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18 gennaio 2026

INTERVISTA A MAJD AL-ASSAR: IL DOLORE TRASFORMATO IN PAROLA.


Cari lettori,
ciò che segue è un’intervista che nasce dalla ferita e si affida alla scrittura per non essere dimenticata. Majd ci racconta la guerra vissuta nella carne e nella voce, trasformando la sofferenza in testimonianza.
Majd Al-Assar è una scrittrice e madre palestinese. Attraverso la parola racconta l’esperienza della guerra vissuta in prima persona, trasformando il dolore, la perdita e l’esilio in narrazione e memoria. La sua scrittura nasce dall’urgenza di dare voce all’infanzia sotto assedio, alla maternità come forma di resistenza e alla memoria come unico spazio inviolabile. Con Il mio cuore libero Garzanti , Majd afferma la forza della parola come atto di dignità, identità e sopravvivenza.

D. COSA TI HA SPINTA A TRASFORMARE LE TUE FERITE PERSONALI DI GUERRA IN UN LIBRO?

R. Il mio percorso nella scrittura è iniziato in una notte ordinaria, resa straordinaria dalla fame. A Gaza, la scarsità era diventata un linguaggio quotidiano che tutti parlavamo: misurare il pane, contrattare le porzioni, imparare a far durare un solo pasto per un’intera giornata. I miei figli avevano fame, e mio figlio Salah — aveva solo dieci anni — uscì per comprare dei falafel in un posto vicino, una piccola commissione che portava con sé il peso della sopravvivenza. Prima che uscisse, negoziammo come fanno gli adulti in tempo di guerra: un pasto semplice, solo quanto bastava per arrivare a fine giornata, perché il cibo era diventato dolorosamente raro.
Era in una lunga fila, in attesa del suo turno per pochi piccoli dischi di falafel — qualcosa di così umile che non dovrebbe mai essere pericoloso. Poi, senza alcun preavviso, un missile cadde accanto a lui. In un istante, tutti intorno a lui furono fatti a pezzi — corpi ridotti in frammenti, vite trasformate in cenere e orrore. Una scena che si è ripetuta migliaia di volte a Gaza, eppure per ogni madre è la prima volta, l’unica volta, la fine del mondo.
Sono sopravvissuta a quella notte con il cuore di una madre spaccato in due — dalla paura, dall’impotenza, dalla brutale consapevolezza che anche l’atto più semplice, anche un bambino in cerca di cibo, può diventare una condanna a morte. Ho scritto per tenere unita la mia famiglia mentre la realtà cercava di frantumarci. Ho riversato il nostro terrore, la nostra fame, la nostra instabilità e la nostra paura incessante in un articolo — solo per scoprire, mentre scrivevo, che portavo dentro molto più dolore di quanto un singolo testo potesse contenere.
È stato allora che ho capito: le mie ferite non erano solo mie. Erano una testimonianza. E se non le avessi trasformate in un libro, sarebbero rimaste sepolte sotto le macerie — non dette, non registrate, facili da ignorare per il mondo. Ho scritto perché la mia voce deve essere ascoltata oltre i confini e i titoli dei giornali. Ho scritto perché la guerra ruba nomi, volti e futuri — e io mi rifiuto di lasciarle rubare anche la nostra storia.

D. IN CHE MODO LA GUERRA PALESTINESE HA RIMODELLATO LA TUA IDENTITÀ DI DONNA E DI MADRE?

R. La guerra palestinese non ha semplicemente cambiato i dettagli della mia vita — ha riscritto il significato di chi sono. Ha rimodellato la mia identità di donna e di madre come il fuoco rimodella il metallo: dolorosamente, senza tregua, con una forza che non lascia nulla intatto.
Come donna, un tempo mi misuravo attraverso i sogni che portavo con me, i progetti che facevo, le dolci libertà dei giorni ordinari. La guerra ha spogliato tutto fino all’osso. Mi ha insegnato che la femminilità non è solo gentilezza — è resistenza. È la forza silenziosa di mantenere la dignità quando tutto intorno è progettato per spezzarti. In mezzo alla distruzione, ho imparato a restare in piedi anche quando il cuore crollava, a tenere ferma la voce anche quando le mani tremavano. La guerra mi ha costretta a guardarmi in uno specchio più duro, dove ho visto una versione di me forgiata dal dolore, dal coraggio e da una sopravvivenza ostinata.
Come madre, la trasformazione è stata ancora più intima — perché la guerra non combatte solo gli eserciti; dà la caccia all’infanzia. Costringe una madre a diventare molte cose insieme: un rififugio, un medico senza medicine, un’insegnante senza aula, una provveditrice senza risorse, una guardiana contro pericoli con cui non si può negoziare. La mia maternità è diventata un calcolo continuo: come trovare cibo, come trovare acqua, come mantenere calmi i miei figli quando il cielo è rumoroso, come sorridere perché non vedano la paura che vive dietro i miei occhi.
La guerra mi ha insegnato una verità terribile: che l’amore, a Gaza, non è un sentimento — è un atto di resistenza. Crescere dei figli sotto i bombardamenti significa affermare che la vita vale ancora. Confortarli quando le pareti tremano significa sfidare la crudeltà del mondo con la tenerezza. Eppure, ha lasciato in me segni che porterò per sempre: il senso di colpa di non poter promettere sicurezza, il dolore di vedere l’innocenza invecchiare troppo in fretta, la costante preparazione alla perdita.
Ma se la guerra ha ferito la mia identità, l’ha anche chiarita. Mi ha fatto capire che non sono solo una madre che protegge i suoi figli — sono una madre che protegge la loro umanità. Non sono solo una donna che sopravvive a un assedio — sono una donna che si rifiuta di essere cancellata. La guerra ha cercato di ridurci a numeri, a titoli, a statistiche che scompaiono al mattino. Invece, mi ha trasformata in qualcuno che ricorda, che parla, che testimonia.
Sono una donna palestinese, e sono una madre — due identità che la guerra tenta di silenziare, e che invece rende più forti. E ora, anche tra le rovine, porto con me qualcosa di infrangibile: la volontà di mantenere vivi i nomi, i sogni e le storie dei miei figli — finché il mondo non imparerà finalmente ad ascoltare.

D. DOPO AVER PERSO LA TUA CASA, COSA SIGNIFICA PER TE OGGI “APPARTENENZA”?

R. Dopo aver perso la mia casa, ho capito che la guerra non finisce quando smettono le bombe — insiste nel lasciare la sua firma sulle cose che amiamo di più. E per me, ha inciso il suo nome nella mia casa.
La mia casa non era solo un edificio. Era il battito del cuore della mia famiglia reso visibile. Custodiva i nostri ricordi come il mare custodisce il sale — in silenzio, fedelmente, in ogni angolo. Ha visto i primi passi dei miei figli, le piccole celebrazioni che rendevano tenera la nostra vita difficile, le conversazioni notturne, l’odore familiare delle coperte, il conforto di tornare sempre alle stesse pareti dopo una lunga giornata. Mi prendevo cura di ogni dettaglio. Sceglievo ogni cosa con attenzione e amore, come se stessi disponendo la sicurezza con le mie stesse mani — perché a Gaza una casa non è un lusso; è una dichiarazione di fiducia nel domani.
E poi è stata portata via.
Eppure, la mia perdita non è solo mia. Sono un filo in un tessuto lacerato. Come tante famiglie di Gaza, siamo diventati senzatetto — sfollati in tende fragili che non possono proteggerci dalla crudeltà delle stagioni: né dal caldo bruciante dell’estate, né dal freddo invernale che arriva senza pietà. Una tenda non è una casa. Non contiene dignità. Non preserva la privacy. Non mantiene i bambini al sicuro. È una pausa tra disastri, non una vita.
Perdere la propria casa significa perdere più di un riparo. Significa perdere la sensazione di essere accolti dal mondo. Significa perdere la certezza silenziosa di avere una porta da chiudere contro la paura. Significa perdere la dignità della stabilità — il semplice diritto di riposare senza ascoltare il pericolo. Quando la tua casa viene distrutta, la tua sicurezza crolla con essa, e persino il tuo senso di te può iniziare a sembrare macerie.
E chi distrugge le nostre case sa esattamente cosa sta facendo. Sa quanto tempo, sforzo e amore investiamo nel costruirle — mattone dopo mattone, sacrificio dopo sacrificio. Non stanno solo demolendo muri; stanno cercando di cancellare la nostra esistenza, di sradicarci, di spingerci lontano dalla nostra terra finché non diventiamo un popolo senza indirizzo, senza storia, senza diritto.
Allora cosa significa oggi “appartenenza” per me?
L’appartenenza non è più legata a un tetto o a una serie di stanze. L’appartenenza è la verità ostinata che io sono ancora qui. Sono i nomi dei miei figli pronunciati sotto il cielo aperto. È il ricordo della nostra casa portato dentro di noi come una brace che si rifiuta di spegnersi. È la comunità di Gaza — ferita, sfollata, in lutto — che continua a sorreggersi a vicenda quando tutto il resto crolla.
L’appartenenza, oggi, non è conforto.
È resistenza.
È il rifiuto di essere cancellati.
È la certezza che anche se ci tolgono le case, non possono toglierci le radici.

D. COME RIESCI A RIMANERE FORTE PER I TUOI FIGLI QUANDO LA PAURA DIVENTA PARTE DELLA VITA QUOTIDIANA?

R. Rimango forte come fanno sempre le madri in guerra: non sconfiggendo la paura, ma imparando a portarla senza lasciarle il comando.
La paura vive con noi come l’aria — invisibile, costante, inevitabile. Mi siede accanto quando mi sveglio e segue i miei figli quando escono. Ma ho imparato che la mia forza non è l’assenza di terrore; è la decisione, ripetuta ogni giorno, di diventare per loro un luogo sicuro anche quando il mondo non lo è.
A volte, la forza è routine — piccoli rituali che dicono a un bambino che la vita ha ancora una forma: lavare i volti con poca acqua, contare il cibo che abbiamo, piegare le coperte, trovare un modo per far sopravvivere un momento ordinario dentro un incubo straordinario. La routine non è semplicità in guerra; la routine è resistenza.
A volte, la forza è linguaggio. Scelgo le parole con cura, perché i bambini prendono in prestito la loro comprensione della realtà dalla voce della madre. Non mento loro, ma non consegno nemmeno tutto il peso della mia paura. Traduco il pericolo in qualcosa che possano reggere — e il resto lo reggo io.
E la forza è anche verità — la verità silenziosa che è giusto tremare, piangere, spezzarsi per un momento, purché poi si ritorni. Lascio che i miei figli vedano che le emozioni non sono una vergogna, perché la guerra cerca già di rubare la loro dolcezza. Voglio che sappiano che la tenerezza non è debolezza; è ciò che ci rende umani.
Quando la notte è rumorosa, divento uno scudo con nient’altro che il mio corpo e la mia preghiera. Li stringo a me e do loro calore, perché a volte il calore è l’unica promessa che una madre può mantenere. Racconto loro storie, non per fuggire dalla realtà, ma per ricordare che sono più di essa — che hanno nomi, sogni e futuri che le bombe non hanno il diritto di toccare.
Rimango forte ricordando questo: i miei figli non hanno bisogno di una madre perfetta. Hanno bisogno di una madre presente.
Una madre che continua a scegliere loro — a scegliere l’amore, la stabilità, la speranza — anche quando la paura diventa parte della vita quotidiana.

D. C’È UN SINGOLO MOMENTO DELLA TUA FUGA CHE RISUONA ANCORA DENTRO DI TE OGGI?

R. Sì — c’è un momento della nostra fuga che risuona ancora dentro di me, come se non fosse mai finito.
È stato il momento in cui ho visto i miei figli raccogliere i loro giocattoli e riporli con cura nelle borse prima di scappare. Non cibo. Non acqua. Non vestiti caldi. La prima cosa che hanno preso è stato il fragile resto della loro infanzia — l’unico pezzo di vita normale che potevano ancora tenere tra le mani.
Ogni volta cercavo di parlare con la logica della sopravvivenza. Dicevo a Salah e Nay: «Amori miei, non c’è spazio per i giocattoli. Dobbiamo prendere solo ciò che è necessario». Nella mia mente, “necessario” significava ciò che tiene in vita un corpo.
Ma la loro risposta tornava sempre, ferma e dolorosamente saggia:
«Una volta abbiamo lasciato i nostri giocattoli a casa e li abbiamo persi. Non li lasceremo indietro di nuovo».
In quella frase, i miei figli hanno detto tutto ciò che la guerra ci ha fatto. Non erano testardi — stavano piangendo. Stavano cercando, nell’unico modo che i bambini conoscono, di proteggere ciò che la guerra continua a rubare: il diritto di essere piccoli, di giocare, di sentirsi al sicuro. I loro giocattoli non erano oggetti di plastica; erano la prova che un tempo erano stati bambini senza paura.
Quel momento mi accompagna ancora perché mi ha rivelato una verità che non dimenticherò mai: in guerra, persino l’infanzia diventa qualcosa che devi mettere in valigia e portare con te, come se l’innocenza fosse un lusso che potresti non ritrovare mai più. E da allora non ho più guardato un giocattolo allo stesso modo — perché ho visto, nelle mani dei miei figli, il mondo perduto che stanno ancora cercando di salvare.

D. QUALE VOCE DI SCRITTORE SENTI PIÙ VICINA AL TUO DOLORE, AL TUO CORAGGIO O ALLA TUA SPERANZA?

R. Se dovessi mettere un solo libro nelle tue mani — una voce che si avvicina al tuo dolore, al tuo coraggio e alla tua speranza ostinata — sceglierei:


Darwish scrive come qualcuno che porta un’intera città nel petto. Questo libro non parla solo della guerra; parla di ciò che la guerra fa al pane, al caffè, al mattino, ai dettagli ordinari che dovrebbero essere al sicuro. La sua voce è lirica, ma mai distante — trasforma la paura in linguaggio, e il linguaggio in rifugio. Se la tua scrittura nasce dalla perdita ma si rifiuta di arrendersi alla bellezza, sentirai le sue parole camminare accanto alle tue.

D. QUALE VERITÀ SPERI CHE LE MADRI CHE VIVONO IN GUERRA TROVERANNO NELLA TUA STORIA?

R. Spero che le madri che vivono in guerra trovino una verità che sia come una mano tenuta nel buio:
che non stanno fallendo.
La guerra è progettata per far dubitare una madre di sé — per farle credere di non fare abbastanza, di non proteggere abbastanza, di non nutrire abbastanza, di non salvare abbastanza. Trasforma l’amore in un panico costante, e la maternità in una scusa infinita rivolta ai figli per un mondo che non abbiamo creato. Voglio che la mia storia risponda a questa crudeltà e dica: il tuo amore non è piccolo perché non può fermare le bombe. Il tuo amore è eroico perché mantiene umani i tuoi figli dentro la tempesta.
Spero che si riconoscano nella mia paura e sentano comunque la dignità rialzarsi dentro di loro. Che le notti di fame, le mani tremanti, i sorrisi forzati, le preghiere sussurrate sotto il rumore degli aerei — tutto questo non è debolezza. È il lavoro invisibile della sopravvivenza. È una forza che nessuna telecamera cattura e nessun titolo comprende.
E spero che trovino coraggio — non quello rumoroso, ma il coraggio silenzioso che si sveglia di nuovo dopo una notte insonne e continua. Il coraggio delle madri che diventano rifugi quando non esistono rifugi, che inventano la sicurezza con la propria voce, che insegnano la tenerezza ai figli mentre il mondo insegna loro il terrore.
Soprattutto, spero che trovino una speranza che non insulti la loro sofferenza. Non una speranza come fantasia, ma una speranza come resistenza: il rifiuto di essere cancellate. Il rifiuto di lasciare che la guerra definisca l’unica storia che i loro figli erediteranno.
Se la mia storia può dare loro qualcosa, voglio che sia questo:
non siete sole. Il vostro dolore ha un nome. La vostra resistenza ha un significato. E la vostra voce — per quanto spezzata — merita di essere ascoltata.

Ringrazio Majd Al-Assar per la disponibilità, il coraggio e l’ascolto con cui ha risposto a questa intervista.

In libreria e sugli store online dal 4 novembre 2025

COSA NE PENSO 

Il mio cuore libero è una testimonianza potente e necessaria. Majd Al-Assar scrive dalla ferita aperta della guerra, trasformando dolore, perdita e paura quotidiana in una voce che non chiede pietà, ma ascolto. La sua è una scrittura essenziale e vibrante, capace di raccontare la devastazione attraverso i gesti più semplici: il pane, i figli, la casa perduta.
Al centro del libro c’è la maternità come resistenza, l’identità che rifiuta di essere cancellata, la memoria come ultimo rifugio. Non è una lettura comoda, ma è una lettura giusta. Ogni pagina restituisce umanità a ciò che spesso viene ridotto a numeri e titoli.
In conclusione, leggere Il mio cuore libero significa scegliere di ascoltare una voce che il mondo non può permettersi di ignorare.

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18 settembre 2025

PATRIZIA ROSSETTI: UNA VITA TRA TELEVISIONE E SINCERITÀ . LA SUA STORIA IN SEMPLICEMENTE IO.





È un vero piacere per me ospitare sul mio blog Patrizia Rossetti, volto storico della televisione italiana e conduttrice amata dal pubblico. Con una carriera lunga, intensa e costellata di successi, Patrizia mi apre le porte della sua vita, tra ricordi indimenticabili, aneddoti straordinari e momenti di grande emozione, in un’intervista sincera e inedita, accompagnata dal suo libro Semplicemente io.

D. COSA L’HA SPINTA A SCRIVERE SEMPLICEMENTE IO ?

R. Perché mi sono girata indietro e mi sono resa conto che sono trascorsi ben 44 anni dall’inizio della mia carriera. Allora mi sono detta: “Perché no? Perché non raccontare tutto quello che ho vissuto, quello che si è visto e, soprattutto, quello che non si è visto?”. La mia storia, la mia nascita, la mia crescita, le mie felicità e, perché no, anche le mie delusioni. Gli incontri con personaggi straordinari, quelli privati non sempre andati a buon fine… insomma, tutta la mia vita. Ho voluto farlo in maniera schietta, sincera e anche molto ironica. Spero di esserci riuscita.


D. NEL CORSO DELLA SUA CARRIERA HA INCONTRATO MOLTI PERSONAGGI NOTI : C’È UN INCONTRO CHE L’HA COLPITA PARTICOLARMENTE E CHE PORTA ANCORA NEL CUORE?

R. Nella mia carriera ho incontrato davvero tantissimi personaggi straordinari, italiani e stranieri: i più grandi cantanti della musica italiana, da Biagio Antonacci a Vasco Rossi, Gianni Morandi, Tiziano Ferro, Laura Pausini, Giorgia e tanti altri, come Mia Martini. Proprio l’incontro con Mia Martini mi ha colpita molto. Dopo Sanremo venne da me per un’intervista e pochissimo tempo dopo decise di togliersi la vita. È un ricordo struggente e indimenticabile.
Un altro momento molto significativo è stato quando corsi a Roma per intervistare addirittura lo straordinario Sean Connery. Era bellissimo, affascinante, elegante, educatissimo. Avevo solo un dubbio: essendo abituata alla voce di Ferruccio Amendola, temevo che dal vivo fosse diversa. Invece era splendida, sexy e magnetica. Anche sua moglie era carinissima: piccolina, come me, molto gentile. Mi sono trovata benissimo con entrambi e devo dire che questo incontro non lo dimenticherò mai.

D. SFOGLIANDO SEMPLICEMENTE IO SI PERCEPISCE AUTENTICITÀ : C’È UN EPISODIO RACCONTATO NEL LIBRO A CUI È PARTICOLARMENTE LEGATA E CHE CONSIDERA FONDAMENTALE PER DEFINIRE CHI È OGGI? 

R. Se penso a un momento che ha segnato la mia vita e, in fondo, anche la donna che sono oggi, direi sicuramente la mia nascita. È stata molto difficile: ho rischiato di morire. Mio padre e mio nonno mi hanno trasportata per cinquanta chilometri sotto la pioggia, stretta tra i loro corpi, fino all’ospedale. Mi hanno messa in incubatrice e non c’erano molte speranze. Eppure ce l’ho fatta. Credo che la mia forza, la mia volontà, il mio carattere deciso derivino proprio da lì. Quelle difficoltà iniziali mi hanno resa una donna forte, combattiva, sempre pronta a rischiare e a mettersi in gioco.

D. LEI È UNA FIGURA MOLTO AMATA DAL PUBBLICO: QUAL È SECONDO LEI IL SEGRETO PER MANTENERE, NEL TEMPO , QUESTO LEGAME SPECIALE CON LE PERSONE? 

R. Credo che non ci siano segreti particolari per mantenere un rapporto così bello e duraturo con il pubblico, anche dopo tanti anni e senza programmi personali. Il mio “segreto”, se così si può chiamare, è semplicemente essere me stessa. Non mi sono mai costruita un personaggio: sono Patrizia Rossetti, nel bene e nel male. Quando sbaglio chiedo scusa, se non ho ragione con umiltà chiedo maggiormente scusa; se invece ho ragione, divento roboante, ma sempre sincera e schietta. Credo che il pubblico apprezzi proprio questo: la mia autenticità e la mia umiltà. Non mi sono mai montata la testa e non lo farò mai. Anche se ho fatto Sanremo, tanti programmi, il primo talk show in diretta su Rete 4… tutto me lo sono guadagnato strada facendo, senza scorciatoie. E penso che questa sincerità sia arrivata alle persone.

D. SE DOVESSE DESCRIVERE LA 
PATRIZIA PROFESSIONISTA E LA PATRIZIA DONNA NELLA VITA DI TUTTI I GIORNI, QUALI DIFFERENZE E QUALI SOMIGLIANZE EMERGEREBBERO?

R. Non ci sono grandi differenze tra la donna Patrizia e la Patrizia professionista. Come conduttrice sono molto esigente, con me stessa e con gli altri: puntualità, schiettezza, confronto per me sono fondamentali. Nella vita, invece, sono un po’ più ragazzina. 
In televisione mi piace essere sempre impeccabile, truccata e vestita bene; nella vita di tutti i giorni, però, sono molto più semplice: jeans, tute, scarpe da ginnastica e la mia cagnolina a farmi compagnia. Sono un po’ più scanzonata e meno pignola. Certo, nel lavoro pretendo precisione; nella vita privata, se c’è da fare una lavatrice o stirare, sono capace di rimandare anche per tre giorni.

D. UN SOGNO NEL CASSETTO CHE ANCORA NON HA REALIZZATO E CHE LE PIACEREBBE CONDIVIDERE CON I SUOI LETTORI E IL SUO PUBBLICO ?

R. Un sogno nel cassetto? I sogni devono esserci sempre. Mi piacerebbe partecipare a Ballando con le stelle, ma so che non sarà possibile avendo già fatto diversi reality. Oppure mi piacerebbe condurre una trasmissione in una fascia oraria che non ho mai coperto. Ho fatto la mattina, il pomeriggio, la sera, la notte, il sabato pomeriggio e la domenica mattina… mi mancherebbe la domenica pomeriggio. Anche solo essere ospite fissa in una trasmissione come Domenica In con Mara Venier non mi dispiacerebbe affatto.
Del resto ho fatto davvero di tutto: teatro, radio, televisione, a ogni ora possibile. Ricordo che Maurizio Costanzo, quando fui ospite da lui, mi disse: “Sa che lei fa più ore di me in televisione?”. E aveva ragione.

D. GUARDANDO AL FUTURO : QUALI SONO I SUOI PROSSIMI PROGETTI, SIA NEL CAMPO EDITORIALE CHE IN QUELLO TELEVISIVO O ARTISTICO? 

R. Il mio desiderio è continuare a fare quello che faccio adesso. Apro una parentesi sulle telepromozioni: le faccio dal 1983, da quando sono entrata a Mediaset, e sono molto onorata che continuino a chiamarmi. Significa che il mio personaggio funziona, che sono credibile e che il pubblico si fida di me. Ho anche in programma delle ospitate carine e, credo di poterlo dire, una collaborazione più stabile in una trasmissione che mi piace molto: La volta buona con Caterina Balivo, una conduttrice che stimo.
Per quanto riguarda la scrittura, chissà? Potrei pensare a un secondo libro. Mi sono resa conto che tante cose avrei potuto raccontarle di più e altre addirittura me le sono dimenticate: 44 anni sono tanti.
Vedremo. Io sono fatalista: tutto quello che arriva lo accolgo con umiltà e professionalità. Se non arriva nulla, va bene lo stesso. Ma spero che ci sia ancora qualche occasione bella e particolare per continuare a dare qualcosa al mio pubblico e aumentarlo ancora di più. 

Desidero ringraziare Patrizia Rossetti per la disponibilità dimostrata nel rispondere alle mie domande. 


In libreria e sugli store online dal 11 aprile 2025 Frascati & Serradifalco Editori



SINOSSI 

Erano gli anni ’80 e nel firmamento delle star della televisione italiana una piccola stellina iniziò timidamente a brillare. Nessuno se lo sarebbe aspettato, neppure lei che, nata in un paesino della campagna toscana, con la sua semplicità, conquistò il cuore degli Italiani diventando l’amica con la quale passare i pomeriggi davanti alla TV. Una ragazza come tante, senza grilli per la testa, con genuinità e schiettezza divenne il volto di Rete 4, anche se lei ha sempre preferito essere considerata un’amica, una persona come tante… la star della porta accanto.


COSA NE PENSO

Con Semplicemente io, Patrizia Rossetti firma un libro che va oltre il classico memoir televisivo, offrendo ai lettori un ritratto autentico e intimo della propria vita. Volto noto e amato dal pubblico italiano, l’autrice sceglie di spogliarsi dei riflettori per raccontarsi con naturalezza, costruendo un percorso narrativo che alterna ricordi, riflessioni personali e pensieri sul presente.

La cifra stilistica del volume è la spontaneità: Rossetti scrive come parla, con un tono diretto e confidenziale che restituisce la sensazione di un dialogo a tu per tu. Questa immediatezza rappresenta il valore aggiunto del testo, capace di avvicinare il lettore e di renderlo partecipe del suo mondo interiore.

Lontano dalla retorica, Semplicemente io mette al centro l’idea di autenticità: essere se stessi, accettando conquiste e fragilità, successi e cadute. Un messaggio che si intreccia con la sua esperienza professionale e personale, ma che assume una valenza universale. Non si tratta solo della storia di una carriera o di un volto noto, bensì di una riflessione più ampia sul valore dell’identità e sulla necessità di custodire la propria unicità.

La scrittura scorrevole, il ritmo agile e la capacità di alternare leggerezza ed emozione rendono la lettura coinvolgente. Il risultato è un libro che non si limita a raccontare un percorso individuale, ma che si propone come fonte di ispirazione per chiunque desideri ritrovare il coraggio di essere “semplicemente sé stesso”.


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27 luglio 2025

“SULLE NOTE DELLA VITA : CONVERSAZIONE CON PIETRUCCIO MONTALBETTI”



Cari amici lettori,

oggi vi presento con piacere Pietruccio Montalbetti, chitarrista e fondatore dei Dik Dik.
Nel suo libro ci racconta l’amicizia e la musica vissute insieme a Lucio Battisti, in un viaggio fatto di ricordi, successi e grandi emozioni.


D. NEL SUO  LIBRO AUTOBIOGRAFICO “STORIA DI DUE AMICI E DEI DIK DIK ” , RIPERCORRE MOLTI MOMENTI SALIENTI DELLA SUA CARRIERA. C’È UN EPISODIO IN PARTICOLARE CHE CONSIDERA IL PIÙ RAPPRESENTATIVO DELLA SUA VITA ARTISTICA ?

R. Pazienza e tenacia, ottenni la raccomandazione dell’allora vescovo di Milano, Montini. Fu un piccolo miracolo: una lettera preziosa che, grazie alla Casa dei Ricordi — fornitrice di organi per le chiese della curia — ci aprì le porte del provino, e poi del contratto. È da lì che iniziò davvero il nostro viaggio.     

D. ⁠SCRIVERE UN' AUTOBIOGRAFIA È ANCHE  UN ATTO DI INTIMITÀ: CHE COSA L’HA SPINTA A RACCONTARSI OGGI E A CONDIVIDERE COSÌ TANTO DI SÉ ?

R. Ho scelto di raccontare solo una parte di me stesso, anche per smentire chi, senza far nomi, si è attribuito il merito di aver scoperto Lucio Battisti. In realtà, ciò che ci legava era qualcosa di più semplice e profondo: un’amicizia sincera, nata prima ancora che io mi rendessi conto del suo immenso talento.

D. ⁠LUCIO BATTISTI È UNA FIGURA CENTRALE NELLA STORIA DELLA MUSICA ITALIANA. COME È NATA LA VOSTRA AMICIZIA E COME HA INFLUITO SULLA VOSTRA MUSICA E SUL VOSTRO PERCORSO UMANO ?

R. La nostra amicizia sbocciò quasi per caso, nello studio di registrazione della Ricordi. Non sapevamo che le nostre strade si sarebbero intrecciate a lungo, ma bastò uno sguardo, una parola, perché ci scegliessimo come amici. I Dik Dik arrivarono al successo prima di lui, e forse fu proprio per questo che sentii il bisogno di tendergli una mano: lo accolsi in casa mia, e da allora il nostro legame non si è più sciolto.

D. C'È UN RICORDO PARTICOLARE DI LUCIO CHE LE È RIMASTO IMPRESSO NEL CUORE E CHE MAGARI NON AVEVA MAI RACCONTATO PRIMA ?

R. In questo racconto ho detto quasi tutto, tranne quei silenzi che parlano più delle parole. Come i ricordi che Albarita, sua sorella, mi confidò dopo la sua morte. Mi raccontò di un bambino in sovrappeso e profondamente triste. Forse lì, in quella malinconia, nacque la sua poesia.

D. NEI SUOI RACCONTI, TRASPARE ANCHE UN MONDO MUSICALE PROFONDAMENTE DIVERSO DA QUELLO DI OGGI. CHE COSA PENSA DELLA MUSICA ITALIANA CONTEMPORANEA ? C’È QUALCOSA CHE LE MANCA DI QUEL PERIODO D’ORO? 

R. È da tempo che non guardo il Festival di Sanremo. La musica di oggi riflette, a mio avviso, un mondo in crisi d’anima, dove conta di più l’apparenza dell’essenza, il denaro della salute, l’indifferenza dell’empatia. È come se il cuore si fosse fatto distante, e troppo spesso chi ha bisogno viene lasciato indietro.

D. OLTRE ALLA MUSICA , NEL SUO LIBRO EMERGE ANCHE IL VIAGGIATORE E L'UOMO CURIOSO . QUANTO QUESTI ASPETTI HANNO ALIMENTATO LA SUA CREATIVITÀ?

R. La vera università, per me, è il viaggio. Non quello del turista distratto, ma quello del viaggiatore solitario, che si perde per ritrovarsi. La creatività, dopotutto, è una fiamma che brucia già dentro di noi: basta aprirle la porta. E il viaggio, più di ogni altra cosa, è la chiave.

D. DOPO IL LIBRO E UNA CARRIERA  LUNGA E RICCA , CI SONO NUOVI PROGETTI ALL'ORIZZONTE ? STA GIÀ PENSANDO A UNA NUOVA PUBBLICAZIONE O A QUALCHE INIZIATIVA MUSICALE ?

R. Musicalmente sto lavorando a un disco country, ma anche alla stesura di tre libri che presto vedranno la luce:

– Storia di una Cinquecento e di un’anima, un sogno narrativo, puro frutto della fantasia.
– In viaggio con Siddarta, un omaggio personale al capolavoro di Hermann Hesse.
– Una vita d’avventura, un diario poetico di via.

Ringrazio Pietruccio per la sua disponibilità nel rispondere alle mie domande 

In libreria e sugli store online dal 25 giugno 2025 Minerva Edizioni


SINOSSI 

Un viaggio attraverso la musica e la storia di un’amicizia, nata sulle note in una sala di registrazione e consolidata nell’arco di una vita intera. Due artisti diversi: Pietruccio Montalbetti, storico chitarrista e fondatore dei Dik Dik, e Lucio Battisti, ma complici e sodali in un momento di grande cambiamento, storico, politico e musicale. Due ragazzi che sognavano il successo, poi diventati due uomini che lo hanno raggiunto e vissuto ciascuno a proprio modo, senza però mai perdersi di vista, senza mai rinunciare l’uno alla compagnia dell’altro.
Storia di due amici e dei Dik Dik è il lungo respiro di un’avventura, musicale e umana, in cui Pietruccio ripercorre gli anni dei primi accordi, dei primi concerti con la band e delle scorribande con Battisti su e giù per l’Italia a bordo di un’inossidabile Cinquecento. Gli anni del Cantagiro, dei grandi successi e della consacrazione nell’olimpo della musica italiana. Ma è anche il racconto intimo e raccolto di un rapporto elettivo, uno spaccato privato dei sogni e delle esperienze condivise lontano dai riflettori.
Un’epopea scanzonata e sentimentale che rivive lo slancio economico di un’Italia rinata, delle libertà e delle innovazioni che porteranno l’uomo sulla Luna e a un ritrovato benessere economico. Un Paese, il nostro, specchio di un mondo che correva in avanti ma sembrava trovare più tempo di oggi per fare le cose in un certo modo.
Pietruccio, Lucio e i Dik Dik: la storia di sognatori diventati amici (e musicisti).



COSA NE PENSO 

Storia di due amici e dei Dik Dik" è un libro che si legge tutto d’un fiato, con il sorriso sulle labbra e un pizzico di nostalgia nel cuore. Pietruccio Montalbetti, chitarrista e anima dei Dik Dik, ci accompagna in un viaggio sincero e appassionato attraverso ricordi, aneddoti e momenti indimenticabili vissuti con l’amico Lucio Battisti.
È un racconto che non parla solo di musica, ma soprattutto di amicizia: quella vera, nata per caso in una sala di registrazione e cresciuta tra sogni, successi, risate e chilometri macinati a bordo di una vecchia Cinquecento.
Attraverso le pagine, si respira l’atmosfera di un’Italia che cambiava, tra le rivoluzioni culturali degli anni Sessanta e Settanta, le prime grandi tournée, il Cantagiro, le notti lunghe di canzoni e speranze. Ma accanto alla cronaca musicale, c’è tanto cuore: Pietruccio ci regala uno sguardo intimo e toccante su un legame che ha superato il tempo e la fama.
In conclusione, un libro ideale per chi ama la musica italiana, certo, ma anche per chi crede nell’amicizia duratura e nella bellezza delle passioni condivise.
Un’epopea leggera e profonda allo stesso tempo: il ritratto di un’epoca e di due ragazzi diventati uomini… senza mai smettere di essere amici.

Buona lettura!


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05 marzo 2025

IL RACCONTO DI SÉ NELLA VOCE DI CHIARA BONI




E' un'onore, oltre che un piacere ospitare nel mio blog una delle più note stiliste italiane nel mondo, Chiara Boni, creatrice del marchio Chiara Boni (La Petite Robe). Ha anche disegnato costumi teatrali e lavorato con i più grandi fotografi. Appassionata di arte, ha sempre considerato la moda come libera forma di espressione.
Ha collaborato in qualità di conduttrice ed autrice alla produzione de Il Dilemma, programma di Giovanni Minoli, al fianco dell'ex marito Vittorio Maschietto.Cura una rubrica all'interno del rotocalco televisivo Domenica In, nelle edizioni curate da Gianni Boncompagni. Nell'autunno 2006 partecipa come concorrente alla terza edizione del talent show di Rai Uno Ballando con le stelle, condotta da Milly Carlucci, al fianco del ballerino professionista Samuel Peron: il duo Boni-Peron ottiene il dodicesimo posto, su 14 coppie in gara. È stata assessore alla Comunicazione e Informazione della Regione Toscana.
Nel 2023 pubblica per Baldini+Castoldi la sua autobiografia Io che nasco immaginaria a cura di Fedi Daniela milanese, città in cui vive quando non è in giro per seguire moda, bellezza, società e costume. Ne scrive dal 1980. E adora farlo.

D. CHIARA COME NASCE “IO CHE NASCO IMMAGINARIA?

R. Nasce perché casualmente un giorno raccontavo un pezzo di vita alla mia amica Elisabetta Sgarbi e lei ha deciso che doveva diventare un libro. Ha considerato la mia vita un attraversamento di un pezzo di storia del nostro paese, visto non soltanto attraverso l’occhio della moda.

D. CHE COSA TI FA STARE BENE?

R. Mi fanno stare bene le cose che amo.

D. HAI UNA FRASE PREFERITA,CHE TI RIPETI SPESSO?

R. Assolutamente non ho nessuna frase preferita che mi ripeto spesso, l’unica costante della mia vita ma che non ho bisogno di ripetere a me stessa è di raggiungere i miei obiettivi. 

D. COM'È CAMBIATA LA MODA DAI TUOI INIZI?

R. La moda dagli anni 70 ad oggi ha avuto moltissime rivoluzioni e fasi diverse che hanno sempre un po’ rispecchiato i cambiamenti della società. Ho scritto anche nel mio libro che la moda è un bel buco nella serratura per capire certi momenti storici. Oggi tende un po’ a ripetersi, non vedo attorno a me degli stili così precisi, se non i pantaloni portati anche da tutte le donne e i piumini d’oca.

D. COSA SIGNIFICA OGGI FEMMINILITÀ?

R. Per me la femminilità è sempre la stessa una cosa molto sottile e molto percepibile perché la gente si volta anche se sei vestita con un saio.

D. DI TUTTI I RICONOSCIMENTI CHE HAI RICEVUTO, QUALE TI HA RESO PIÙ FELICE?

R. Forse dico una cosa ovvia, ma ovviamente la nomina di Cavaliere del Lavoro ricevuta dalle mani del Presidente Mattarella mi ha molto commossa e resa anche fiera.

D. CHE LIBRO HAI SUL COMODINO?

R. Dipende dai periodi. In questo momento ho Processi (su Franz Kafka) di Elias Canetti.

D. QUALI SONO I TUOI PROGETTI PER IL FUTURO?

R. Talmente tanti e confusi in questo momento che non saprei da che parte cominciare. Ve ne racconto solo uno: a giugno sto organizzando una sfilata con “Corri la Vita” nel salone del 500 a Palazzo Strozzi con vestiti di archivio di grandissimi stilisti. 


Desidero ringraziare Chiara per aver risposto alle mie domande


In libreria e sugli store online dal 21 novembre 2023 Baldini+Castoldi

SINOSSI

A Chiara le donne piacciono davvero quando sanno fare squadra.» Non è l'incipit della storia di questa donna eclettica e resiliente, ma le donne, di certo, occupano un posto importante nella vita della stilista toscana. Le amiche sono al suo fianco sin dall'inizio, quando seguiva la mamma in sartoria a Firenze, dove quest'ultima provava modelli e lei, bambina, già imparava i trucchi del mestiere. Poi nella stagione dei balli, o quando Chiara, appena diciottenne, parte per Londra, la città che le insegna a vestirsi libera da qualsiasi condizionamento. Anni dopo, in Italia, l'incontro con Titti, il suo primo marito, la politica, un figlio. Le prime «cose» create e vendute, l'avanguardia architettonica degli UFO - di cui Titti era ideatore - l'influenza dell'arte, del cinema, della musica. E poi la Milano degli anni Ottanta, quando è una giovane donna separata alle prese con una carriera in ascesa. La sperimentazione con il Collettivo Moda Nostra e il successo che arriva quando il suo marchio entra nel GFT, il Gruppo Finanziario Tessile, e lei sceglie di usare un unico tessuto, un jersey elastico, e un unico colore, il nero. Nasce così la sua petite robe, un abito adatto a tutte, che si può ripiegare in una bustina e che rappresenta la sua concezione della moda e della bellezza: un vestito che possa farsi interpretare da ogni corpo, dando a ogni donna la possibilità di esprimersi. Tante persone attraversano la sua vita privata e lavorativa, e amori appassionati - da Cesare Romiti ad Angelo Rovati, a Fabrizio Rindi. E, ancora, il sogno americano, con lo sbarco negli Stati Uniti, seguendo un itinerario funambolico di Stato in Stato, e una vita che mai si ferma, riservandole anche prove dolorose. Questa autobiografia, scritta con Daniela Fedi, si snoda parallela al racconto di un'Italia che cresce e cambia nelle vicissitudini politiche, negli scontri generazionali, nella trasformazione dei costumi. Chiara Boni si svela come donna e come stilista, lasciando che le pieghe più intime del proprio vissuto esprimano sempre un'idea della moda che da quel vissuto origina, rilanciandone un invincibile senso di gioiosa libertà. 


Caterina Lucido

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16 dicembre 2024

RECENSIONE DEL LIBRO: “QUELLA VOLTA” DI GERRY SCOTTI




In libreria e sugli store online dal 29 ottobre 2024 Rizzoli


NOTE SULL' AUTORE 

Gerry Scotti è un conduttore televisivo, radiofonico, disc jockey ed ex politico italiano. All'anagrafe Virginio Scotti, inizia la sua carriera in ambito radiofonico, lavorando per Radio Deejay. Approda in seguito in televisione, grazie alla conduzione di quiz, varietà e talent show, e recitando spesso anche in sit-com o film TV. Ha sempre lavorato sui canali TV di Mediaset, azienda che lo considera un suo personaggio di punta e di spicco. Tra i programmi di maggior successo ricordiamo, Passaparola (1999) e Chi vuol essere milionario? (2000). Dal 2015 conduce il nuovo gioco a quiz per Canale 5 intitolato Caduta libera. È molto apprezzato anche come giudice di Tú sí que vales.
Nel 2023 esce per Rizzoli il suo libro, Che cosa vi siete persi. Segue nel 2024 Quella volta. Un viaggio nel passato di tutti noi.

SINOSSI 

Quanti ricordi si nascondono nelle pieghe della memoria? Momenti fugaci, emozioni intense, persone e oggetti che hanno lasciato un segno indelebile nel cuore, sono come piccoli frammenti di un puzzle che, messi insieme, compongono il mosaico della nostra vita. I ricordi sono un tesoro prezioso che portiamo con noi per tutta la vita. Tutti noi, infatti, ricordiamo con nostalgia le lunghe giornate estive dell’infanzia, i giochi all’aperto con gli amici, i primi giorni di scuola, l’emozione di ricevere un regalo, la paura del buio… E poi le prime infatuazioni, le amicizie profonde dell’adolescenza, ma anche le insicurezze, i dubbi, la ricerca di una propria identità. I primi lavori, le vacanze e i viaggi avventurosi, le notti insonni passate a studiare. E le delusioni, le difficoltà, le scelte difficili da affrontare. Con l’età adulta sono poi arrivati i momenti di riflessione, il bilancio di quanto abbiamo fatto e di quanto ci manca ancora da fare. Ricordiamo i successi professionali, le relazioni affettive, le gioie e i dolori della vita. Senza però dimenticare i rimpianti, le occasioni mancate, i sogni rimasti nel cassetto. Tutti questi attimi, legati nella nostra memoria ai grandi eventi della Storia, quelli che tutti ci ricordiamo, sono un tesoro prezioso che portiamo con noi per tutta la vita. Ci permettono di rivivere emozioni uniche, di imparare dagli errori del passato, di apprezzare il presente e di guardare al futuro con speranza. Sono un ponte tra il passato e il futuro. Un ponte che percorriamo, pagina dopo pagina, insieme con l’autore, divertendoci e commuovendoci di fronte ai suoi, ai nostri ricordi.

COSA NE PENSO 

Quella volta è un libro che ci permette di fare un viaggio tra i meandri della memoria collettiva, Gerry Scotti ha volutamente unito fatti personali a fatti di cronaca e che volente o nolente ci ricordiamo un po' tutti.
Ho apprezzato l'onestà intellettuale con cui il noto conduttore televisivo ha messo nero su bianco, per cui non viene fuori solo il Gerry della televisione il conduttore de La Ruota della Fortuna o di Chi vuol essere milionario? cito solo questi suoi due programmi di grande successo, perché non basterebbe una solo pagina per citare cinquant'anni di carriera prima radiofonica e poi televisiva ma l' uomo dalle umili origini che c'è l'ha fatta proprio grazie alla sua grande voglia di fare e che oggi un po' manca ai giovani di oggi.
Pagina dopo pagina, l' elemento principale che più di tutti prevale è la sua grande sensibilità.
In conclusione, grazie a questo libro abbiamo la possibilità di accrescere la nostra conoscenza sulla musica, e poi ci sono aneddoti molto simpatici, curiosità legate anche ai personaggi di spicco come il grande Mike Bongiorno. Una lettura piacevole,  soprattutto grazie all'uso di un linguaggio spigliato che arriva proprio a tutti. Grazie Gerry per averci regalato una biografia non artefatta ma genuina e scritta col cuore. Consigliato.Buona lettura!

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13 ottobre 2021

RECENSIONE DEL LIBRO: TU NON CONOSCI LA VERGOGNA, "LA MIA VITA ELEGANZISSIMA" DI DRUSILLA FOER

NOTE SULL' AUTRICE 

Di origine toscana, cantante, attrice e autrice, Drusilla Foer è da tempo un'icona di stile. Frequenta con successo teatro, televisione, radio e cinema, ed è una star di culto sul web e sui social network, dove pubblica video esilaranti. Personaggio irriverente e antiborghese, si presta spesso al sostegno di cause sociali importanti. È autrice e interprete di due spettacoli teatrali: Eleganzissima, recital fra musica e racconto, e Venere Nemica, spettacolo ispirato alla favola di Amore e Psiche. Nel 2021 è la voce narrante in scena dell'Histoire du Soldat di Stravinskij al Teatro Olimpico di Vicenza. Al cinema ha recitato tra l'altro in Magnifica presenza di Ferzan Özpetek e nel recente Sempre più bello diretto da Claudio Norza. Fra le varie esperienze televisive è stata giudice di "Strafactor", talent nel talent di "X Factor", poi editorialista a "Matrix Chiambretti" su Canale 5, ospite fissa a "CR4 - La Repubblica delle Donne" su Rete 4 e in "Ciao Maschio" su Rai 1. In radio ha preso parte come ospite fissa al programma "Facciamo finta che..." di Maurizio Costanzo e Carlotta Quadri su R101.

SINOSSI 

Tu non conosci la vergogna racconta i luoghi, gli incontri, i sentimenti. Appunti di memoria sparpagliati e disordinati. Ci troverete un'insospettabile nonna spregiudicata, le notti di fuoco a New York, un amante affettatore di prosciutti, una prozia sonnambula e libertina, una tigre per amica, il teatro, la musica e l'amore. Una vita randagia, emozionata e combattuta. Una vita non male.
«Da grande vorrei essere come lei, eleganzissima.» Una piccola ammiratrice mi lusingò con queste parole inventando, a sua insaputa, il titolo del mio primo recital teatrale. E dandomi il motivo per scrivere questo libro: onorare ciò che è indelebile nella mia vita con tutta la tenerezza che ho per me stessa, sperando di intrattenere e, perché no, di ispirare la mia giovanissima fan. Tu non conosci la vergogna racconta i luoghi, gli incontri, i sentimenti. Appunti di memoria sparpagliati e disordinati. Ci troverete un'insospettabile nonna spregiudicata, le notti di fuoco a New York, un amante affettatore di prosciutti, una prozia sonnambula e libertina, una tigre per amica, il teatro, la musica e l'amore. Una vita randagia, emozionata e combattuta. Una vita non male. Una caccia al tesoro a cui ho giocato con tutto il coraggio che mi è stato possibile. Ve la restituisco senza vergogna, con l'intenzione di divertire o di ispirare, contando su un tenero perdono per la tonalità presuntuosa di questa speranza, tipica di un'anziana signora forse un po' vanesia.

COSA NE PENSO

Una biografia che non racconta l’autore, ma il personaggio.
Nel panorama letterario contemporaneo, capita raramente di imbattersi in un’autobiografia che non appartenga davvero alla persona che l’ha scritta. Con Tu non conosci la vergogna, Drusilla Foer – alter ego teatrale di Gianluca Gori – propone un’opera che gioca con le regole del genere e si muove con disinvoltura tra realtà e finzione.
Non aspettatevi di trovare in queste pagine dettagli sulla vita dell’autore. Gianluca Gori resta volutamente sullo sfondo, lasciando spazio alla voce narrante di Drusilla, personaggio carismatico e fuori dagli schemi, che racconta la propria esistenza come se fosse vera. Ed è proprio in questa ambiguità che il libro trova la sua cifra stilistica più interessante: un continuo equilibrio tra invenzione e plausibilità, in cui la finzione non è mai una menzogna, ma un modo alternativo di raccontare una verità più profonda.
La scrittura è fluida, vivace, capace di alternare leggerezza e riflessione senza perdere mai il ritmo. L’intelligenza dell’autrice – o meglio, dell’identità narrante – emerge in ogni pagina, con uno stile ironico e affilato che intrattiene, ma non banalizza. Drusilla ci accompagna tra memorie, aneddoti e considerazioni sul tempo che passa, sull’identità che cambia, sul diritto – e talvolta sul dovere – di essere diversi.Durante la lettura mi è capitato più volte di immaginarla davanti al computer mentre riordinava i pensieri,i ricordi e le parole da dire, dice molto su chi sia e lo fa sempre con garbo e umiltà.
Il volume non cerca consensi, né cerca di spiegare: racconta. E lo fa con consapevole eleganza. Per chi già apprezza Drusilla Foer, sarà una lettura piacevole e coerente con la sua figura pubblica. Per chi cerca una biografia tradizionale o una chiave di accesso all’uomo dietro il personaggio, l’opera potrà sembrare elusiva. Ma è proprio questa distanza che la rende interessante: non è un libro che rivela, ma che costruisce.
In conclusione, Tu non conosci la vergogna è, in definitiva, una messa in scena letteraria raffinata e originale. Un esercizio di stile in cui la voce narrante si prende il palcoscenico, mentre l’autore resta – con scelta precisa – dietro le quinte. Buona lettura!

17 luglio 2019

“... CHIACCHIERATA CON ALESSANDRO IPPOLITO”




È un’ onore, oltre che un piacere “ospitare” nel mio blog Alessandro Ippolito. Alessandro Ippolito, E’ stato per due anni autore, regista e conduttore dei collegamenti esterni di Mike Bongiorno su Canale 5 “Telemike”. Ippolito dopo Nanni Loi è stato il primo in Italia a riportare le candid camera in televisione (“W le donne”). Ha poi portato avanti con successo questo divertente genere anche con altre trasmissioni come “Scherzi a parte”, “La stangata”, “La strana coppia” e “Italiani in vacanza”. Con“Telecamere a richiesta” è stato il primo a proporre in prime time candid camera in diretta con grande successo di pubblico.Ha adattato, scritto, diretto e condotto il primo reality italiano “Stranamore”.Inoltre ha poi scritto, diretto e prodotto per la Mondadori la prima soap opera italiana (“L’altalena”). Oggi Alessandro si dedica alla formazione ed è il curatore del canale Youtube Filmmakerchannel. Tutta la sua vita professionale Ippolito l’ha inserita nel libro autobiografico “Per Soldi e per TV – la mia vita sul set”, pubblicato nel 2015 per Scrittore Vincente in vendita nelle librerie on-line.


D. IN CHE MISURA GLI INCONTRI (CON GIORNALISTI, SCRITTORI, INTELLETTUALI) HANNO INFLUITO SU DI TE?

R. Non è una questione di categorie. Sono le persone che ti possono arricchire. Certo, quando ho stretto la mano a Eduardo De Filippo e poi l’ho visto recitare dal vivo al San Ferdinando, quando Alberto Moravia mi ha parlato a casa sua del suo metodo di scrittura, quando ho litigato con Carmelo Bene o lavorato con Walter Chiari o Raimondo Vianello o Mike Bongiorno o Arnoldo Foà… l’elenco è lunghissimo, insomma tutti possono darti qualcosa che ti rimane dentro per sempre. Forse Fernanda Pivano, che ho frequentato per tanti anni, mi ha aperto a un mondo letterario e culturale che ha profondamente influenzato il mio modo di esprimermi, anche al di là della scrittura stessa.

D. QUALE GENERE MUSICALE POTREBBE ESSERE LA DEGNA COLONNA SONORA DI QUESTO LIBRO?

R. Anche in questo caso non potrei sintetizzare quarant’anni di lavoro in un genere soltanto. Andiamo dai Rolling Stones a Fabrizio De André, da Bob Dylan a Pino Daniele, dagli Earth Wind & Fire a Paolo Conte. Come faccio a scegliere?

D. LA TV DEL PASSATO ERA FATTA DA PROFESSIONISTI E GRANDI ARTISTI, QUELLA DI OGGI, PER TUTTA UNA SERIE DI MOTIVI È FATTA SOPRATTUTTO “DALL’UOMO QUALUNQUE”, È UNA STRADA SENZA RITORNO?

R. Non è esattamente così. L’uomo “qualunque” (che brutta parola) l’ho portato per la prima volta io in televisione alla fine degli Anni ’70. Allora era scandaloso. In tv dovevano andarci solo quelli con i nomi, dovevano parlare solo professori ed esperti. Soltanto la Corrida consentiva l’accesso a tutti ma avveniva solo per metterli in ridicolo. Visto poi che il linguaggio semplice e schietto della gente faceva numeri, “l’ uomo qualunque” ha fatto carriera, è diventato protagonista, opinionista. Ha cominciato a spiattellare i suoi fatti privati (“Fra moglie e marito”) fino al Grande fratello. La differenza sta nel fatto che, almeno da parte mia, la gente diventava una voce alternativa, sincera, con un proprio patrimonio di umorismo e di pensiero libero. Se ricordi sono andato in onda tutti i giorni con un programma che si chiamava “Barzellette”. La gente per strada in tutta Italia mi raccontava barzellette davanti ad altra gente, sempre per strada. Si rideva o si restava ammutoliti a seconda della storiella. Sembra un recupero dell’ultimo patrimonio orale dei nostri tempi, dialetti che si incrociavano, soggetti dovuti alla posizione dei luoghi del racconto. Bene, cosa ha poi fatto la tv? “La sai l’ultima”, con tanto di studio, conduttore e cabarettisti in erba. Ha tradotto non solo l’idea ma anche il linguaggio popolare in tv tradizionale. Oggi se sei un vip o uno qualunque puoi andare in tv se sei disposto a farti massacrare, a farti violentare o sputtanare. Per la gioia dei peggiori istinti del pubblico generalista.

D. UN VIAGGIO CHE HAI FATTO E CHE RIFARESTI DOMANI… E PERCHÉ?

R. Dopo tanto girare da un capo all’altro del mondo, un viaggio che rifarei è quello che ebbi la fortuna di fare con Mike da una regione d’Italia all’altra alla ricerca di piccoli sperduti paesi con eccellenze quasi del tutto sconosciute. Due anni straordinari, ricchi di scoperte di bellezze e di bontà. Il successo di Alberto Angela mi fa sperare che questo genere di tv possa avere ancora grande seguito.

D. HAI PARLATO NEL LIBRO DI VITTORIE E DI SCONFITTE, CI PUOI RACCONTARE DUE EPISODI PARTICOLARI LEGATI PROPRIO A QUESTI DUE CONCETTI?

R. Sono stato il primo (sì, le date parlano ma tanti millantano) a portare un progetto di produzione di soap operas in Italia. Studiai negli States, scrissi il soggetto di serie e 60 sceneggiature con Guido Sagliocca, ottenemmo una commissione di un miliardo e 320 milioni di lire ma… dovetti denunciare la produzione per far valere i miei diritti. Vinsi, ma fu una magra consolazione. Vittorie per fortuna ne ho raccolto tante. Le amo tutte, non saprei scegliere.

D. QUALE IL TUO CONSIGLIO A GIOVANI ASPIRANTI FILMMAKER ?

R. Di capire innanzitutto se il loro desiderio poggia su qualche talento. Non puoi fare il cantante se sei stonato. Non puoi scrivere sceneggiature se non hai almeno immaginazione. Per questo ho realizzato i miei due corsi on line di regia e di scrittura. Mettono in grado, in modo semplice e pratico una persona di capire per che cosa è veramente portata. Se talento e passione ti guidano, non hai bisogno di alcun consiglio. Questo è un mestiere che si fa, indipendentemente dal denaro, dal successo, è una specie di vizio. Se cominci non smetti più. E alla fine, se sei bravo e hai idee e grinta, alla fine anche se non hai santi in paradiso ce la fai. Cinema e televisione sono affari miliardari. In una troupe puoi anche infilarci un raccomandato, un baciapiedi, un attricetta disponibile, ma se poi non hai un bravo operatore, un bravo tecnico audio, un bravo direttore della fotografia e tutto il resto, i miliardi vanno in fumo.

D. QUALI SARANNO I TUOI PROGETTI FUTURI?

R. Sto lavorando su una serie da diversi mesi con un gruppo di sceneggiatori e produttori internazionali. E’ un progetto molto complesso e, ahimè, anche costoso. Ma siamo nella fase creativa e questo è sicuramente il momento più bello e libero del nostro lavoro. Ma continuo anche a fare formazione. Tutto quello che ho imparato nella mia vita professionale non voglio che sparisca con me. Devo passare il testimone. E questo è straordinariamente stimolante e gratificante.


Ringrazio con gratitudine Alessandro per la disponibilità e per il dialogo autentico, ricco di parole e pensieri condivisi.




COSA NE PENSO 

“Per Soldi e per TV – la mia vita sul set”. È un titolo semplice, perché con poche efficaci parole, l’autore mette in luce gli aspetti reali delle sue esperienze professionali. Un racconto aperto e sincero scritto con passione e umiltà. Alessandro si racconta in modo efficace, con capitoli che nella sintesi contengono rivelazioni divertenti talvolta pungenti o scandalose “senza filtri”. La scrittura si presenta chiara, fluida a tratti ironica o profonda, come una piacevole chiacchierata confidenziale tra amici. Chi vorrà intraprendere la sua stessa professione troverà insegnamenti utili e preziosi, il messaggio è chiaro la TV non è fatta di soli lustrini e paillettes ma di molti, moltissimi sacrifici non sempre facili da superare. In conclusione, il suo memoir è un’inno senza retorica alla libertà e alla forza di volontà. Rispettare se stesso le proprie idee ha fatto di Alessandro Ippolito, uno dei più grandi professionisti della nostra Televisione. Buona lettura!


Caterina Lucido

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