata da una cura profonda, da una dolcezza autentica che non scade mai nel pietismo. Ho apprezzato moltissimo anche la prefazione, arricchita dalle testimonianze e dalle parole sincere di noti e autorevoli campioni dello sport italiano, un contributo prezioso e piacevole da leggere.
I capitoli sono brevissimi, la scrittura è fluida, delicata, capace di accompagnare il lettore senza appesantirlo. L’amicizia, qui, è raccontata come un dono raro e speciale: quella tra Adele e il suo fedele amico a quattro zampe è tenera, profonda, commovente. Si piange, sì, ma si ride anche, grazie alle marachelle di Adele bambina, che conquista il cuore fin dalle prime pagine. È impossibile non amarla.
Questo è un libro adatto a tutte le età, un invito aperto a conoscere una storia tanto profonda quanto reale. Perché la disabilità non è invisibile: ci riguarda tutti. E soprattutto ci ricorda il valore della famiglia, dell’amore per i genitori e per i nonni, pilastri fondamentali nella crescita di ogni essere umano. Questo graziosissimo libro ce lo ricorda con una semplicità disarmante.
La disabilità, in fondo, esiste negli occhi di chi guarda — e non dovrebbe essere così.

«I bambini sanno che il segreto per essere felici è nascosto in una cosa che fa ridere. E poi, se proprio non riesco a sorridere felice, corro ad abbracciare la mamma o il papà, o i miei nonni. Se sono molto molto triste, posso piangere un pochino sulle loro spalle, ma poi, con un loro abbraccio forte forte, tutto passa… tutti dovre bbero avere qualcuno da abbracciare…»

In conclusione, un libro super consigliato per chi desidera leggere una storia scritta bene, capace di emozionare profondamente e di lasciare nel cuore una dolcezza che resta a lungo.


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17 dicembre 2025

CURARE L’ANIMA CON LE STORIE : INTERVISTA AD ANDREA VITALI SUL SUO NUOVO ROMANZO.


Cari lettori,

l’ospite di questa nuova intervista è Andrea Vitali, tra le voci più amate della narrativa italiana contemporanea.

Nato a Bellano nel 1956, medico di professione, esordisce nel 1989 con Il procuratore, vincitore del *Premio Montblanc per il romanzo giovane. Da allora il suo percorso letterario è costellato di importanti riconoscimenti. Con Una finestra vistalago (Garzanti, 2003) ottiene il Premio Grinzane Cavour e il Premio Bruno Gioffrè, avviando una lunga stagione di successi editoriali.

Tra i numerosi premi ricevuti ricordiamo il Premio Bancarella (La figlia del podestà), il Premio Ernest Hemingway (La modista), il Premio Campiello – Giuria dei Letterati, la finale al Premio Strega e il Premio Giovannino Guareschi per l’Umorismo nella Letteratura, che celebra la sua inconfondibile cifra stilistica.


D. I RIMEDI DEL DOTTOR AIACE DEBOUCHÉ CI RIPORTA NEL SUO MICROCOSMO SUL LAGO. QUAL È STATA LA SCINTILLA NARRATIVA CHE HA FATTO NASCERE IL DOTTOR DEBOUCHÉ E I SUOI IMPROBABILI RIMEDI?

R. Potrà sembrare sciocco ma fu un’esperienza professionale durante gli anni in cui faceva il medico di base e capitò in un periodo in cui il problema della stipsi perseguitava un paio di miei assistiti e di conseguenza anche me con le loro richieste di rimedi che si rivelavano inefficaci. Fu allora che nacque l’idea di questo soggetto, farmacista, che prende di punta il problema trovando così il modo di sfogare la sua spinta alla ricerca. Riuscendo infine a scovare un rimedio pressoché infallibile e che, come è raccontato, va anche oltre le più rosee previsioni.

D. NEI SUOI ROMANZI L’IMPREVISTO GOVERNA TUTTO. IN QUESTA STORIA, QUALE COINCIDENZA O ROVESCIAMENTO DI DESTINO INCARNA MEGLIO L’ASSURDITÀ – E LA BELLEZZA – DELLA VITA REALE?

R. Direi soprattutto la decisione del Geranio senior, il proprietario dell’opificio lecchese, che per piegare il figlio Geranio, che vorrebbe fare il musicista, ai suoi voleri lo spedisce, a scopo tanto punitivo quanto educativo, presso il magazzino del cotonificio bellanese affinché si faccia le ossa capisca cos’è il vero lavoro. Una mossa che gli si ritorcerà contro visto che il risultato sarà quello di fargli conoscere Virginia Bordonera, evento che determinerà il destino di entrambi.

D. LEI SA FAR RIDERE SENZA MAI PERDERE LA PROFONDITÀ. QUAL È IL SEGRETO PER RACCONTARE LA FRAGILITÀ UMANA CON IRONIA SENZA SCADERE NELLA CARICATURA?

R. Sono convinto che il segreto stia nell’essere innanzitutto auto ironici il che non significa non prendere mai sul serio le cose ma, al contrario, cercare di dar loro il giusto peso, valutazione che comprende anche sé stessi: non sopravalutarsi in sostanza o, se si preferisce, tenere saldamente i piedi per terra. Così facendo si entra meglio in contatto con il resto dell’umanità che ci circonda, se me apprezza il valore e ci si arricchisce. Di più a volte ci si può specchiare negli altri e cogliere di riflesso i propri difetti, mai sospettati prima.

D. TRA I PERSONAGGI CHE AFFOLLANO IL RACCONTO, CE N’È UNO CHE, A SUO AVVISO, RIVELA PIÙ DI TUTTI IL CUORE NASCOSTO DELLA VICENDA?

R. Sono due direi, Virginia Bordonera e Oreste Geranio, i due giovani che non vogliono rinunciare alle loro prospettive di futuro e che incarnano gli eterni conflitti generazionali: con i loro comportamenti, benché inconsapevolmente, indirizzano anche le vite di altri nella giusta direzione, basti pensare alla realizzazione del sogno del Debouché e alla madre dello stesso Geranio che assumerà il ruolo fino ad allora ricoperto dal marito. 

D. IL LAGO, NELLE SUE OPERE, È QUASI UN PERSONAGGIO. IN QUESTO ROMANZO CHE FUNZIONE NARRATIVA SVOLGE: RIFUGIO, SPECCHIO O DETONATORE DEGLI EVENTI?

R. Mi piace pensare che il lago, elemento essenziale nel paesaggio fisico e interiore, sia un po’ tutte di queste cose ma soprattutto sia spettatore di ciò che gli accade intorno, serafico, quasi sorridente, quasi fosse un’entità a sé stante, dotato di quella necessaria dose di ironia che gli permette di guardare alle umane cose da una distanza che è solo dl saggio.

D. C'È QUALCOS'ALTRO CHE VUOLE AGGIUNGERE... CHE VORREBBE DIRE AI TUOI LETTORI?

R. Cos’altro se non ringraziarli per trovare il tempo da dedicare a queste storie? 

D. DOPO I RIMEDI DEL DOTTOR AIACE DEBOUCHÉ, VERSO QUALI NUOVE DIREZIONI SENTE DI VOLER SPINGERE LA SUA SCRITTURA? PUÒ ANTICIPARE UNA SUGGESTIONE, UN’IDEA, UNA NUOVA ATMOSFERA?

R. Ci sono progetti che stanno maturando nel cassetto, storie pronte o quasi, il ritorno il campo del maresciallo Maccadò, un esordio che riguarda il maestro Fiorentino Crispini infine giunto a protagonista assoluto di storie che lo riguardano e poi mezze idee che ancora hanno bisogno di vagare in quel mondo di mezzo che è il territorio dell’immaginario prima di atterrare e cominciare a diventare parola scritta.

Grazie ad Andrea Vitali per essere stato mio ospite e per la disponibilità dimostrata. 


In libreria e sugli store online dal 4 novembre 2025 Garzanti Editore


SINOSSI 

Chiuso nel retrobottega della farmacia che ha da poco acquistato a Bellano, il dottor Aiace Debouché sta facendo i suoi conti e le sue valutazioni. È una sera di febbraio del 1920, ovattata dalla neve copiosa che ha imbiancato le rive del lago e coperto il paese di una coltre immacolata. Il risultato delle analisi del dottore appare quanto mai eloquente, ma la causa un po' meno. Forse bisognerebbe indagare sulla scarsa varietà dell'alimentazione dei suoi nuovi concittadini, oppure verificare la presenza di una tara genetica che si tramanda di generazione in generazione; sta di fatto che data la frequenza con cui vengono richiesti alcuni tipi di farmaci è evidente che il malessere più diffuso in paese è la stitichezza. E lui, uomo di scienza dalle robuste ambizioni, si sente perciò investito del compito di trovare un rimedio potente e infallibile. Ma per il dottor Debouché l'arrivo a Bellano non riserva solo peculiarità di tipo sanitario. Vi trova una comunità con le proprie gerarchie, i propri riti e una spiccata tendenza al pettegolezzo. E anche la squisita mostarda del droghiere Vespro Bordonera, che oltre a vendere prelibatezze ha una figlia in età da marito che è un vero gioiello. Vuoi perché Virginia è davvero una bellezza, educata in Svizzera e con velleità di un matrimonio di livello, vuoi perché il Debouché è un ottimo partito e il migliore sulla piazza, l'incontro tra i due sembra già scritto dal destino. Solo che stavolta il farmacista scienziato i conti non li ha fatti con la dovuta accuratezza, soprattutto con sé stesso e con certi problemi che si trascina fin dalla giovinezza. Con "I rimedi del dottor Aiace Debouché" Andrea Vitali ci reimmerge nel cuore del suo mondo letterario, popolato da personaggi inimitabili e involontariamente comici. L'intreccio delle vicende mette in scena l'imprevedibilità della vita, le sue impensabili coincidenze e le inaspettate vie di fuga che gli abitanti di quella sponda del lago sanno inventarsi per fronteggiare gli eventi.

COSA NE PENSO 

Con I rimedi del dottor Aiace Debouché, Andrea Vitali torna nella sua amata Bellano per raccontare, con ironia sottile e sguardo affettuoso, le fragilità di una piccola comunità di provincia negli anni Venti. Il dottor Aiace, farmacista ambizioso e uomo di scienza, si trova presto coinvolto in un mondo fatto di pettegolezzi, consuetudini e aspettative sociali che mettono in crisi le sue certezze e i suoi progetti. Tra nevicate silenziose, rimedi improbabili e incontri destinati a cambiare il corso degli eventi, Vitali costruisce un romanzo corale e divertente, dove il sorriso si accompagna a una riflessione più profonda sull’imprevedibilità della vita e sui limiti dell’uomo di fronte a sé stesso. 
In conclusione, un racconto lieve e brillante, popolato da personaggi memorabili, che conferma ancora una volta la cifra inconfondibile dell’autore.
Buona lettura! 




Caterina Lucido © Riproduzione riservata

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04 dicembre 2025

LUDOVICA ELDER : LA VOCE NUOVA CHE INCANTA NE “I VESTITI DELLA DOMENICA”



Cari amici e care amiche,

l’ospite di oggi è Ludovica Elder, autrice de I vestiti della domenica, il suo romanzo d’esordio.
Nata nel 1980 a Monfalcone, vive oggi a Milano, mantenendo un forte legame con le sue radici, che affondano nella terra rossa del Carso.

In questa intervista condivide il suo percorso, le ispirazioni e l’universo emotivo che ha dato vita al romanzo.


D. CHI È LUDOVICA?

R. Sono nata a Monfalcone, il porto più a nord dell’Adriatico, dove la bora ti porta via e il confine non è solo una linea sulle carte, ma un modo di stare al mondo. È una città di cantieri, di dialetti che si
mescolano, di partenze e ritorni. Poco più in là c’è Trieste, con la piazza Unità che si affaccia sul mare come un palcoscenico: forse da lì viene il mio bisogno di raccontare storie.
Per studio e per lavoro ho viaggiato, ho vissuto altrove, ma il mio Nord resta quello: il Carso, le pietre, le case sferzate dal vento. Se fossi un personaggio del mio romanzo, sarei una donna con un piede nella tradizione e l’altro pronto a sconfinare. A un certo punto ho capito che non mi bastava
più portarli dentro di me, quei luoghi: dovevo metterli sulla pagina. Così sono nati I vestiti della domenica.

D. COM’È NATA L’IDEA DEL TUO ROMANZO I VESTITI DELLA DOMENICA?

R. È nata da una mancanza. Leggevo molte saghe familiari, romanzi di donne e di uomini immersi nella loro epoca, e mi chiedevo: “E le famiglie della mia terra? Chi le racconta?”. Mi sembrava che ci fosse un vuoto narrativo proprio lì, su quel pezzo d’Europa dove le lingue cambiano da un paese all’altro e la storia lascia segni profondi nei cognomi, nelle abitudini, perfino nei silenzi.
Ho scelto il 1923 perché rappresenta un periodo di frattura: il dopoguerra, le identità che si ridefiniscono, un territorio di confine in cui ogni scelta - politica, affettiva, persino linguistica - ha un prezzo. Quel confine, nel romanzo, non è solo geografico: è il punto in cui ognuno deve decidere
chi vuole essere. Alcuni personaggi possono scegliere, altri subiscono le scelte altrui; ma anche ciò
che ci viene imposto finisce per modellarci.
Il titolo, I vestiti della domenica , parla di questo: di ciò che mostriamo al mondo e di ciò che teniamo nascosto sotto la stoffa buona. È un romanzo “visivo”: le stanze della domenica, le tavole
apparecchiate, gli abiti tirati fuori dall’armadio, il rumore del vento fuori dalle finestre. Mi piace pensare che il lettore possa “vederlo” prima ancora di giudicarlo.

D. C’È UN AUTORE O UN’OPERA CHE TI HA INFLUENZATA PROFONDAMENTE E
CHE RITROVI, IN QUALCHE MODO, NEL TUO STILE NARRATIVO?

R. La verità è che siamo impastati con i libri che abbiamo amato. Se qualcuno trovasse nel mio romanzo un’eco di altre voci, per me sarebbe solo un onore.
Nel mio personale albero genealogico di lettrice, in alto ci sono Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa
per il modo in cui racconta un intero Paese partendo da una famiglia; il teatro di Pirandello, con quei personaggi che non smettono mai di definirsi; e autori come Paolo Rumiz,
capaci di far sentire fisicamente i luoghi, il viaggio, il paesaggio.
Sono opere diversissime, ma hanno in comune qualcosa che inseguo anch’io: l’essere insieme graffianti e poetici. Se chi legge I vestiti della domenica percepisse anche solo un riflesso lontano di quella intensità, mi considererei più che fortunata.

D. COME VIVI IL RAPPORTO CON I TUOI PERSONAGGI QUANDO LI CREI? TI
ASSOMIGLIANO O SONO L’OPPOSTO DI TE?

R. Non ho copiato nessuno dalla realtà, ma ho prestato ai personaggi emozioni che conosco: la paura
di cambiare, la fedeltà a una terra, la nostalgia per ciò che si è perso e forse non tornerà. Non credo
che mi assomiglino direttamente, ma ciascuno porta con sé un frammento di esperienze che ho vissuto oppure osservato.
Mi interessa soprattutto evitare l’effetto “santino” o “mostro”: i buoni non lo sono mai fino in fondo, i cattivi hanno sempre una crepa di luce. La sfida è proprio questa: mostrare i difetti dei
buoni e i pregi dei cattivi senza snaturarli. È lì che la storia si fa umana.

D. QUAL È LA SFIDA PIÙ GRANDE CHE HAI INCONTRATO COME SCRITTRICE
EMERGENTE, E COME L’HAI SUPERATA (O STAI CERCANDO DI SUPERARLA)?

R. La cosa più difficile è stata smettere di nascondermi. Scrivere è un gesto intimo, quasi segreto; pubblicare significa uscire allo scoperto e dire: “Questa storia porta il mio nome, la potete leggere, giudicare, amare o no”. È un piccolissimo atto di coraggio, e ci ho messo un po’ a compierlo.
Poi c’è una sfida silenziosa, ma enorme: conquistare il tempo dei lettori in un mondo che corre velocissimo. 
Io non la vivo come una lotta, piuttosto come un invito: offrire una storia che valga la pena di rallentare.
Quanto agli ostacoli “tecnici”, li ho affrontati con la stessa curiosità con cui affronto la scrittura: ascoltando, imparando, chiedendo consigli. 
Ora I vestiti della domenica sono là fuori, naviga da solo. Io gli ho dato il varo, adesso spero trovi porti accoglienti.

D. C'È QUALCOS'ALTRO CHE VUOI AGGIUNGERE... CHE VORRESTI DIRE AI TUOI LETTORI?

R. Vorrei chiedere una cosa piccola e gigantesca insieme: tempo.
I vestiti della domenica non è un libro da leggere di corsa in metropolitana tra una notifica e l’altra.
È un romanzo che funziona meglio se gli si concede un piccolo rituale, come ai vestiti buoni: lo si “indossa” quando si ha voglia di stare un po’ da soli con sé stessi. Staccarsi da Internet e dalla
frenesia dei messaggi a ciclo continuo.
Mi piacerebbe che ogni lettore trovasse, tra le pieghe della storia, un dettaglio che gli somiglia: una scelta mancata, una frase non detta, un gesto di coraggio insospettato. Se, chiudendo L’ultima pagina, qualcuno sentisse che questo libro gli abbia parlato in modo personale, allora l’incantesimo
si potrebbe dire riuscito. Il vero finale, in fondo, lo scrive chi legge.

D. PARLACI DELLE INFLUENZE LETTERARIE CHE HAI AVUTO, DEGLI SCRITTORI CHE AMI.

R. Impossibile, per me, non citare Svevo, e con lui gli scrittori di inizio Novecento. Mi ha sempre affascinato quel momento di scoperta dell’animo umano, con le sue debolezze e unicità. Sono impresse in me Le braci di Sándor Màrai, così come i racconti di Stefan Zweig, o il suo Il mondo di ieri. 
Mi piace molto la scrittura di Orhan Pamuk, di Ian McEwan, e della nostra Simonetta Agnello Hornby.


Grazie a Ludovica Elder per essere stata mia ospite.


In libreria e sugli store online dal 15 aprile 2025 Edizioni Piemme

SINOSSI 

La vigna vecchia dei Pàhor guarda Trieste dall’alto delle colline del Carso: tra i filari soffiano l’aria di mare e il sussurro impetuoso della Bora, mitigato dal passaggio verticale sulle rocce. È una sera di settembre e tutto è pronto per la festa di fine vendemmia. Vittorio Stefàncich ha combattuto la Grande Guerra come un eroe. Tornato alla vita comune, fatica a riprendere il suo ruolo nell’azienda di famiglia. Freddo e severo coi dipendenti, imbastisce trattative di mercato militaresche, spietate. Antonia Pàhor è diversa dalle dame che affollano le nobili vie della città: nata in un paese del Carso, ha un animo contadino, buono, e non ha niente in comune con la borghesia triestina che affronta la fine di un’epoca di sfarzo, quella imperiale. Quando s’incontrano alla festa, nel cuore di entrambi scatta qualcosa, come una silenziosa promessa.
Ma la guerra è finita soltanto nelle trincee. Alla vigna vecchia c’è anche Giacomo Ledri, figlio dell’avvocato più in vista della città. Si è sentito dire per una vita intera che, a differenza del migliore amico, Vittorio, è un fallimento. Adesso, con l’ascesa del partito di Mussolini, Giacomo ha intuito che chi si schiererà coi fascisti avrà la strada spianata. Affamato di potere e gloria, decide di sfruttare l’amicizia che lo lega alle facoltose famiglie Pàhor e Stefàncich, che trascinerà con sé tra le fiamme di un secolo breve e violento.


COSA NE PENSO 

Con I vestiti della domenica, Ludovica Elder firma un esordio sorprendente per maturità narrativa e cura della lingua. Il romanzo, ambientato tra le colline del Carso e la Trieste del primo Novecento, intreccia le vite di tre protagonisti – Vittorio Stefàncich, Antonia Pàhor e Giacomo Ledri – restituendo un affresco intenso in cui la Storia filtra attraverso gesti quotidiani, silenzi e tensioni familiari.
La vigna dei Pàhor, spazzata dalla Bora e radicata nella pietra carsica, è descritta con tale forza da diventare quasi un personaggio: un paesaggio vivo che riflette la durezza e la fragilità dell’animo umano. La coralità della narrazione è uno dei punti di forza del romanzo: Vittorio, eroe di guerra incapace di ritrovare un ruolo; Antonia, anima contadina luminosa; Giacomo, figura inquieta e ambiziosa, forse il più complesso e riuscito.
Elder tratta il contesto storico – il primo Dopoguerra e l’ascesa del fascismo – senza didascalismi, lasciando che le trasformazioni del Paese emergano attraverso le scelte dei personaggi. La scrittura è controllata, limpida e a tratti poetica, soprattutto nelle descrizioni del Carso, anche se in alcuni momenti il lirismo rallenta il ritmo, già piuttosto misurato nella prima parte.
Tra i limiti dell’opera si nota una caratterizzazione non sempre equilibrata: mentre Vittorio e Giacomo hanno una psicologia sfumata, Antonia resta talvolta più simbolo che figura tridimensionale. Nonostante ciò, il romanzo possiede una forza emotiva notevole e un’atmosfera evocativa che avvolge il lettore.
In conclusione, I vestiti della domenica è un esordio consapevole, ricco di immagini, radici e memoria. Una storia che mette in scena fragilità, desideri e ferite del secolo breve, rivelando una voce narrativa che merita attenzione e che promette sviluppi ancora più maturi. Consigliato. Buona lettura! 


© Riproduzione riservata


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01 dicembre 2025

DICEMBRE: IL MESE CHE SUSSURRA LUCE


Dicembre arriva sempre in punta di piedi, con quel modo tutto suo di avvolgere le giornate in un’aria più lenta, più morbida, quasi sospesa.
È il mese delle attese, dei ritorni, dei piccoli gesti che sanno scaldare più di un fuoco acceso. Le luci si accendono piano, una a una, come se la città intera cercasse di ricordarci che la bellezza sa resistere a tutto: al freddo, alla distanza, persino al tempo.

E mentre prepariamo le nostre case alla festa più luminosa dell’anno, un pensiero lieve ma necessario si fa strada: quello rivolto a chi vivrà questo Natale lontano dalla pace.
A chi accenderà una candela non per tradizione, ma per speranza.
A chi aspetta una voce, un abbraccio, un ritorno.
A chi conosce la fragilità dei giorni e la forza dei sogni.

Dicembre ci ricorda che la gentilezza è un dono che non costa nulla, che una parola può diventare rifugio e che un abbraccio, anche se solo immaginato, può attraversare montagne, confini e tempeste.

Che questo mese possa portare luce anche dove sembra impossibile.
Che possa accarezzare chi soffre, sostenere chi resiste, abbracciare chi spera.

E a noi, che abbiamo il privilegio della calma, possa insegnare a non darla mai per scontata.


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