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26 novembre 2025

INTERVISTA A WANDA MARASCO : LA VOCE DELLA MEMORIA




Miei cari amici lettori,

l’ospite di questa nuova intervista è Wanda Marasco, una delle voci più intense e poetiche della narrativa italiana contemporanea. Poetessa, drammaturga e scrittrice dalla sensibilità profonda, Marasco nel 2025 ha conquistato la 63ª edizione del Premio Campiello con il romanzo Di spalle a questo mondo, un’opera capace di toccare le corde più intime della memoria e dell’identità.

Una scrittrice che trasforma emozioni e ricordi in letteratura viva.

D. COSA L’HA SPINTA A SCEGLIERE FERDINANDO PALASCIANO COME FIGURA CENTRALE DEL ROMANZO E QUALE ASPETTO DELLA SUA PERSONALITÀ L’HA MAGGIORMENTE AFFASCINATA?
 
R. L’idea di narrare la storia di Ferdinando Palasciano è nata mentre scrivevo Il genio dell’abbandono. Cominciai a studiare, a indagare. La torre che lui fece erigere sulla collina di Capodimonte appartiene alla mitopoietica dei miei luoghi pubblici, è il paesaggio che vedevo dai balconi di casa. È stato naturale, dunque, per le suggestioni ricevute dal luogo e dalle leggende che circolavano su Ferdinando e Olga, scegliere di scrivere la storia di chi l’aveva abitata. Inoltre Palasciano e Gemito (lo scultore pazzo protagonista de Il genio dell'abbandono) avevano in comune alcune ferite e soprattutto la follia causata da dolori e disillusioni. 
Palasciano fu uomo profondamente etico, ossessionato dall’ideale della cura da dedicare a tutte le creature viventi e dall’utopica convinzione che la scienza e la politica dovessero agire in sinergia per il bene dell’umanità. Come ho detto spesso Palasciano può essere paragonato a Gino Strada per il profondo senso etico, lo slancio filantropico e lo spirito battagliero.

D. NEL LIBRO LA FOLLIA DI PALASCIANO DIVENTA UNA LENTE ATTRAVERSO CUI LEGGERE LA SUA VICENDA UMANA. IN CHE MODO HA LAVORATO SUL RAPPORTO TRA LUCIDITÀ E PAZZIA ?

R. La follia in Ferdinando è un cammino che conduce alla sapienza. È la “cecità” che permette di vedere meglio le insensatezze della Storia e della condizione umana.
È la voce del fool a cui è concesso di dire la verità. É un metodo di svelamento. 

D. LA SUA SCRITTURA INTRECCIA SEMPRE REALTÀ STORICA E INVENZIONE LETTERARIA : COME HA BILANCIATO LA FEDELTÀ AI DOCUMENTI STORICI CON LE ESIGENZE NARRATIVE ?

R. Nei miei romanzi le ricerche hanno sempre due direzioni: una storica e l'altra psicologica. Ho narrato le vicende vissute da Ferdinando Palasciano e da Olga Vavilova andando a ristudiare gli eventi dell’epoca. Ho consultato riviste scientifiche, visitato luoghi e dialogato con esperti di storia della medicina. Il dettaglio doveva essere preciso, ma serviva soprattutto a scolpire l’ambientazione e il tempo in cui inserire la reinvenzione dei moti del cuore e della psiche dei due. Una biografia di anime. 

D. NAPOLI E IL CONTESTO DEL SUO TEMPO HANNO UN RUOLO DECISIVO NELLA VITA DI PALASCIANO . CHE TIPO DI CITTÀ E DI ATMOSFERA EMERGE IN DI SPALLE A QUESTO MONDO?

R. Napoli è un personaggio del romanzo. Emerge con la sua bellezza e le sue piaghe. È allo stesso tempo Luogo dei luoghi e non-luogo, rappresenta un inferno animato dall’idea del paradiso da distruggere. È un paese afflitto da chi lo divora per dominarne l’economia o per sopravvivere. Le sue contraddizioni possono generare la necessità di una forma di esilio e di canto che in fondo sono le dimensioni da cui Ferdinando e Olga esprimono il rifiuto del loro mondo, caratterizzato da iniquità e corruzione. 

D. LA FIGURA DEL MEDICO PALASCIANO È ANCHE UN SIMBOLO DI RESISTENZA ETICA . IN CHE MODO HA VOLUTO RACCONTARE IL CONFLITTO TRA IL DOVERE PROFESSIONALE E LE PRESSIONI DEL POTERE?

R. Palasciano è un uomo che si fa carico del dolore del mondo. Questo grande medico ha combattuto per l’ideale della “cura”, ha proclamato per primo il principio di neutralità su cui si basa la Croce Rossa Internazionale, rischiando la vita pur di affermare le proprie convinzioni. Ha lottato per l’educazione e la giustizia. E come ogni uomo profondamente etico viene perseguitato. In lui il conflitto tra il dovere professionale, sintesi di ogni suo ideale etico, e le pressioni del potere si esprime attraverso un atteggiamento “rivoluzionario”. Ferdinando sancisce il suo netto e coraggioso rifiuto di ogni forma di corruzione e di iniquità e lo fa in quanto medico e in quanto uomo politico con i suoi appassionati discorsi in Parlamento. “Voleva correggere la Storia”, si dice ad un certo punto nel romanzo. Percepisce su di sé il peso delle grandi conflagrazioni che determinano nel quotidiano ingiustizie sociali, solitudine e ferite contro cui conduce una lotta che lo porta al distacco dalla realtà. 

D. NELLA COSTRUZIONE DEL ROMANZO HA SCELTO UNO STILE FORTEMENTE EVOCATIVO E VISIONARIO. QUANTO LA SUA ESPERIENZA POETICA HA INFLUITO SULLA RESA NARRATIVA DI QUESTA VICENDA ?

R. Più che di esperienza parlerei di istintualità poetica. La narrazione, nelle mie pagine, nasce dall’unificazione di questa istintualità e della mia formazione teatrale. Il personaggio per me è “dramatis personae”, maschera da indossare per svelare qualche verità umana. Ho espresso scavo e immedesimazione servendomi dell’alternanza dei registri, in prevalenza attraverso l’uso di una prosa lirica che meglio si prestava a divenire canto, drammatica trasfigurazione e partitura della coscienza.
 
D. DOPO Di SPALLE A QUESTO MONDO, QUALI DIREZIONI IMMAGINA PER I SUOI FUTURI PROGETTI LETTERARI ?
 
R. Ho in cantiere un nuovo lavoro, ma non mi piace parlarne. Oltretutto sarebbe difficile raccontare qualcosa che potrebbe essere suscettibile di infinite variazioni. Posso soltanto anticiparvi che questa volta il racconto si svolgerà nel nostro presente.


Grazie a Wanda Marasco per aver risposto alle mie domande e per la sua disponibilità.

In libreria e sugli store online dal 17 settembre 2025 Neri Pozza


SINOSSI 

Se è vero che ogni esistenza viene al mondo per incarnare un dramma, quello di Ferdinando Palasciano e di sua moglie Olga Pavlova Vavilova è tra i più dolenti e irriducibili: è il dramma dell’imperfezione. Fin da bambino Ferdinando ha odiato la morte al punto da fare della salvezza la sua ossessione di medico. Ma una vocazione così grande, scontrandosi con le iniquità subite, non può che fallire e trovare casa nella follia. Olga, nella sua infanzia a Rostov, ha dovuto misurarsi proprio con l’alienazione materna, quintessenza di Storia e fragilità. Unico scampo da essa la fuga, frenata da una radice nascosta sotto la neve e dalla zoppia, che diventa destino e comunione con l’imperfetto. Ma si può vivere a un passo dall’ideale? Ferdinando, dal buio della sua ratio opacizzata, continuerà a salvare asini e pupi; mentre Olga, pur guarita dalla scienza e dall’amore di Ferdinando, tornerà a claudicare. Voi non credete che quando ci spezziamo è per sempre? La domanda che Olga rivolge al pittore Edoardo Dalbono è sintesi di una irreparabilità e di una caduta che restano perenni.



COSA NE PENSO

Un libro scritto con grande maestria, che racconta la vita di Ferdinando Palasciano, figura forse poco conosciuta ai più, ma che merita di essere riscoperta. Uomo e, soprattutto, medico, Palasciano pose la sua professione al di sopra di tutto, curando con la stessa scienza e coscienza sia i feriti borbonici che i rivoltosi, senza dimenticare i numerosi civili vittime della feroce e indiscriminata repressione. Non solo: durante il colera a Napoli si prodigò per assistere i poveri e gli ultimi.

La sua esistenza, tuttavia, fu segnata da terribili ingiustizie che lo costrinsero a vivere quasi nell’ombra di sé stesso. Non voglio rivelare troppo di questa vicenda, ma posso dire che mi ha toccata profondamente. Le fragilità umane emergono come uno schiaffo morale alla dignità dell’uomo, rendendolo vulnerabile. Di spalle a questo mondo: quando la medicina diventa coscienza.  

In questo percorso doloroso, però, l’amore si rivela come forza capace di tutto: si fa cura, carne, persino malattia, grazie alla presenza instancabile di sua moglie, Olga de Wavilow. La forza di Olga è qualcosa di unico: sin dalle prime pagine la sua figura mi ha colpito, pur nel dolore di figlia e poi di moglie, segnata dall’infanzia difficile e dalla nevrosi materna. Non si può parlare di Ferdinando Palasciano senza citare lei, Olga de Vavilov, moglie, sodale, compagna non solo nella vita privata, ma motivatrice, sostenitrice di molti dei suoi ideali.

A tratti il testo diventa denso, le parole si fermano e lascia spazio al cuore, che prende il sopravvento. 

«Penetriamo. Facciamolo ogni giorno quest'attacco alla verità. È un atto poetico. La poesia non imbroglia nessuno e nessuno può seppellirla. Il resto, buffonerie per essere accoppati. So che ha ragione. Si deve finire con un'illusione che resista a lungo. Adesso c'è il disgusto di questi giorni, ma mi inchino davanti alla pazzia di Ferdinando che vuole la verità.» 

In conclusione, un libro intenso, che consiglio davvero a tutti. Buona lettura! 


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27 ottobre 2025

LE DONNE , LA TERRA , LA VITA – INTERVISTA A BIBBIANA CAU SUL MONDO DE “LA LEVATRICE.”



Cari lettori, 

L’ospite di oggi è Bibbiana Cau, autrice de “La levatrice” .
Nata e residente in Sardegna, Bibbiana ha dedicato la sua vita alla nascita, accompagnando con passione e competenza centinaia di nuove vite nel loro primo respiro.
La sua formazione in Ostetricia all’Università di Cagliari si intreccia con un profondo amore per la lettura e la scrittura, nato durante la stesura della sua tesi in Storia sociale.

Dopo la laurea in Educazione degli adulti e Formazione continua all’Università Roma Tre, ha approfondito la scrittura e la narrazione attraverso corsi alla Scuola Holden di Torino, di Medicina narrativa e di Londra Scrive con Marco Mancassola.

Con “La levatrice” , suo esordio letterario, Bibbiana Cau dà voce a una storia intensa e autentica, capace di unire la forza delle donne, la memoria collettiva e la poesia della vita che nasce.


D. COME NASCE L’IDEA DE LA LEVATRICE? C’È STATO UN MOMENTO PRECISO CHE L’HA ISPIRATA?

R. La storia di Mallena arriva da lontano.
Da sempre amo leggere e studiare e una quindicina di anni fa, mi trovavo a preparare una tesi in Storia sociale su come è cambiato il modo di nascere negli ultimi cento anni, attraverso la storia delle ostetriche. Cercando il materiale necessario, chiuse negli archivi storici, nei registri parrocchiali e in quelli degli uffici anagrafe dei Comuni, ho trovato tante vite di donne che hanno avuto un ruolo centrale all’interno della comunità, tanto da essere le uniche che potevano amministrare il battesimo, in caso di necessità.
La dualità delle loro vite, strette tra forza e silenzio, quello della storia che le ha dimenticate, mi hanno toccato nel profondo e continuavano a farlo nonostante il passare del tempo. 


D. QUANTO TEMPO HA DEDICATO ALLA RICERCA STORICA PRIMA DI INIZIARE A SCRIVERE? 

R. Dopo essermi laureata in Scienze dell’Educazione degli adulti e Formazione Continua, il bisogno di dare a quelle donne di un secolo fa la voce negata, fatto maturare l’idea di impegnarmi per trasformare quel materiale in qualcosa che permettesse un respiro più ampio di una tesi di laurea e lì è iniziato il mio viaggio verso il romanzo.
Frequentare corsi di scrittura e acquisire nuove competenze era il percorso che scelsi. Avevo già partecipato a corsi di Medicina narrativa presso le Aziende Sanitarie Locali sarde, ho continuato con la scrittrice Eleonora Sottili che insegna alla scuola Holden di Torino, passando poi ai corsi di base e avanzati, fino a quelli di “Londra Scrive” con Marco Mancassola, uno scrittore raffinato e attento, che mi ha insegnato a soffermarmi su aspetti specifici della scrittura.
Se il romanzo l’ho scritto in poco più di un semestre, arrivare a possedere le competenze necessarie per poter dar vita a un racconto che non fosse solo storicamente fondato, ha richiesto molto più tempo. Sono stati anni di impegno, studio e fatica.


D. ESSENDO LEI STESSA UNA LEVATRICE, QUANTO DELLA SUA ESPERIENZA PERSONALE HA INFLUENZATO LA SCRITTURA DEL ROMANZO?

R. Il romanzo tratta temi sociali che mi stanno a cuore, ma anche altri che conosco bene. Ogni parto che ho assistito, ogni incontro con le donne che ho accompagnato nei momenti più intimi e della loro vita, mi ha arricchito. Per cui, sì, la mia esperienza professionale e umana ha influenzato la scrittura permettendomi di raccontare non solo la forza delle donne, ma anche riflettere la maternità, quella espressa e quella negata, scrivere con più autenticità di carne, di sangue, di corpi che parlano anche attraverso le cicatrici che portano fuori e quelle di dentro.
La storia racchiude la vita di tante levatrici: quelle diplomate all’università, quelle patentate e abilitate dopo un esame pratico e quelle pratiche e totalmente analfabete che, con solide conoscenze empiriche, fino a un secolo fa, assistevano le donne, e non solo durante il parto. Molte di loro operavano animate da spirito di solidarietà femminile, ben conoscendo le difficili condizioni di vita delle donne nella loro comunità.
Seppur ambientato in Sardegna, quanto ho scritto si avvicina alla realtà storica di molte zone del resto della penisola, in particolare quelle rurali e isolate.
 

D. NEI SUOI PERSONAGGI C’È TANTA RESILIENZA FEMMINILE: IN QUALE SI RIVEDE DI PIÙ?

R. Non posso dare una risposta univoca, un po' in entrambe.
Sono una ostetrica che ha sempre lavorato nel campo della salute pubblica e conosco bene la fatica dei turni notturni e festivi, delle reperibilità, della gestione delle tante pressioni e emozioni durante le emergenze ostetriche e ho vissuto le criticità della sanità degli ultimi decenni.
Chiunque abbia lavorato per oltre anni e in qualsiasi ambito lo abbia fatto, sa bene quanta capacità di resilienza sia necessaria per fronteggiare la complessità che il lavoro richiede, per affrontare le sfide che si presentano e cercare di superare i conflitti.
Per me la resilienza può essere un fattore protettivo contro il burn out, altrimenti capace di travolgere chiunque quando non si riesce più a dare senso, né pienezza all’esperienza del curare.


D. QUAL È STATA LA PARTE PIÙ DIFFICILE DA SCRIVERE: RICOSTRUIRE L'EPOCA O DARE VOCE ALLE EMOZIONI DEI PROTAGONISTI?

R. Ricostruire l’epoca storica con la sua complessità sociale e culturale, ha richiesto tempo per la ricerca e tempo per la selezione in poche parole, di concetti che richiedevano spazi ben più ampi. La sfida più impegnativa è stata dare voce alle emozioni più intime e ai sentimenti dei protagonisti, che non seguono schemi logici. Ho cercato di non perdere l’autenticità emotiva in quel contesto storico pesante.
Penso che, come nella vita, anche nella letteratura, le emozioni vive e autentiche possano connettere lettrici e lettori con i personaggi e siano capaci, attraversando il tempo e lo spazio, di parlare una lingua universale.


D. COSA SPERA CHE I LETTORI PORTINO CON SÉ DOPO AVER CHIUSO IL LIBRO?

R. Il fatto che La levatrice abbia trovato un pubblico di lettrici e lettori così ampio, mi lascia sperare che possano portarsi dentro una emozione. E chissà… forse una riflessione sul valore della resilienza, sulla consapevolezza circa la forza che ognuno di noi possiede, pur senza saperlo. Riconoscendo nelle sfide del cambiamento opportunità di crescita, anche ripensando al valore e al senso che si vuole dare all’umano. 


D. E DOPO LA LEVATRICE, POSSIAMO GIÀ ASPETTARCI UN NUOVO PROGETTO?

R. Al momento la risposta sarebbe prematura. Le storie che trattano i temi sociali mi stanno a cuore da sempre, anche quelle dove il confine tra realtà e leggenda si fa sottile. Ma la scrittura, per me è un viaggio che richiede tempo, e voglio rispettare il mio ritmo.


Grazie a Bibbiana Cau per aver risposto alle mie domande e per la sua disponibilità.


In libreria e sugli store online dal 27 maggio 2025 Editrice Nord



SINOSSI 

Custode di un sapere antico, una donna lotta per far nascere il futuro. Non è una di loro, Mallena. Un giorno di sedici anni prima è arrivata a Norolani insieme con Jubanne, cui è bastato un attimo per innamorarsi e che l'ha sposata per proteggerla da un destino che gravava su di lei come una condanna. Eppure, per gli abitanti di quel paese dove il maestrale porta il respiro del mare, ormai è diventata un punto di riferimento. Perché Mallena è unallevadora che, mettendo in pratica il sapere antico tramandatole dalla madre, assiste tutte le partorienti, anche quelle delle famiglie più umili, senza mai pretendere nulla in cambio. Ma tutto precipita nel settembre 1917, quando Jubanne torna dal fronte ferito nel corpo e nell'anima. Per pagargli le cure necessarie, Mallena chiede a gran voce al consiglio comunale di essere remunerata per il suo lavoro e, ancora una volta, quel sussidio le viene negato. Come se non bastasse, in conformità a un decreto regio, viene assunta un'ostetrica diplomata, destinata a sostituirla. Arriva dal continente, Angelica Ferrari: nonostante la giovane età, per essere lì ha combattuto a lungo, sfidando le convenzioni sociali e la disapprovazione del padre, che voleva relegarla tra le mura domestiche, sposata con un buon partito. E adesso deve lottare contro la diffidenza delle donne del paese, che la vedono come un'estranea e rifiutano le sue cure. Dovrebbero essere rivali, Mallena e Angelica, invece sono le due facce della stessa medaglia, entrambe spinte dal desiderio di libertà e indipendenza, entrambe tradite dalle persone che avrebbero dovuto proteggerle e vittime della quotidiana ingiustizia che il mondo sa riservare soprattutto alle donne. Tuttavia, quando la situazione si farà insostenibile e i fantasmi del passato torneranno a bussare alla porta di Mallena, sarà proprio l'intera comunità di Norolani a pretendere che, per una volta, si faccia davvero giustizia. Una grande storia al femminile che, attraverso la lingua, i profumi, la poesia e la ruvidezza della vita quotidiana nella Sardegna d'inizio Novecento, narra di gente umile e schiva, ma unita da un profondo senso di comunità. E di una protagonista che, grazie a una saggezza ancestrale e alla solidarietà delle altre donne, matura in sé una nuova e luminosa consapevolezza. 



COSA NE PENSO

La levatrice è un romanzo forte e coraggioso, proprio come la sua protagonista, Mallena: una donna dal carattere fiero, temprata dal dolore e dalla vita, capace di trasformare ogni ferita in saggezza.
Fin dalle prime pagine, la scrittura intensa di Bibbiana Cau avvolge il lettore e lo conduce in un universo femminile dove la solidarietà tra donne diventa respiro, rifugio, rinascita. Madri, figlie e sorelle si intrecciano come fili di un unico destino, formando un legame indissolubile che sfida il tempo e la miseria.

Non si parla soltanto di nascite, in questo romanzo, ma anche di ciò che precede e accompagna la vita: la violenza taciuta, il dolore nascosto dietro le mura domestiche, la vergogna silenziosa che pesa come una colpa non propria.
Eppure, tra le ombre, emerge una luce antica — quella del coraggio femminile — che illumina anche le pagine più dure.

«Nessuno mi ha detto nulla, voi due mi avete detto tutto», scrive l’autrice, e in questa frase si racchiude l’essenza del romanzo: la forza dei gesti, degli sguardi, di ciò che le parole non riescono a dire.

Leggendo, si avverte la nostalgia di un tempo in cui, pur tra restrizioni e povertà, la vita appariva più autentica, più vera di quella che spesso viviamo oggi. La levatrice non è soltanto una storia: è un ritorno alle radici, un invito a riconoscere nelle antiche tradizioni popolari la nostra identità più profonda, da custodire e tramandare.

Una lettura consigliata, scritta con sensibilità, precisione e un raro equilibrio tra dolore e bellezza.


16 ottobre 2025

INTERVISTA A FABIO STASSI: IL POTERE SILENZIOSO DELLE PAROLE


Cari lettori, 

oggi ho il piacere e l’onore di ospitare Fabio Stassi, uno scrittore che con la sua voce gentile e profonda sa restituire vita alle parole e bellezza al silenzio.
Nei suoi libri si respira la nostalgia dei ricordi, la forza della memoria e la poesia nascosta nelle piccole cose.
Le sue storie parlano di umanità, di sogni e di quell’arte sottile che solo i veri narratori possiedono: trasformare la vita in letteratura.
Nato a Roma il 2 maggio 1962, Fabio Stassi vive a Viterbo e lavora a Roma come bibliotecario  mestiere che dialoga profondamente con la sua sensibilità letteraria. Ama scrivere sui treni, tra il ritmo dei binari e il fluire delle vite, dove spesso nascono le sue storie.
Ha esordito con Fumisteria (GBM, Premio Vittorini Opera Prima 2007), seguito da È finito il nostro carnevale (minimum fax, 2007) e La rivincita di Capablanca (minimum fax, 2008). Il successo internazionale arriva con L’ultimo ballo di Charlot (Sellerio, 2012), tradotto in 19 lingue e vincitore del Premio Selezione Campiello 2013 e del Premio Cielo d’Alcamo 2012.
Tra le sue opere più amate figurano anche Holden, Lolita, Živago e gli altri (2010), Come un respiro interrotto (Sellerio, 2014), Il libro dei personaggi letterari (minimum fax, 2015), La leggenda di Zumbi l’immortale (Sinnos, 2015) e La lettrice scomparsa (Sellerio, 2016).
L’8 ottobre 2024 è tornato in libreria con Bebelplatz (Sellerio), un romanzo intenso e visionario che intreccia memoria, identità e resistenza attraverso la forza delle parole.
Nel 2025, Fabio Stassi è tra i cinque finalisti della 63ª edizione del Premio Campiello, confermando un percorso coerente, poetico e profondamente umano.


D. COME È NATA L'ISPIRAZIONE PER BEBELPLATZ E COSA L’HA SPINTA A SCEGLIERE PROPRIO QUESTO LUOGO EMBLEMATICO DI BERLINO COME PUNTO DI PARTENZA DELLA NARRAZIONE?

R. Bebelplatz in realtà è nato da quel grande rogo che è stata la pandemia. In quel periodo che in parte abbiamo rimosso ma che ha determinato il nostro presente attuale molte cose sono andate a fuoco. Alcuni affetti, alcune relazioni. Una certa idea di letteratura, una certa idea di realtà. Ho capito che non avrei più potuto scrivere con lo stesso inchiostro di prima. Soprattutto è andata a fuoco la parola su cui il lato del mondo nel quale viviamo aveva edificato la vita sociale negli ultimi settantacinque anni: la parola pace. Appena finì il lockdown mi invitarono gli istituti di cultura italiani per un ciclo di conferenze. Ed è stato in quel momento che mi sono ritrovato di inverno nelle piazze deserte in cui in Germania nel 1933 i nazisti avevano bruciato decine di migliaia di libri. Ma mi è parso di vederle con altri occhi. Quelle piazze non testimoniavano più il nostro passato, ma le minacce del presente. Bebelplatz, su tutte, ha smesso di essere per me una piazza di Berlino, ed è diventata un luogo simbolico, di cui ho sentito la necessità di scrivere.

D. IL ROMANZO AFFRONTA IL TEMA DELLA MEMORIA STORICA LEGATO AL ROGO DEI LIBRI DEL 1933: CHE RUOLO ATTRIBUISCE ALLA LETTERATURA NEL PRESERVARE E RINNOVARE LA MEMORIA COLLETTIVA?

R. La letteratura è sempre stata perseguitata nella storia dell’umanità. Il suo ruolo, come ha scritto Elsa Morante, è quello di impedire la disintegrazione della coscienza umana e di restituire l’integrità del reale. Queste parole le comprendiamo oggi in tutta la loro forza, perché molte cose si stanno disintegrando, insieme alla coscienza. Il diritto, per esempio. Viviamo in un tempo dominato, invaso, dall’irrealtà e dalla manipolazione della verità. Dal suo rovesciamento. E mi viene in mente, per definire il compito dell’arte, anche l’editto che promulgò più di duemila anni fa il primo imperatore della Cina: chiunque userà la storia per criticare il presente verrà giustiziato insieme alla sua famiglia. Ecco, la memoria, la letteratura, hanno questa funzione di critica permanente del presente. Rappresentano appunto la nostra coscienza, la coscienza degli esseri umani. E un uomo senza coscienza, che vuol dire anche senza compassione o senza amore, non è più un essere umano.

D. DURANTE LA SCRITTURA DI BEBELPLATZ , HA SEGUITO UN PROGETTO PRECISO SI È LASCIATO GUIDARE DA SUGGESTIONI E SCOPERTE FATTE STRADA FACENDO?

R. Avevo una mappa, ed era una mappa di viaggio. Ma non sapevo dove mi avrebbe portato. Così, passo dopo passo, mettendomi sulle tracce degli scrittori italiani bruciati dai nazisti – all’inizio non sapevo chi fossero – mi sono ritrovato a seguire mille affluenti. Uno dei più interessanti è stato quello relativo ai bombardamenti sui civili. Ho scoperto che la Conferenza della Pace del 1902 e poi del 1907 aveva definito fuorilegge i bombardamenti dalle mongolfiere e dai palloni aerostatici. E che il primo bombardamento dall’alto lo aveva operato un italiano, durante la campagna di Libia. Ho scoperto anche che l’aviazione italiana fascista fu protagonista, insieme a quella nazista, del primo bombardamento sui civili a Guernica nel 1937. Quello fu un altro crinale, un’altra delle grandi occasioni perse dall’umanità. Se allora i bombardamenti aerei fossero stati dichiarati fuorilegge e interdetti per sempre dal diritto bellico, tutta la storia del Novecento, e anche dei nostri giorni, sarebbe cambiata. Crimini di guerra, li chiamerà il premio Nobel per la letteratura Günter Grass, riferendosi all’annientamento di Dresda. Crimini di guerra che ci avrebbero portato alle due bombe atomiche e che fece dire ad Alberto Moravia che il vero vincitore della seconda guerra mondiale era stato Hitler perché la sua teoria della soluzione finale si era imposta anche nella mentalità dei suoi nemici.

D. QUAL È STATO IL PERSONAGGIO O LA VOCE CHE PIÙ L’HA SORPRESA MENTRE SCRIVEVA ? HA CAMBIATO DIREZIONE RISPETTO ALL'IDEA INIZIALE ?

R. Alcuni li conoscevo, avevo sempre amato Emilio Salgari e Ignazio Silone, e nel raccontare le loro storie mi sono sentito coinvolto personalmente. Ma forse il personaggio che più mi ha sorpreso, e di cui non sapevo niente, è stata Maria Volpi, questa scrittrice di romanzi rosa autrice del primo libro censurato in Italia nel 1934. La sua storia è davvero esemplare. Lei era una scrittrice assolutamente omologata al regime. Ma in quanto donna, e in quanto portavoce di donne indipendenti e libere, che viaggiavano da sole – firmò anche il primo reportage sul lavoro femminile in fabbrica - era in qualche modo, quasi a sua stessa insaputa, antagonista all’ideologia fascista, fondata invece sul patriarcato, come tutte le dittature. Per questo Maria Volpi non capì i motivi che avevano spinto Mussolini a censurare per offesa alla razza il suo romanzo Sambadù, che raccontava la storia d’amore tra una donna bianca e un uomo nero, un ingegnere che proveniva dal Senegal. Il suo era un romanzo profondamente razzista, dove l’uomo africano ritornava alla fine nelle foreste. Ma lei non poteva vedere, come vediamo noi, ora, dalla nostra distanza, che il vero scandalo, per il fascismo, era rappresentato invece da Silvia, la protagonista femminile. Perché aveva avuto non soltanto il coraggio di imbastire una storia d’amore con un uomo nero, di sposarselo, di farci un figlio, ma anche di lasciarlo, di rompere il matrimonio e persino il vincolo della maternità. Quasi senza esserne del tutto consapevole, quella di Maria Volpi è una letteratura antipatriarcale, e anticipa molti temi contemporanei.

D. IL LIBRO PARLA DI CENSURA E DELLA DISTRUZIONE DEI LIBRI . IN CHE MODO PENSA CHE QUESTE QUESTIONI RISUONINO OGGI , NELL'EPOCA DIGITALE ?

R. Ora sento questo libro come una piccola orazione o arringa civile. Siamo di nuovo circondati da uomini fatti di carattere e non di libri, come auspicava Goebbels a Bebelplatz. Da uomini che comunicano al mondo atti forti e simbolici per dichiarare le proprie intenzioni. Ma non dobbiamo assuefarci alla parola guerra, farci convincere che un mondo senza guerra e senza violenza sia un’assurdità, come sostenevano i nazisti. Bebelplatz si rinnova ogni volta che sono messi a tacere e censurati una scrittrice, o uno scrittore, o un poeta, questi esseri inermi sempre incarcerati nella storia, torturati, fucilati. Per i poeti, la letteratura è “l’unica forma di assicurazione morale di cui la società può disporre”, “l’antidoto permanente alla legge della giungla”. Perché non ammette nessun vincolo con il potere, con nessun potere. È la protesta più intransigente all’ordine omicida del mondo e a ogni forma di nazionalismo e di conformismo.

D. CHE COSA VORREBBE CHE I LETTORI PORTASSERO CON SÉ, UNA VOLTA CHIUSO BEBELPLATZ?

R. Credo che come esseri umani, come cittadini, e soprattutto come lettrici e lettori siamo chiamati a una responsabilità. Sta a noi, adesso, prendere posizione. Chissà se avessero letto di più i nostri governanti, se davvero il mondo sarebbe stato un luogo migliore. Ma ora che intorno a noi sono tornate a risuonare le stesse parole d’ordine del passato recente e remoto e gli stessi fantasmi dobbiamo ricordarci che la lettura è un diritto e va difeso e che leggere è un atto politico, un esercizio di responsabilità oltre che di amore. Un diritto che non è garantito dovunque. In molte parti del mondo, in Medio Oriente come in qualche stato d’America, entrare in una biblioteca può essere pericoloso. Ci sono polizie politiche che controllano il registro dei prestiti. Che perquisiscono le case. In alcune circostanze, bisogna disfarsi dei propri libri - ed è come amputarsi una parte del corpo. 
In definitiva, non sono i libri a essere pericolosi, sono i lettori. Perché ragionano con la loro testa. Perché usano il pensiero critico. Perché aprono sempre un’inchiesta intima e collettiva quando leggono un libro o un romanzo. È il lettore il vero detective e il vero protagonista della letteratura. Non era forse un lettore Don Chisciotte? Non legge forse un libro Amleto, la prima scena in cui appare? La letteratura, sosteneva Antonio Tabucchi, ha gli stessi nemici di sempre, gli stessi sicari. Ma nessuno è mai riuscito a zittirla. In Kenya, la polizia ha emesso un mandato di cattura contro un personaggio di romanzo, credendolo una persona in carne e ossa, per l’entusiasmo con cui i contadini si raccontavano oralmente le sue avventure. Ma un personaggio di romanzo non lo si potrà mai catturare. E se anche incenerissero tutti i libri e i nuovi Re dei Tarli – ogni epoca ne incorona qualcuno - divorassero tutte le Biblioteche della terra, ci sarà sempre un altro essere umano a riprendere la voce e a difendere la libertà di espressione e di parola.

D. PROGETTI PER IL FUTURO ? 

R. Quest’estate ho visto una fotografia: un gruppo di attivisti curdi, nel nord della Siria, avevano accettato la fine della lotta armata e stavano gettando delle armi in dei grandi bracieri. Bruciare le armi, non i libri. Abbandonare l’idea degli Stati nazionali. Appartenere soltanto alla lingua, alla letteratura.
Bebelplatz mi ha cambiato, ha cambiato il mio modo di scrivere, il mio modo di guardare. Ora vorrei proseguire con più coraggio, se possibile, in questa direzione, e raccontare la storia di migrazioni dalla quale provengo. Ma ci vorrà del tempo. Per ora sento che questo libro ha ancora qualcosa da dire, e cercherò di farlo, per quello che posso.

Grazie a Fabio Stassi per la disponibilità mostrata nel rispondere alle mie domande.


SINOSSI 

10 maggio 1933. A Bebelplatz, nel centro di Berlino, allo scoccare della mezzanotte migliaia di libri vengono dati alle fiamme. Joseph Goebbels proclama: «L'uomo tedesco del futuro non sarà più un uomo fatto di libri, ma un uomo di carattere». Su tutta l'Europa si sparge un odore di benzina e di cenere. 24 febbraio 2022. La Russia invade l'Ucraina, e di lì a qualche mese un nuovo conflitto devasterà la striscia di Gaza. Durante un tour negli istituti di cultura italiani da Amburgo a Monaco, Fabio Stassi attraversa le piazze delle Bücherverbrennungen, i roghi di libri, e risale a ritmo incalzante la memoria del fuoco e delle censure, dei primi bombardamenti aerei sui civili, del saccheggio di librerie e biblioteche. Studia mappe e resoconti, si interroga sul ruolo della cultura e sulla cecità della guerra, indaga l'istinto di sopraffazione degli esseri umani. Alla fine compone un piccolo atlante della letteratura «dannosa e indesiderata» e rintraccia cinque scrittori italiani destinati alle fiamme dai nazisti: Pietro Aretino, il cantore della libertà rinascimentale; Giuseppe Antonio Borgese, cittadino del mondo e inguaribile utopista; Emilio Salgari, antimperialista amato in Sudamerica; Ignazio Silone, antifascista radicale, e Maria Volpi, unica donna della lista, disinibita narratrice del piacere e dell'indipendenza femminile. Quello di Stassi è un appassionato discorso in difesa di tutto ciò che trasgredisce la norma, un viaggio ricco di corrispondenze, colpi di scena e nuove interpretazioni, da Ovidio a Cervantes, da Arendt a Canetti, Sebald, Morante, Bernhard: un invito a disseppellire la biblioteca di Don Chisciotte. Perché la ribellione si impara leggendo, e ogni lettore, per qualsiasi potere, «è sempre una minaccia». Come scrive Alberto Manguel nell'Introduzione: «Da qualche parte nel mondo una mente sta ideando parole da tracciare con la mano e da decifrare con gli occhi in mezzo al fumo e alle ceneri». Sellerio Editore



COSA NE PENSO

Bebelplatz è un piccolo scrigno della memoria, un luogo che custodisce una parte dolorosa del nostro passato. Non si può e non si deve mai dimenticare ciò che accadde durante il nazismo, e in particolare la tragica notte dell’11 maggio 1933, quando milioni di libri furono gettati tra le fiamme. Un gesto estremo, deciso da menti ottuse e fanatiche, che volle cancellare idee, culture, e voci scomode. Ma lo scempio non appartiene solo al passato: ancora oggi, in forme diverse, assistiamo a tentativi di oscurare, censurare o distruggere il libero pensiero.

Bruciare un libro significa annientare la conoscenza, spegnere quella luce che illumina coscienze e apre orizzonti. È una delle crudeltà più grandi, perché i libri non sono solo oggetti: racchiudono ciò che siamo, la nostra storia, le nostre verità, anche quelle che troppo spesso vengono taciute o ignorate.

In Bebelplatz, Stassi si ferma proprio su questo punto: riporta alla memoria collettiva gli autori che allora furono condannati al silenzio e “dimenticati”. Tra loro spiccano nomi che hanno segnato la letteratura, come Maria Volpi, considerata la “madre del genere rosa”, Emilio Salgari, Antonio Borgese e molti altri.

La lettura mi ha lasciato dentro un senso di profonda malinconia, ma anche di grande ammirazione. È un libro scritto con devozione, con un amore autentico per la letteratura e per ciò che rappresenta per chi, come me, non può vivere senza i libri. Si legge con facilità e trasporto, pagina dopo pagina, fino a ritrovarsi immersi nella storia senza accorgersi del tempo che passa. Io stessa l’ho letto tutto d’un fiato, spinta dalla curiosità fino a notte fonda pur di giungere al finale.

Vi invito a scoprire Bebelplatz: è un’opera che si apre come un cassetto segreto pieno di gemme preziose, un libro che arricchisce e lascia un segno profondo.
Caldamente consigliato. Buona lettura!




©Crediti foto: Fabio Stassi – dalla sua pagina Facebook ufficiale.

05 ottobre 2025

INTERVISTA A JANET SKESLIEN CHARLES : L’INCANTO DISCRETO DELLE BIBLIOTECHE.



Cari amici lettori,

sono davvero onorata di poter ospitare nel mio blog Janet Skeslien Charles, autrice de La biblioteca di Parigi e di Le bibliotecarie di Notre-Dame. Nei suoi libri emerge una profonda attenzione alla memoria storica, unita a una scrittura capace di restituire emozioni autentiche con misura e delicatezza.
Un equilibrio raro che rende le sue opere preziose e indimenticabili.


D. COSA TI HA ISPIRATA A SCRIVERE LE BIBLIOTECARIE DI NOTRE-DAME ?

R. Ogni volta che sfoglio documenti d’archivio e mi vengono i brividi, capisco che devo scrivere. Durante le ricerche ho scoperto Jessie “Kit” Carson: durante la Grande Guerra andò in Francia e lì fondò le prime biblioteche per bambini. Dopo la guerra trasformò perfino delle ambulanze in biblioteche itineranti. La sua storia mi ha subito conquistata. Fare ricerca sulle persone è come risolvere un mistero: volevo sapere tutto di Jessie.

D. COME È NATA L’IDEA DI FARNE UN ROMANZO? 

R. Ho dovuto ricostruire la sua vita a partire dalle testimonianze dei volontari del CARD(Comitato Americano per le Regioni Devastate) e soprattutto dalle sue azioni. Più avanti ho trovato una sua lettera alla madre, che è stata preziosissima. Mi hanno invitata a parlare come autrice di “narrativa storica” e ho risposto che, in realtà, non la scrivo così: i miei libri sono ambientati nel passato ma parlano del presente. In Le bibliotecarie di Notre-Dame i protagonisti affrontano l’influenza spagnola come noi abbiamo affrontato il Covid; In La biblioteca di Parigi resistettero alla censura nazista — e oggi i bibliotecari americani vivono pressioni simili.

D. COME SEI RIUSCITA A TROVARE IL GIUSTO EQUILIBRIO TRA STORIA E FANTASIA ?

R. Ho cercato di costruire un filo narrativo chiaro per il lettore. Per farlo ho compresso alcune linee temporali tra eventi grandi: per esempio, ho messo in relazione l’arrivo di Jessie nel nord della Francia con un violento attacco tedesco, e ho raccontato come, grazie ai volontari del CARD(Comitato Americano per le Regioni Devastate) , i villaggi furono evacuati senza vittime.

D. TRA LE STORIE CHE HAI RACCONTATO NEI TUOI LIBRI SULLE BIBLIOTECARIE , CE N’È UNA CHE TI HA COLPITA PIÙ DELLE ALTRE ?

R. Jessie “Kit” Carson, senza dubbio. Lasciò un lavoro sicuro a New York per andare in una Francia in guerra, senza soldi — così povera che dovette farsi prestare un baule per la traversata — e contro il parere della madre. Creò spazi pensati per i bambini (sedie, tavolini, scaffali a misura), decorò con manifesti e fiori, formò le prime bibliotecarie francesi (all’epoca la professione era per lo più maschile) e spinse donne e bambini a frequentare la biblioteca. Alcune delle strutture che lei fondò esistono ancora: alla biblioteca di Belleville usano ancora gli scaffali che fece costruire oltre cento anni fa. In silenzio, ha cambiato il volto culturale della Francia.

D. QUAL È IL LIBRO CHE HA CONTATO DI PIÙ PER TE ?

R. Dopo aver lavorato in biblioteca, è stato meraviglioso scrivere una trilogia dedicata alle biblioteche per mettere in luce il coraggio dei bibliotecari: da Dorothy Reeder, protagonista de La biblioteca di Parigi, che sfidò i nazisti consegnando i libri di persona ai lettori ebrei, a Jessie “Kit” Carson Le bibliotecarie di Notre-Dame, che lasciò New York per recarsi nella Francia dilaniata dalla guerra e aiutare gli altri. Ho voluto scrivere “The Parisian Chapter” un epilogo extra , per collegare i personaggi dei miei libri e mostrare le difficoltà di una biblioteca in tempi più moderni.(In Italia, però, questo testo non è ancora stato pubblicato da Garzanti) .
Tra i libri e gli autori che porto nel cuore ci sono 'Bel Canto di Ann Patchett' , che dimostra come persone molto diverse possano ritrovarsi unite; I loro occhi guardavano Dio di Zora Neale Hurston, che sottolinea l’importanza dell’amicizia; 'Anna dai capelli rossi di L.M. Montgomery', una splendida meditazione sulla famiglia che si sceglie. Adoro Camilleri, perché ci ha mostrato non solo la giustizia, ma anche la giustizia poetica. Amo anche Milena Agus, che con 'Mal di pietre' mi ha dato speranza.

D. IN CHE MODO SPERI CHE I GIOVANI POSSANO RICONOSCERSI NEI TEMI DEL ROMANZO? 

R. Devo moltissimo ai traduttori, come Roberta Scarabelli: senza di loro molte storie non arriverebbero in Italia. Mi emoziona quando i lettori si riconoscono nei miei libri: adoro ricevere messaggi e vedere i loro reel.

D. QUALI SONO I TUOI PROSSIMI PROGETTI COME SCRITTRICE ?

R. Per la prima volta mi sto candidando per delle borse di studio, e sto scoprendo che è un tipo di scrittura molto particolare. Finora ho sempre finanziato le mie ricerche da sola, ma adesso spero di trovare sostegno e magari nuove collaborazioni per un prossimo romanzo. Tra le diverse opportunità, molti considerano il Premio di Roma la borsa più prestigiosa: mi piacerebbe davvero tornare in Italia, incontrare i lettori e trascorrere altro tempo lì. L’ultima volta ci sono stata per il viaggio di nozze a Firenze!



Ringrazio di cuore Janet per aver risposto alle mie domande.





SINOSSI 

Parigi, 1918. Dalla finestra, Jassie alza gli occhi verso l’imponente cattedrale di Notre-Dame. Le viene da domandarsi come l’uomo sia riuscito a costruire qualcosa di così meraviglioso. Ma non ha tempo per fermarsi, deve correre a prendere gli ultimi libri di cui ha bisogno prima di partire: se Notre-Dame rappresenta il lato migliore dell’uomo, ad aspettarla è il peggiore. Jassie, infatti, è una bibliotecaria della National Library di New York ed è anche membro di un’associazione di donne americane che aiuta le famiglie cadute sotto il giogo dell’occupazione tedesca. La sua missione è quella di aprire una biblioteca dove i bambini, insieme alle loro madri, possano trovare uno spazio sicuro e uno spiraglio di luce, quello che solo le storie sanno dare. Ma Jassie non si limita a distribuire libri. Mette a repentaglio la propria vita per salvarne altre. Arriva persino a sacrificare un nuovo amore che sente nascere in lei.  Perché nasconde un segreto. Un segreto che, quasi sessant’anni dopo, l’aspirante scrittrice Wendy scopre per caso. La ragazza capisce subito che ha di fronte una storia che non può essere taciuta. Perché nessuno deve mai dimenticare l’importanza dei libri anche nei periodi più bui. In particolar modo i bambini, che non capiscono fino in fondo cosa accade intorno a loro.



In libreria e sugli store online dal 20 maggio 2025 Garzanti Editore

27 luglio 2025

“SULLE NOTE DELLA VITA : CONVERSAZIONE CON PIETRUCCIO MONTALBETTI”



Cari amici lettori,

oggi vi presento con piacere Pietruccio Montalbetti, chitarrista e fondatore dei Dik Dik.
Nel suo libro ci racconta l’amicizia e la musica vissute insieme a Lucio Battisti, in un viaggio fatto di ricordi, successi e grandi emozioni.


D. NEL SUO  LIBRO AUTOBIOGRAFICO “STORIA DI DUE AMICI E DEI DIK DIK ” , RIPERCORRE MOLTI MOMENTI SALIENTI DELLA SUA CARRIERA. C’È UN EPISODIO IN PARTICOLARE CHE CONSIDERA IL PIÙ RAPPRESENTATIVO DELLA SUA VITA ARTISTICA ?

R. Pazienza e tenacia, ottenni la raccomandazione dell’allora vescovo di Milano, Montini. Fu un piccolo miracolo: una lettera preziosa che, grazie alla Casa dei Ricordi — fornitrice di organi per le chiese della curia — ci aprì le porte del provino, e poi del contratto. È da lì che iniziò davvero il nostro viaggio.     

D. ⁠SCRIVERE UN' AUTOBIOGRAFIA È ANCHE  UN ATTO DI INTIMITÀ: CHE COSA L’HA SPINTA A RACCONTARSI OGGI E A CONDIVIDERE COSÌ TANTO DI SÉ ?

R. Ho scelto di raccontare solo una parte di me stesso, anche per smentire chi, senza far nomi, si è attribuito il merito di aver scoperto Lucio Battisti. In realtà, ciò che ci legava era qualcosa di più semplice e profondo: un’amicizia sincera, nata prima ancora che io mi rendessi conto del suo immenso talento.

D. ⁠LUCIO BATTISTI È UNA FIGURA CENTRALE NELLA STORIA DELLA MUSICA ITALIANA. COME È NATA LA VOSTRA AMICIZIA E COME HA INFLUITO SULLA VOSTRA MUSICA E SUL VOSTRO PERCORSO UMANO ?

R. La nostra amicizia sbocciò quasi per caso, nello studio di registrazione della Ricordi. Non sapevamo che le nostre strade si sarebbero intrecciate a lungo, ma bastò uno sguardo, una parola, perché ci scegliessimo come amici. I Dik Dik arrivarono al successo prima di lui, e forse fu proprio per questo che sentii il bisogno di tendergli una mano: lo accolsi in casa mia, e da allora il nostro legame non si è più sciolto.

D. C'È UN RICORDO PARTICOLARE DI LUCIO CHE LE È RIMASTO IMPRESSO NEL CUORE E CHE MAGARI NON AVEVA MAI RACCONTATO PRIMA ?

R. In questo racconto ho detto quasi tutto, tranne quei silenzi che parlano più delle parole. Come i ricordi che Albarita, sua sorella, mi confidò dopo la sua morte. Mi raccontò di un bambino in sovrappeso e profondamente triste. Forse lì, in quella malinconia, nacque la sua poesia.

D. NEI SUOI RACCONTI, TRASPARE ANCHE UN MONDO MUSICALE PROFONDAMENTE DIVERSO DA QUELLO DI OGGI. CHE COSA PENSA DELLA MUSICA ITALIANA CONTEMPORANEA ? C’È QUALCOSA CHE LE MANCA DI QUEL PERIODO D’ORO? 

R. È da tempo che non guardo il Festival di Sanremo. La musica di oggi riflette, a mio avviso, un mondo in crisi d’anima, dove conta di più l’apparenza dell’essenza, il denaro della salute, l’indifferenza dell’empatia. È come se il cuore si fosse fatto distante, e troppo spesso chi ha bisogno viene lasciato indietro.

D. OLTRE ALLA MUSICA , NEL SUO LIBRO EMERGE ANCHE IL VIAGGIATORE E L'UOMO CURIOSO . QUANTO QUESTI ASPETTI HANNO ALIMENTATO LA SUA CREATIVITÀ?

R. La vera università, per me, è il viaggio. Non quello del turista distratto, ma quello del viaggiatore solitario, che si perde per ritrovarsi. La creatività, dopotutto, è una fiamma che brucia già dentro di noi: basta aprirle la porta. E il viaggio, più di ogni altra cosa, è la chiave.

D. DOPO IL LIBRO E UNA CARRIERA  LUNGA E RICCA , CI SONO NUOVI PROGETTI ALL'ORIZZONTE ? STA GIÀ PENSANDO A UNA NUOVA PUBBLICAZIONE O A QUALCHE INIZIATIVA MUSICALE ?

R. Musicalmente sto lavorando a un disco country, ma anche alla stesura di tre libri che presto vedranno la luce:

– Storia di una Cinquecento e di un’anima, un sogno narrativo, puro frutto della fantasia.
– In viaggio con Siddarta, un omaggio personale al capolavoro di Hermann Hesse.
– Una vita d’avventura, un diario poetico di via.

Ringrazio Pietruccio per la sua disponibilità nel rispondere alle mie domande 

In libreria e sugli store online dal 25 giugno 2025 Minerva Edizioni


SINOSSI 

Un viaggio attraverso la musica e la storia di un’amicizia, nata sulle note in una sala di registrazione e consolidata nell’arco di una vita intera. Due artisti diversi: Pietruccio Montalbetti, storico chitarrista e fondatore dei Dik Dik, e Lucio Battisti, ma complici e sodali in un momento di grande cambiamento, storico, politico e musicale. Due ragazzi che sognavano il successo, poi diventati due uomini che lo hanno raggiunto e vissuto ciascuno a proprio modo, senza però mai perdersi di vista, senza mai rinunciare l’uno alla compagnia dell’altro.
Storia di due amici e dei Dik Dik è il lungo respiro di un’avventura, musicale e umana, in cui Pietruccio ripercorre gli anni dei primi accordi, dei primi concerti con la band e delle scorribande con Battisti su e giù per l’Italia a bordo di un’inossidabile Cinquecento. Gli anni del Cantagiro, dei grandi successi e della consacrazione nell’olimpo della musica italiana. Ma è anche il racconto intimo e raccolto di un rapporto elettivo, uno spaccato privato dei sogni e delle esperienze condivise lontano dai riflettori.
Un’epopea scanzonata e sentimentale che rivive lo slancio economico di un’Italia rinata, delle libertà e delle innovazioni che porteranno l’uomo sulla Luna e a un ritrovato benessere economico. Un Paese, il nostro, specchio di un mondo che correva in avanti ma sembrava trovare più tempo di oggi per fare le cose in un certo modo.
Pietruccio, Lucio e i Dik Dik: la storia di sognatori diventati amici (e musicisti).



COSA NE PENSO 

Storia di due amici e dei Dik Dik" è un libro che si legge tutto d’un fiato, con il sorriso sulle labbra e un pizzico di nostalgia nel cuore. Pietruccio Montalbetti, chitarrista e anima dei Dik Dik, ci accompagna in un viaggio sincero e appassionato attraverso ricordi, aneddoti e momenti indimenticabili vissuti con l’amico Lucio Battisti.
È un racconto che non parla solo di musica, ma soprattutto di amicizia: quella vera, nata per caso in una sala di registrazione e cresciuta tra sogni, successi, risate e chilometri macinati a bordo di una vecchia Cinquecento.
Attraverso le pagine, si respira l’atmosfera di un’Italia che cambiava, tra le rivoluzioni culturali degli anni Sessanta e Settanta, le prime grandi tournée, il Cantagiro, le notti lunghe di canzoni e speranze. Ma accanto alla cronaca musicale, c’è tanto cuore: Pietruccio ci regala uno sguardo intimo e toccante su un legame che ha superato il tempo e la fama.
In conclusione, un libro ideale per chi ama la musica italiana, certo, ma anche per chi crede nell’amicizia duratura e nella bellezza delle passioni condivise.
Un’epopea leggera e profonda allo stesso tempo: il ritratto di un’epoca e di due ragazzi diventati uomini… senza mai smettere di essere amici.

Buona lettura!


© Riproduzione riservata


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09 luglio 2025

“RACCONTARE L'AMICIZIA, IL SILENZIO , L’AMORE : INTERVISTA A IRIS WOLFF”





Cari lettori,

l’ospite di oggi è Iris Wolff, una delle voci più raffinate e profonde della narrativa contemporanea europea. Nata a Sibiu, in Romania, nel 1977, si è trasferita in Germania all'età di otto anni, dove tuttora risiede.
I suoi romanzi – tradotti in numerose lingue e pluripremiati – sono attraversati da un linguaggio poetico, una sensibilità rara e una capacità sorprendente di raccontare i legami, la memoria e l’identità.

Con grande piacere vi presento la sua intervista in occasione dell’uscita in Italia del suo romanzo Radure (titolo originale Lichtungen), pubblicato da Neri Pozza Editore, una storia delicata e intensa sull’amicizia, sul silenzio e su ciò che ci rende umani.



D. COME È NATA LA TUA PASSIONE PER LA SCRITTURA? C'È STATO UN MOMENTO UN LIBRO CHE L'HA ACCESA? 

R. Ho iniziato a scrivere relativamente tardi, intorno ai trentacinque anni. La scintilla è stato un viaggio in Romania: lì ho sentito, inaspettatamente, un senso di appartenenza. Le strade, la luce, il paesaggio, il suono delle lingue… tutto parlava a una parte profonda di me. Ho cominciato a interrogarmi sul motivo per cui la mia famiglia – come molte minoranze tedesche – avesse lasciato quei luoghi dopo secoli. Scrivere è diventato il modo più naturale per esplorare queste domande. Non sapevo se ne fossi capace, ma ho deciso di rischiare.

D. COM'È NATA L’IDEA DEL TUO ROMANZO RADURE? 

R. A differenza dei miei libri precedenti, dove tutto partiva dalla prima frase o scena, con Radure mi sono trovata già nel cuore della storia. Vedevo Lev da bambino, a letto, immobile. Non sapevo ancora cosa gli fosse accaduto, né cosa lo aspettasse. Ma sentivo una forte connessione con lui. Ed è da quel sentimento che ho capito di poter raccontare questa storia. Da quell'immagine iniziale ho costruito tutto il resto, fidandomi.

D. IL TUO STILE È ESSENZIALE MA POTENTE . COME RIESCI A BILANCIARE SEMPLICITÀ E PROFONDITÀ?

R. Scrivo cercando di evocare, non di spiegare. I miei romanzi si muovono verso l’ignoto, guidati da un’apertura silenziosa e da una curiosità sincera verso i personaggi. Mi affido molto ai sensi, alle immagini, al ritmo della lingua – e alle pause. Credo in ciò che resta sospeso, in ciò che non viene detto. Le zone d’ombra sono inviti per chi legge. La letteratura, in fondo, vive nella mente del lettore.

D. IN QUESTO LIBRO, AMICIZIA E SILENZIO SONO TEMI CENTRALI. PERCHÉ LI HAI SCELTI ?

R. Sono una grande ammiratrice del silenzio. Da Lev ho imparato che ascoltare è spesso più potente che parlare. Tutto, se ascolti davvero, comincia a parlare. E tutto è connesso. In un mondo rumoroso e cinico, mi piace pensare che ci sia ancora spazio per relazioni profonde. L’amicizia, in particolare quella tra Lev e Kato, è al centro della storia. Un legame che sfuma tra l’amicizia e l’amore, come spesso accade nella vita vera.

D. QUAL È STATO L'ASPETTO PIÙ IMPEGNATIVO NELLO SCRIVERE RADURE ?

R. La scelta di raccontare la storia a ritroso. All’inizio non mi sono posta troppe domande, ma scrivendo ho iniziato a dubitare: funzionerà? I lettori accetteranno questa struttura? Ma era l’unico modo possibile per esplorare davvero ciò che volevo: cosa ci forma, cosa ci cambia, cosa dobbiamo lasciar andare per poter ricominciare.

D. COSA SPERI CHE I LETTORI ITALIANI TROVINO IN QUESTO LIBRO ?

R. Vorrei che si immergessero nel mondo della storia come in un dipinto. Kato, uno dei protagonisti, è un artista di strada che attraversa l’Europa – anche l’Italia – e dice che chi guarda un’opera dovrebbe "abitarla" per un po’. È ciò che auguro anche ai miei lettori.

D. PUOI ANTICIPARCI QUALCOSA SUI TUOI PROSSIMI PROGETTI? 

R. Sono molto discreta su ciò che sto scrivendo… Ma posso dire che, dopo aver camminato a lungo accanto a Lev e Kato, ho finalmente ripreso a scrivere. E questo, per me, è già un inizio.

Ringrazio Iris per la sua disponibilità nel rispondere alle mie domande. 



                     In libreria e sugli store online dal 20 giugno 2025 Neri Pozza



SINOSSI 

Transilvania, di là dalla Cortina di ferro. Lev ha solo undici anni quando, in seguito a un trauma, si trova prigioniero per mesi di un letto. I libri che girano per casa sono del secolo precedente, come dice la sua maestra. È deciso: qualcuno verrà a portargli i compiti, anche se Lev, potendo scegliere fra tutti i compagni, certo non vorrebbe Kato, quella strana ragazza scarmigliata che a scuola rimane sempre in disparte. Spirito libero e selvatico, Kato invece si presenta tutti i giorni col suo sguardo di velluto, i buchi nei vestiti, i compiti in mano, la risata che sfiora l’allegria e, goccia dopo goccia, tra i due bambini nasce un legame indissolubile che strapperà Lev alla sua prigione di lenzuola. Un’amicizia speciale che negli anni crescerà in un amore schivo. Poi, un giorno accade l’impensabile: il loro mondo, quell’Europa in miniatura dalle tante lingue, si ritrova senza più muri invalicabili a contenerlo e si spalancano orizzonti che separano Lev e Kato. Lui, malinconico e introverso, rimane. Lei, coraggiosa e affamata di spazi, va. Lui lavora a stretto contatto con la geografia della sua terra più che con le persone. Lei si trasferisce all’Ovest e fa l’artista di strada. Il filo che tiene uniti Lev e Kato si allunga attraverso quattro decenni senza mai recidersi, fino al giorno in cui Lev riceve una cartolina con una sola frase: Quando vieni? Con una lingua misurata e poetica al tempo stesso, Iris Wolff celebra il momento glorioso in cui una vita ne tocca per sempre un’altra, riannodando ricordi disseminati nel tempo come radure di luce in un bosco fitto, il cui bagliore persiste a lungo.

COSA NE PENSO

Radure è un romanzo che si muove come una luce filtrata tra gli alberi: lieve, essenziale, ma capace di lasciare un’impronta profonda. Iris Wolff ha uno stile di scrittura rarefatto e poetico, fatto di silenzi, immagini evocative e dettagli che si schiudono con delicatezza. Nulla è gridato, tutto è suggerito.
Ciò che colpisce è la sua capacità di raccontare i legami umani – e in particolare quello tra Lev e Kato – con una sensibilità fuori dal comune. Un’amicizia che si avvicina all’amore, un amore che, anche se messo alla prova dal tempo, dai confini e dai silenzi, continua a vivere. A resistere.
Un romanzo che non si dimentica facilmente, perché non si limita a raccontare una storia, ma ci invita a entrare dentro un mondo, lentamente, in punta di piedi.
In conclusione, consigliato a chi cerca una lettura intensa, silenziosa e piena di verità nascoste. Buona lettura! 


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25 giugno 2025

ELISA SORDI – SCRITTRICE INDIPENDENTE E LIBRAIA.




Buongiorno cari lettori,

con grande piacere do il benvenuto nel mio blog a Elisa Sordi, giovane scrittrice self publishing e libraia appassionata. 
Classe 2004, ciociara DOC. 
Potete seguirla e scoprire il suo mondo anche attraverso i suoi canali social, Eliza Bookstone è il suo pseudonimo su Instagram. 
👉 Cliccate qui  per restare aggiornati sui suoi contenuti!


D. COME NASCE IL TUO AMORE PER LA SCRITTURA E IN CHE MOMENTO HAI
CAPITO CHE VOLEVI DIVENTARE UNA SCRITTRICE?

R. Ricordo di aver sempre avuto la penna in mano. Paradossalmente, anche quando ancora non sapevo scrivere, andavo in giro per casa a fare scarabocchi che per me assomigliassero agli “scarabocchi dei grandi”.
Però non sognavo di diventare una scrittrice. Scrivevo per me, e per tanto mi sono accontentata di questo.
Poi, prima della pandemia, ho iniziato a scrivere qualcosa di serio e quando infine mi sono affacciata al mondo del bookstagram, ho pensato di buttarmi in questa avventura che a oggi mi ha regalato tanto.

D. ESSERE LIBRAIA TI ESPONE OGNI GIORNO A TANTI LIBRI: IN CHE MODO
QUESTO INFLUENZA IL TUO MODO DI SCRIVERE?

R. Di sicuro alimenta la mia immaginazione, ma non direi che sta influenzando di molto il mio modo di scrivere.

D. QUAL E' STATO IL MOMENTO PIU' DIFFICILE DEL TUO PERCORSO DA AUTRICE EMERGENTE E COME LO HAI SUPERATO?

R. I momenti peggiori sono stati quelli legati ad alcuni “disguidi” nati tra me e determinati professionisti del settore che non si sono rivelati adatti al mio modo di lavorare e alle mie storie. 
Con l’esperienza e affidandomi finalmente a persone giuste, sono riuscita a superare questi piccoli incidenti di percorso.

D. C'E' UN LIBRO (DI UN ALTRO AUTORE) CHE AVRESTI VOLUTO SCRIVERE TU? PERCHE'?

R. Tanti e nessuno. A volte mi capita di pensare “Ah, se avessi scritto io
Orgoglio e Pregiudizio”, ma poi penso anche che se avessi scritto io alcuni dei miei libri preferiti, di sicuro non sarebbero stati esattamente come li conosciamo noi oggi. E altre volte, penso che sia bello semplicemente godere di questi capolavori e dedicarsi a scrivere storie del tutto nuove.

D. NEL TUO LAVORO IN LIBRERIA,HAI NOTATO CAMBIAMENTI NEL MODO IN
CUI I LETTORI SI AVVICINANO AI LIBRI? COSA LI CONQUISTA OGGI?

R. Di certo il mercato e i lettori cambiano col passare del tempo, ma alcuni “pattern”, se così vogliamo cambiarli, sembrano non mutare nel tempo. I lettori vengono conquistati dagli stessi libri da cui venivano catturati anni fa: dai libri di cucina, fino alla narrativa generale. Magari sono nati alcuni fenomeni, si sono aggiunti nuovi generi, ma il lettore che va in libreria a cercare “Il fu Mattia Pascal” lo fa come quello che lo ha cercato dieci, venti e trent’anni fa.

D. COME RIESCI A CONCILIARE LA TUA VITA DA LIBRAIA CON IL TEMPO,
L'ISPIRAZIONE E LA DEDIZIONE CHE RICHIEDE LA SCRITTURA?

R. Avendo aperto da poco, devo dire di aver accantonato per un po’ l’attività di scrittura. O, più precisamente, ci sto dedicando meno tempo del solito, ho ridotto i momenti che di solito dedicavo ai miei lavori, ma conto di riprendere la mia solita routine non appena mi sarò abituata al cambiamento che mi ha colta a partire dal primo giugno, quando ho inaugurato L’angolo della libraia.

D. COSA SPERI CHE RESTI NEL CUORE DEI LETTORI UNA VOLTA CHIUSA
L'ULTIMA PAGINA DEI TUOI LIBRI?
R. L’idea che credere nei propri sogni ripaga sempre. Nei miei libri i sogni sono sempre un punto centrale delle vicende dei protagonisti e se c’è un messaggio che vorrei arrivasse più degli altri è proprio questo: credete in voi stessi e nei vostri sogni, sempre!


Ringrazio Elisa per la sua disponibilità nel rispondere alle mie domande. 


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18 giugno 2025

“GIALLO AL FEMMINILE” : LA PENNA BRILLANTE DI ROSA TERUZZI.






Cari lettori,

l’ospite di questa nuova intervista è una firma ormai amatissima nel panorama del giallo italiano: Rosa Teruzzi.
Vive e lavora a Milano ed è esperta di cronaca nera. Dopo aver guidato la redazione di Verissimo, è diventata caporedattrice della trasmissione televisiva Quarto grado e scrive romanzi e racconti di genere giallo. Per scrivere i suoi romanzi si ritira in estate presso un vecchio casello ferroviario a Colico, sul lago di Como. Un altro casello ferroviario, sito tra il Naviglio Grande e il Giambellino, ha ispirato la serie di romanzi I delitti del casello, editi a partire dal 2016, le cui protagoniste Vittoria, la mamma Libera e la nonna Iole, cercano di risolvere misteri tra Milano, la Brianza e il lago di Como. 
Con il suo stile vivace, i personaggi autentici e le trame avvincenti, Rosa Teruzzi ha conquistato lettori di ogni età. In questa chiacchierata esclusiva ci racconta del suo ultimo romanzo, del rapporto con le sue protagoniste — le “Miss Marple del Giambellino” — e ci svela qualcosa del dietro le quinte della sua scrittura.


D. COME È NATA LA TUA PASSIONE PER IL GENERE GIALLO?
 
R. Ho sempre amato leggere ma, nonostante il mio lavoro, o forse proprio per quello (da sempre faccio la giornalista di “nera”), in passato preferivo un altro tipo di libri, romanzi storici e feuilletton soprattutto.
E’ stata una straordinaria libraia milanese, Tecla Dozio, che avevo conosciuto mentre realizzavo a tempo perso la pagina della cultura del mio giornale, a farmi innamorare del genere e anche a spronarmi a scrivere.
Nella sua “Sherlockiana”, inizialmente vicina alla Statale di Milano e poi dalle parti dell’Arena, ho comprato quintali di libri, imparato ad apprezzare Simenon, Durrenmatt e Scerbanenco, il maestro di noi noiristi italiani, e incontrato alcuni degli scrittori che lei mi aveva fatto conoscere letterariamente, da Anne Perry, la maestra del mistery vittoriano, a Joe Lansdale, oltre a molti autori italiani che adesso incrocio per festival e presentazioni.
 
D. DA DOVE TRAI ISPIRAZIONE PER LE TUE STORIE?
 
R. Mai dai casi di cronaca che tratto nella trasmissione a cui lavoro, Quarto Grado, né dai giornali. Non mi piace rimasticare storie vere e mi fa rabbrividire l’idea di attribuire dialoghi o emozioni di fantasia alle vittime o ai carnefici reali di un crimine. Preferisco volare con l’immaginazione.
Le mie trame sono del tutto inventate, cosi come i miei personaggi, ma devo ammettere che più di trent’anni di frequentazione con investigatori in carne e ossa (carabinieri, poliziotti, magistrati) mi hanno regalato gli strumenti per rendere credibili le indagini delle mie protagoniste, una banda di eccentriche detective dilettanti composta da una fioraia, dalla sua bizzarra madre –una hippie mai pentita -e da una giornalista di cronaca nera.

D. COME BILANCI LA TRAMA CON LA COSTRUZIONE DEL SUSPENSE?
 
R. Le scuole di scrittura americane dividono gli autori di giallo tra architetti (che pianificano in ogni dettaglio la trama prima di iniziare a scrivere) e giardinieri, che mettono i loro personaggi in una situazione e poi li lasciano agire. Io appartengo a questa seconda categoria. Non sono metodica, né organizzata nella scrittura e anche per quanto riguarda i colpi di scena mi affido all’ispirazione.
Ma sono una forte lettrice e sono ipercritica. Quando una pagina mi annoia, la cancello senza pietà. Voglio essere la prima a emozionarmi e a sorprendermi di quello che leggo. Non ho mai creduto che fosse la quantità di delitti a fare di un giallo un buon giallo: sono più attratta dalla indagine e dal disvelamento dei segreti che da sangue e sparatorie.

D. COSA TI PIACE DI PIÙ DEL MESTIERE DI SCRITTRICE?
 
R. Fare la scrittrice non è un mestiere per me, è una passione. Quello che amo di più nell’esserlo è la libertà di creare in autonomia. E poi adoro parlare dei miei libri (e dei libri in genere) con i lettori.

D. CI SONO SCRITTORI CHE SONO PER TE FONTE D’ISPIRAZIONE? 

R. Sicuramente, nell’ambito del genere, il mio scrittore feticcio è Giorgio Scerbanenco: amo la sua Milano fragile e disperata e la malinconia feroce dei suoi personaggi.
Ma sono una lettrice onnivora. Tra i miei autori del cuore (impossibile stilare una classifica) ci sono Jane Austen, il Dumas del Conte di Montecristo, Edgar Allan Poe e Robert Stevenson. Ma sono anche una fan appassionata di Pia Pera e dei saggi meravigliosi di Stefano Mancuso.
Inoltre leggo tantissima poesia, anche se non la capisco e forse proprio perché non la capisco: la poesia ha una sua strada carsica che arriva dritta al cuore.

D. COSA VORRESTI CHE I TUOI LETTORI SAPESSERO SULLA SAGA DELLE SIGNORE DEL GIAMBELLINO?
 
R. Non amo le etichette, ma se dovessi definire i miei romanzi direi che sono commedie gialle con una vena noir, che hanno il loro cuore a Milano, in un romantico casello ferroviario nel quartiere periferico del Giambellino. Una piccola casa ai margini dei binari in cui vivono tre donne di una stessa famiglia, molto diverse eppure altrettanto legate. La più giovane di loro – una poliziotta – è l’unica a non indagare, e tenta – senza successo – di ostacolare le inchieste della mamma e della nonna, che sono segretamente a capo di un manipolo di “detective per caso", formato da una giornalista, dal suo burbero caporedattore, dal suo fotografo di fiducia e da un ex rapinatore con qualche scheletro nell’armadio. Tutti i miei personaggi hanno una ferita e un segreto. E questo, secondo me, li rende interessanti.

D. QUALI SONO I TUOI PROGETTI PER IL FUTURO?
 
R. Tra poco la trasmissione a cui lavoro chiuderà i battenti per la pausa estiva. A quel punto, come al solito, mi trasferirò nel casello ferroviario che è il mio luogo della scrittura, sulla sponda lecchese del lago di Como e lì inizierò la prossima avventura delle mie protagoniste. Ho già un’idea in testa, ma è ancora in fase embrionale. Riguarda comunque i battiti di un cuore malato. Ma sto pensando anche a un romanzo storico ambientato nel Quattrocento milanese ai tempi di Ludovico il Moro. E’ un periodo affascinante, creativo e sanguinario che ho studiato molti anni fa. E c’è un personaggio, una donna, che ogni tanto torna a sussurrarmi all'orecchio la sua storia.


Ringrazio Rosa per la sua disponibilità nel rispondere alle mie domande

 

In libreria e sugli store online dal 29 aprile 2025 Sonzogno Editori


SINOSSI 

Nella nebbia fitta della notte di Ognissanti, una misteriosa figura si muove nelle tenebre con un solo obiettivo: eliminare definitivamente Libera Cairati, la fioraia-detective del Giambellino. Dopo averla avvelenata con un mazzo di rose all’aconitina, l’aggressore si è dato un soprannome, l’Ombra, ed è pronto a colpire di nuovo. Dal rifugio del casello ferroviario in cui abita, Libera dovrà affrontarlo ad armi spuntate, costretta ad agire in gran segreto da Mimma Arrigoni, una pm che osteggia le sue indagini e insidia la relazione con il fascinoso commissario Gabriele. Ma quando il pericolo si fa più insidioso, Libera sa di poter contare sui complici di sempre – l’eccentrica madre Iole, la giornalista Irene e il burbero capocronista Cagnaccio –, una squadra affiatata a cui si uniscono due imprevedibili alleati: Diego Capistrano, ex rapinatore e amante di Iole, e Angelo Riva detto il Piè Veloce, un fotografo capace di rendersi invisibile e sparire nel nulla. Tra depistaggi, tentati omicidi e segreti nascosti, la caccia all’Ombra diventa un gioco letale, dove ogni mossa potrebbe essere l’ultima. In una Milano livida e battuta dalla pioggia, in cui tutti sembrano spiarsi a vicenda, Libera dovrà affrontare il suo nemico senza certezze – nemmeno quelle del cuore.


COSA NE PENSO

Con La giostra delle spie, Rosa Teruzzi firma un nuovo, brillante capitolo della sua celebre saga delle “Miss Marple del Giambellino”, un giallo dal ritmo serrato e dal cuore autentico, che si collega idealmente e narrativamente al precedente 'La ballata dei padri fedeli' (Clicca qui) .
Il lettore ritrova con piacere l’intero universo della Teruzzi: da Capistrano a Cagnaccio, dalla pittoresca Iole all’intensa Libera, personaggi ormai amati come vecchi amici eppure sempre capaci di stupire. Ed è proprio Iole, in questa nuova indagine, a brillare con una verve investigativa irresistibile, ironica, lucida, a tratti quasi commovente nella sua ostinazione.
Tra segreti sepolti e colpi di scena ben calibrati, l’intreccio si avvolge intorno a un’“ombra” che perseguita Libera, costringendola a confrontarsi con dubbi sempre più profondi e paure mai sopite. Ma La giostra delle spie non è solo un mystery avvincente: è anche un romanzo che sa toccare corde intime, in cui emerge con forza crescente il legame tra madre e figlia, quel filo invisibile e potente che unisce Iole e Libera nonostante le differenze, i silenzi e le scelte difficili.
Teruzzi, con la sua prosa precisa e la capacità tutta milanese di intrecciare ironia e malinconia, dipinge un affresco popolare ma mai banale. Il quartiere del Giambellino vive e respira tra le pagine, diventando quasi un personaggio esso stesso, con le sue contraddizioni, la sua vitalità e la sua umanità.
In conclusione, un giallo al femminile in cui il mistero si mescola all’affetto, alle fragilità e alla ricerca della verità. La giostra delle spie è una lettura appassionante, che conferma Rosa Teruzzi come una voce originale e riconoscibile nel panorama del noir italiano contemporaneo.
Consigliatissimo, buona lettura!

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