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26 novembre 2025

INTERVISTA A WANDA MARASCO : LA VOCE DELLA MEMORIA




Miei cari amici lettori,

l’ospite di questa nuova intervista è Wanda Marasco, una delle voci più intense e poetiche della narrativa italiana contemporanea. Poetessa, drammaturga e scrittrice dalla sensibilità profonda, Marasco nel 2025 ha conquistato la 63ª edizione del Premio Campiello con il romanzo Di spalle a questo mondo, un’opera capace di toccare le corde più intime della memoria e dell’identità.

Una scrittrice che trasforma emozioni e ricordi in letteratura viva.

D. COSA L’HA SPINTA A SCEGLIERE FERDINANDO PALASCIANO COME FIGURA CENTRALE DEL ROMANZO E QUALE ASPETTO DELLA SUA PERSONALITÀ L’HA MAGGIORMENTE AFFASCINATA?
 
R. L’idea di narrare la storia di Ferdinando Palasciano è nata mentre scrivevo Il genio dell’abbandono. Cominciai a studiare, a indagare. La torre che lui fece erigere sulla collina di Capodimonte appartiene alla mitopoietica dei miei luoghi pubblici, è il paesaggio che vedevo dai balconi di casa. È stato naturale, dunque, per le suggestioni ricevute dal luogo e dalle leggende che circolavano su Ferdinando e Olga, scegliere di scrivere la storia di chi l’aveva abitata. Inoltre Palasciano e Gemito (lo scultore pazzo protagonista de Il genio dell'abbandono) avevano in comune alcune ferite e soprattutto la follia causata da dolori e disillusioni. 
Palasciano fu uomo profondamente etico, ossessionato dall’ideale della cura da dedicare a tutte le creature viventi e dall’utopica convinzione che la scienza e la politica dovessero agire in sinergia per il bene dell’umanità. Come ho detto spesso Palasciano può essere paragonato a Gino Strada per il profondo senso etico, lo slancio filantropico e lo spirito battagliero.

D. NEL LIBRO LA FOLLIA DI PALASCIANO DIVENTA UNA LENTE ATTRAVERSO CUI LEGGERE LA SUA VICENDA UMANA. IN CHE MODO HA LAVORATO SUL RAPPORTO TRA LUCIDITÀ E PAZZIA ?

R. La follia in Ferdinando è un cammino che conduce alla sapienza. È la “cecità” che permette di vedere meglio le insensatezze della Storia e della condizione umana.
È la voce del fool a cui è concesso di dire la verità. É un metodo di svelamento. 

D. LA SUA SCRITTURA INTRECCIA SEMPRE REALTÀ STORICA E INVENZIONE LETTERARIA : COME HA BILANCIATO LA FEDELTÀ AI DOCUMENTI STORICI CON LE ESIGENZE NARRATIVE ?

R. Nei miei romanzi le ricerche hanno sempre due direzioni: una storica e l'altra psicologica. Ho narrato le vicende vissute da Ferdinando Palasciano e da Olga Vavilova andando a ristudiare gli eventi dell’epoca. Ho consultato riviste scientifiche, visitato luoghi e dialogato con esperti di storia della medicina. Il dettaglio doveva essere preciso, ma serviva soprattutto a scolpire l’ambientazione e il tempo in cui inserire la reinvenzione dei moti del cuore e della psiche dei due. Una biografia di anime. 

D. NAPOLI E IL CONTESTO DEL SUO TEMPO HANNO UN RUOLO DECISIVO NELLA VITA DI PALASCIANO . CHE TIPO DI CITTÀ E DI ATMOSFERA EMERGE IN DI SPALLE A QUESTO MONDO?

R. Napoli è un personaggio del romanzo. Emerge con la sua bellezza e le sue piaghe. È allo stesso tempo Luogo dei luoghi e non-luogo, rappresenta un inferno animato dall’idea del paradiso da distruggere. È un paese afflitto da chi lo divora per dominarne l’economia o per sopravvivere. Le sue contraddizioni possono generare la necessità di una forma di esilio e di canto che in fondo sono le dimensioni da cui Ferdinando e Olga esprimono il rifiuto del loro mondo, caratterizzato da iniquità e corruzione. 

D. LA FIGURA DEL MEDICO PALASCIANO È ANCHE UN SIMBOLO DI RESISTENZA ETICA . IN CHE MODO HA VOLUTO RACCONTARE IL CONFLITTO TRA IL DOVERE PROFESSIONALE E LE PRESSIONI DEL POTERE?

R. Palasciano è un uomo che si fa carico del dolore del mondo. Questo grande medico ha combattuto per l’ideale della “cura”, ha proclamato per primo il principio di neutralità su cui si basa la Croce Rossa Internazionale, rischiando la vita pur di affermare le proprie convinzioni. Ha lottato per l’educazione e la giustizia. E come ogni uomo profondamente etico viene perseguitato. In lui il conflitto tra il dovere professionale, sintesi di ogni suo ideale etico, e le pressioni del potere si esprime attraverso un atteggiamento “rivoluzionario”. Ferdinando sancisce il suo netto e coraggioso rifiuto di ogni forma di corruzione e di iniquità e lo fa in quanto medico e in quanto uomo politico con i suoi appassionati discorsi in Parlamento. “Voleva correggere la Storia”, si dice ad un certo punto nel romanzo. Percepisce su di sé il peso delle grandi conflagrazioni che determinano nel quotidiano ingiustizie sociali, solitudine e ferite contro cui conduce una lotta che lo porta al distacco dalla realtà. 

D. NELLA COSTRUZIONE DEL ROMANZO HA SCELTO UNO STILE FORTEMENTE EVOCATIVO E VISIONARIO. QUANTO LA SUA ESPERIENZA POETICA HA INFLUITO SULLA RESA NARRATIVA DI QUESTA VICENDA ?

R. Più che di esperienza parlerei di istintualità poetica. La narrazione, nelle mie pagine, nasce dall’unificazione di questa istintualità e della mia formazione teatrale. Il personaggio per me è “dramatis personae”, maschera da indossare per svelare qualche verità umana. Ho espresso scavo e immedesimazione servendomi dell’alternanza dei registri, in prevalenza attraverso l’uso di una prosa lirica che meglio si prestava a divenire canto, drammatica trasfigurazione e partitura della coscienza.
 
D. DOPO Di SPALLE A QUESTO MONDO, QUALI DIREZIONI IMMAGINA PER I SUOI FUTURI PROGETTI LETTERARI ?
 
R. Ho in cantiere un nuovo lavoro, ma non mi piace parlarne. Oltretutto sarebbe difficile raccontare qualcosa che potrebbe essere suscettibile di infinite variazioni. Posso soltanto anticiparvi che questa volta il racconto si svolgerà nel nostro presente.


Grazie a Wanda Marasco per aver risposto alle mie domande e per la sua disponibilità.

In libreria e sugli store online dal 17 settembre 2025 Neri Pozza


SINOSSI 

Se è vero che ogni esistenza viene al mondo per incarnare un dramma, quello di Ferdinando Palasciano e di sua moglie Olga Pavlova Vavilova è tra i più dolenti e irriducibili: è il dramma dell’imperfezione. Fin da bambino Ferdinando ha odiato la morte al punto da fare della salvezza la sua ossessione di medico. Ma una vocazione così grande, scontrandosi con le iniquità subite, non può che fallire e trovare casa nella follia. Olga, nella sua infanzia a Rostov, ha dovuto misurarsi proprio con l’alienazione materna, quintessenza di Storia e fragilità. Unico scampo da essa la fuga, frenata da una radice nascosta sotto la neve e dalla zoppia, che diventa destino e comunione con l’imperfetto. Ma si può vivere a un passo dall’ideale? Ferdinando, dal buio della sua ratio opacizzata, continuerà a salvare asini e pupi; mentre Olga, pur guarita dalla scienza e dall’amore di Ferdinando, tornerà a claudicare. Voi non credete che quando ci spezziamo è per sempre? La domanda che Olga rivolge al pittore Edoardo Dalbono è sintesi di una irreparabilità e di una caduta che restano perenni.



COSA NE PENSO

Un libro scritto con grande maestria, che racconta la vita di Ferdinando Palasciano, figura forse poco conosciuta ai più, ma che merita di essere riscoperta. Uomo e, soprattutto, medico, Palasciano pose la sua professione al di sopra di tutto, curando con la stessa scienza e coscienza sia i feriti borbonici che i rivoltosi, senza dimenticare i numerosi civili vittime della feroce e indiscriminata repressione. Non solo: durante il colera a Napoli si prodigò per assistere i poveri e gli ultimi.

La sua esistenza, tuttavia, fu segnata da terribili ingiustizie che lo costrinsero a vivere quasi nell’ombra di sé stesso. Non voglio rivelare troppo di questa vicenda, ma posso dire che mi ha toccata profondamente. Le fragilità umane emergono come uno schiaffo morale alla dignità dell’uomo, rendendolo vulnerabile. Di spalle a questo mondo: quando la medicina diventa coscienza.  

In questo percorso doloroso, però, l’amore si rivela come forza capace di tutto: si fa cura, carne, persino malattia, grazie alla presenza instancabile di sua moglie, Olga de Wavilow. La forza di Olga è qualcosa di unico: sin dalle prime pagine la sua figura mi ha colpito, pur nel dolore di figlia e poi di moglie, segnata dall’infanzia difficile e dalla nevrosi materna. Non si può parlare di Ferdinando Palasciano senza citare lei, Olga de Vavilov, moglie, sodale, compagna non solo nella vita privata, ma motivatrice, sostenitrice di molti dei suoi ideali.

A tratti il testo diventa denso, le parole si fermano e lascia spazio al cuore, che prende il sopravvento. 

«Penetriamo. Facciamolo ogni giorno quest'attacco alla verità. È un atto poetico. La poesia non imbroglia nessuno e nessuno può seppellirla. Il resto, buffonerie per essere accoppati. So che ha ragione. Si deve finire con un'illusione che resista a lungo. Adesso c'è il disgusto di questi giorni, ma mi inchino davanti alla pazzia di Ferdinando che vuole la verità.» 

In conclusione, un libro intenso, che consiglio davvero a tutti. Buona lettura! 


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18 novembre 2025

RECENSIONE DEL LIBRO:QUANDO IL MONDO DORME: “UNO SQUARCIO DI VERITÀ CHE ATTRAVERSA IL SILENZIO”


In libreria e sugli store online dal 23 luglio 2025 Rizzoli libri



NOTE SULL’AUTRICE 

Francesca Albanese è una funzionaria delle Nazioni Unite, giurista esperta di diritto internazionale, specializzata in diritti umani e Medio Oriente. Il 1º maggio 2022 è stata nominata Relatore Speciale sulla Situazione dei Diritti Umani nei Territori Palestinesi Occupati dal 1967 per un mandato di tre anni, succedendo al canadese Michael Lynk. È la seconda persona italiana dopo Giorgio Giacomelli, nonché la prima donna, a ricoprire questo incarico.
Come relatrice speciale delle Nazioni Unite, ha avuto il coraggio di denunciare l'occupazione, l'apartheid, il genocidio e i crimini commessi contro la popolazione di Gaza.
«Da soli siamo fragili come le ali di una farfalla, ma uniti - solidi e solidali - possiamo fare tempesta. … È nell’interconnessione delle lotte per l’emancipazione e la libertà - individuale o collettiva - che dobbiamo ritrovare il nostro solidum. Insieme possiamo affrontare qualsiasi sfida. Quindi battiamo le ali, facciamo la tempesta, anzi, come si dice dalle mie parti, facciamo ammuìna!" dal libro della Albanese Quando il mondo dorme, pubblicato da Rizzoli nel 2025.

SINOSSI 

Lo spirito di un luogo è fatto dalle persone che lo abitano, dalle storie che si intersecano nelle sue strade. E questo vale in modo particolare per la Palestina, custode di passaggi storici epocali e teatro di una delle più dolorose pagine di storia contemporanea. Francesca Albanese, la Relatrice speciale ONU sul territorio palestinese occupato, una delle persone più competenti e autorevoli sullo status giuridico e sulla situazione dei palestinesi - amata (o odiata) in tutto il mondo per l'integrità e la passione con cui si batte in favore dei diritti di un popolo troppo a lungo vessato - qui ci offre storie che intrecciano informazioni, riflessioni, emozioni e vicende intime. Un viaggio scandito da dieci persone che hanno accompagnato Francesca a comprendere storia, presente e futuro della Palestina. Hind Rajab, morta a sei anni sotto le bombe che hanno distrutto Gaza, ci apre gli occhi su cosa significhi essere bambini in un Paese dove i bambini non hanno un nidoche li protegga e che rispetti le loro radici. Abu Hassan ci guida tra i luoghi di fatica e sofferenza ai margini di Gerusalemme; e George, amico stretto, di Gerusalemme ci mostra meraviglia e insensatezze. Alon Confino, grande studioso dell'olocausto, ci aiuta a comprendere i contrasti che possono albergare nel cuore di un ebreo che vede l'apartheid e ne vuole la fine. Ghassan Abu-Sittah, chirurgo arrivato da Londra per entrare nel vivo dell'orrore più inimmaginabile, ci racconta ciò che ha visto; e Malak Mattar, giovane artista che ha fatto il percorso inverso, condivide la storia di chi ha dovuto lasciare Gaza per potersi esprimere o per sopravvivere. E poi Ingrid Jaradat Gassner, Eyal Weizman, Gabor Maté fino a una delle persone più vicine a Francesca nella vita, così come nella ricerca di una consapevolezza capace di tradursi in azione.

COSA NE PENSO

Un libro necessario, che chiede di non distogliere più lo sguardo. 
Ci sono libri che non si limitano a raccontare: interrompono il silenzio. Quando il mondo dorme di Francesca Albanese appartiene a questa categoria rara e scomoda di opere che non cercano consenso, ma consapevolezza. Con lucidità, rigore e un dolore che non si maschera mai dietro l’accademia, Albanese ci conduce dentro le atrocità della guerra e del genocidio in Palestina, offrendo una testimonianza che è insieme personale, politica e profondamente umana.
La forza del testo risiede nella precisione con cui l’autrice espone fatti, dinamiche e responsabilità internazionali, ma anche nella capacità di intrecciare queste analisi con la voce di chi in quella terra ci è nato e continua a raccontarne l’agonia. Albanese richiama nomi autorevoli della cultura palestinese, figure che hanno trasformato il dolore in parole, resistenza, memoria. Quel coro di voci diventa il contrappunto essenziale al suo lavoro alle Nazioni Unite: un lavoro che non rimane mai astratto, ma si fa carne, ferita, urgenza morale.
Leggere questo libro significa confrontarsi con uno “squarcio sulla realtà” che il cuore fatica a contenere. Le atrocità narrate – bambini, donne, uomini, anziani strappati alla vita senza ragione – superano la capacità umana di comprensione. Eppure, Albanese ci chiede di restare, di ascoltare,di non voltare lo sguardo. Alcuni passaggi arrivano come colpi inferti da un pugnale: precisi, necessari, impossibili da ignorare. Molti meritano di essere sottolineati e riletti, perché raccolgono secoli di ingiustizie, di guerre passate, di genocidi in cui le vittime non hanno mai ottenuto piena giustizia e continuano a gridare la loro verità.
Tra le storie più sconvolgenti evocate nel libro c’è quella di Hind Rajab, morta a soli sei anni dopo il 7 ottobre 2023. La sua vicenda, raccontata con pudore e straziante rispetto, incarna la brutalità di un conflitto che divora vite innocenti e lascia cicatrici impossibili da rimarginare. Ma Albanese, pur nella denuncia, mantiene sempre lo sguardo rivolto alla dignità delle persone, alla memoria che resta, alla voce che non si spegne.
Un altro passaggio di grande rilievo è dedicato al poeta palestinese Refaat Alareer, ucciso dopo aver dedicato la vita a dare voce ai giovani scrittori e scrittrici di Gaza. 

“Se dovessi morire, 
tu devi vivere 
per raccontare 
la mia storia 
per vendere le mie cose 
per comprare un poʼ di carta e qualche filo, per farne un aquilone 
(fallo bianco con una lunga coda) 
cosicché un bambino, 
da qualche parte a Gaza, 
guardando il cielo 
negli occhi 
in attesa di suo padre che
se ne andò in una fiamma 
senza dare l'addio a nessuno 
nemmeno alla sua stessa carne 
nemmeno a se stesso 
veda lʼaquilone, il mio
aquilone che tu hai fatto, 
volare là sopra 
e pensi per un momento 
che un angelo sia lì 
a riportare amore. 
Se dovessi morire, 
faʼ che porti speranza 
faʼ che sia un racconto!” 

(Refaat - If I must die


Il suo progetto Gaza Writes Back non è solo una raccolta di racconti, ma un manifesto identitario: perché narrare la propria storia significa resistere, riconoscersi, esistere. Significa sottrarre le vite palestinesi alla disumanizzazione e restituire loro nome, volto, memoria.
Con Quando il mondo dorme, Francesca Albanese costruisce dunque un testo che è insieme denuncia politica e opera di testimonianza, sostenuta da una scrittura chiara, vibrante, profondamente empatica. È un libro che scuote, che ferisce, ma soprattutto che obbliga a pensare e a prendere posizione.
In un tempo in cui l’indifferenza è spesso più rumorosa delle bombe, leggere questo libro è un atto di responsabilità civile.
Un invito a comprendere, ad ascoltare, a non lasciar dormire la nostra coscienza mentre il mondo, altrove, continua a bruciare.
In conclusione, un’opera necessaria. Un libro che tutti dovrebbero leggere.




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27 ottobre 2025

LE DONNE , LA TERRA , LA VITA – INTERVISTA A BIBBIANA CAU SUL MONDO DE “LA LEVATRICE.”



Cari lettori, 

L’ospite di oggi è Bibbiana Cau, autrice de “La levatrice” .
Nata e residente in Sardegna, Bibbiana ha dedicato la sua vita alla nascita, accompagnando con passione e competenza centinaia di nuove vite nel loro primo respiro.
La sua formazione in Ostetricia all’Università di Cagliari si intreccia con un profondo amore per la lettura e la scrittura, nato durante la stesura della sua tesi in Storia sociale.

Dopo la laurea in Educazione degli adulti e Formazione continua all’Università Roma Tre, ha approfondito la scrittura e la narrazione attraverso corsi alla Scuola Holden di Torino, di Medicina narrativa e di Londra Scrive con Marco Mancassola.

Con “La levatrice” , suo esordio letterario, Bibbiana Cau dà voce a una storia intensa e autentica, capace di unire la forza delle donne, la memoria collettiva e la poesia della vita che nasce.


D. COME NASCE L’IDEA DE LA LEVATRICE? C’È STATO UN MOMENTO PRECISO CHE L’HA ISPIRATA?

R. La storia di Mallena arriva da lontano.
Da sempre amo leggere e studiare e una quindicina di anni fa, mi trovavo a preparare una tesi in Storia sociale su come è cambiato il modo di nascere negli ultimi cento anni, attraverso la storia delle ostetriche. Cercando il materiale necessario, chiuse negli archivi storici, nei registri parrocchiali e in quelli degli uffici anagrafe dei Comuni, ho trovato tante vite di donne che hanno avuto un ruolo centrale all’interno della comunità, tanto da essere le uniche che potevano amministrare il battesimo, in caso di necessità.
La dualità delle loro vite, strette tra forza e silenzio, quello della storia che le ha dimenticate, mi hanno toccato nel profondo e continuavano a farlo nonostante il passare del tempo. 


D. QUANTO TEMPO HA DEDICATO ALLA RICERCA STORICA PRIMA DI INIZIARE A SCRIVERE? 

R. Dopo essermi laureata in Scienze dell’Educazione degli adulti e Formazione Continua, il bisogno di dare a quelle donne di un secolo fa la voce negata, fatto maturare l’idea di impegnarmi per trasformare quel materiale in qualcosa che permettesse un respiro più ampio di una tesi di laurea e lì è iniziato il mio viaggio verso il romanzo.
Frequentare corsi di scrittura e acquisire nuove competenze era il percorso che scelsi. Avevo già partecipato a corsi di Medicina narrativa presso le Aziende Sanitarie Locali sarde, ho continuato con la scrittrice Eleonora Sottili che insegna alla scuola Holden di Torino, passando poi ai corsi di base e avanzati, fino a quelli di “Londra Scrive” con Marco Mancassola, uno scrittore raffinato e attento, che mi ha insegnato a soffermarmi su aspetti specifici della scrittura.
Se il romanzo l’ho scritto in poco più di un semestre, arrivare a possedere le competenze necessarie per poter dar vita a un racconto che non fosse solo storicamente fondato, ha richiesto molto più tempo. Sono stati anni di impegno, studio e fatica.


D. ESSENDO LEI STESSA UNA LEVATRICE, QUANTO DELLA SUA ESPERIENZA PERSONALE HA INFLUENZATO LA SCRITTURA DEL ROMANZO?

R. Il romanzo tratta temi sociali che mi stanno a cuore, ma anche altri che conosco bene. Ogni parto che ho assistito, ogni incontro con le donne che ho accompagnato nei momenti più intimi e della loro vita, mi ha arricchito. Per cui, sì, la mia esperienza professionale e umana ha influenzato la scrittura permettendomi di raccontare non solo la forza delle donne, ma anche riflettere la maternità, quella espressa e quella negata, scrivere con più autenticità di carne, di sangue, di corpi che parlano anche attraverso le cicatrici che portano fuori e quelle di dentro.
La storia racchiude la vita di tante levatrici: quelle diplomate all’università, quelle patentate e abilitate dopo un esame pratico e quelle pratiche e totalmente analfabete che, con solide conoscenze empiriche, fino a un secolo fa, assistevano le donne, e non solo durante il parto. Molte di loro operavano animate da spirito di solidarietà femminile, ben conoscendo le difficili condizioni di vita delle donne nella loro comunità.
Seppur ambientato in Sardegna, quanto ho scritto si avvicina alla realtà storica di molte zone del resto della penisola, in particolare quelle rurali e isolate.
 

D. NEI SUOI PERSONAGGI C’È TANTA RESILIENZA FEMMINILE: IN QUALE SI RIVEDE DI PIÙ?

R. Non posso dare una risposta univoca, un po' in entrambe.
Sono una ostetrica che ha sempre lavorato nel campo della salute pubblica e conosco bene la fatica dei turni notturni e festivi, delle reperibilità, della gestione delle tante pressioni e emozioni durante le emergenze ostetriche e ho vissuto le criticità della sanità degli ultimi decenni.
Chiunque abbia lavorato per oltre anni e in qualsiasi ambito lo abbia fatto, sa bene quanta capacità di resilienza sia necessaria per fronteggiare la complessità che il lavoro richiede, per affrontare le sfide che si presentano e cercare di superare i conflitti.
Per me la resilienza può essere un fattore protettivo contro il burn out, altrimenti capace di travolgere chiunque quando non si riesce più a dare senso, né pienezza all’esperienza del curare.


D. QUAL È STATA LA PARTE PIÙ DIFFICILE DA SCRIVERE: RICOSTRUIRE L'EPOCA O DARE VOCE ALLE EMOZIONI DEI PROTAGONISTI?

R. Ricostruire l’epoca storica con la sua complessità sociale e culturale, ha richiesto tempo per la ricerca e tempo per la selezione in poche parole, di concetti che richiedevano spazi ben più ampi. La sfida più impegnativa è stata dare voce alle emozioni più intime e ai sentimenti dei protagonisti, che non seguono schemi logici. Ho cercato di non perdere l’autenticità emotiva in quel contesto storico pesante.
Penso che, come nella vita, anche nella letteratura, le emozioni vive e autentiche possano connettere lettrici e lettori con i personaggi e siano capaci, attraversando il tempo e lo spazio, di parlare una lingua universale.


D. COSA SPERA CHE I LETTORI PORTINO CON SÉ DOPO AVER CHIUSO IL LIBRO?

R. Il fatto che La levatrice abbia trovato un pubblico di lettrici e lettori così ampio, mi lascia sperare che possano portarsi dentro una emozione. E chissà… forse una riflessione sul valore della resilienza, sulla consapevolezza circa la forza che ognuno di noi possiede, pur senza saperlo. Riconoscendo nelle sfide del cambiamento opportunità di crescita, anche ripensando al valore e al senso che si vuole dare all’umano. 


D. E DOPO LA LEVATRICE, POSSIAMO GIÀ ASPETTARCI UN NUOVO PROGETTO?

R. Al momento la risposta sarebbe prematura. Le storie che trattano i temi sociali mi stanno a cuore da sempre, anche quelle dove il confine tra realtà e leggenda si fa sottile. Ma la scrittura, per me è un viaggio che richiede tempo, e voglio rispettare il mio ritmo.


Grazie a Bibbiana Cau per aver risposto alle mie domande e per la sua disponibilità.


In libreria e sugli store online dal 27 maggio 2025 Editrice Nord



SINOSSI 

Custode di un sapere antico, una donna lotta per far nascere il futuro. Non è una di loro, Mallena. Un giorno di sedici anni prima è arrivata a Norolani insieme con Jubanne, cui è bastato un attimo per innamorarsi e che l'ha sposata per proteggerla da un destino che gravava su di lei come una condanna. Eppure, per gli abitanti di quel paese dove il maestrale porta il respiro del mare, ormai è diventata un punto di riferimento. Perché Mallena è unallevadora che, mettendo in pratica il sapere antico tramandatole dalla madre, assiste tutte le partorienti, anche quelle delle famiglie più umili, senza mai pretendere nulla in cambio. Ma tutto precipita nel settembre 1917, quando Jubanne torna dal fronte ferito nel corpo e nell'anima. Per pagargli le cure necessarie, Mallena chiede a gran voce al consiglio comunale di essere remunerata per il suo lavoro e, ancora una volta, quel sussidio le viene negato. Come se non bastasse, in conformità a un decreto regio, viene assunta un'ostetrica diplomata, destinata a sostituirla. Arriva dal continente, Angelica Ferrari: nonostante la giovane età, per essere lì ha combattuto a lungo, sfidando le convenzioni sociali e la disapprovazione del padre, che voleva relegarla tra le mura domestiche, sposata con un buon partito. E adesso deve lottare contro la diffidenza delle donne del paese, che la vedono come un'estranea e rifiutano le sue cure. Dovrebbero essere rivali, Mallena e Angelica, invece sono le due facce della stessa medaglia, entrambe spinte dal desiderio di libertà e indipendenza, entrambe tradite dalle persone che avrebbero dovuto proteggerle e vittime della quotidiana ingiustizia che il mondo sa riservare soprattutto alle donne. Tuttavia, quando la situazione si farà insostenibile e i fantasmi del passato torneranno a bussare alla porta di Mallena, sarà proprio l'intera comunità di Norolani a pretendere che, per una volta, si faccia davvero giustizia. Una grande storia al femminile che, attraverso la lingua, i profumi, la poesia e la ruvidezza della vita quotidiana nella Sardegna d'inizio Novecento, narra di gente umile e schiva, ma unita da un profondo senso di comunità. E di una protagonista che, grazie a una saggezza ancestrale e alla solidarietà delle altre donne, matura in sé una nuova e luminosa consapevolezza. 



COSA NE PENSO

La levatrice è un romanzo forte e coraggioso, proprio come la sua protagonista, Mallena: una donna dal carattere fiero, temprata dal dolore e dalla vita, capace di trasformare ogni ferita in saggezza.
Fin dalle prime pagine, la scrittura intensa di Bibbiana Cau avvolge il lettore e lo conduce in un universo femminile dove la solidarietà tra donne diventa respiro, rifugio, rinascita. Madri, figlie e sorelle si intrecciano come fili di un unico destino, formando un legame indissolubile che sfida il tempo e la miseria.

Non si parla soltanto di nascite, in questo romanzo, ma anche di ciò che precede e accompagna la vita: la violenza taciuta, il dolore nascosto dietro le mura domestiche, la vergogna silenziosa che pesa come una colpa non propria.
Eppure, tra le ombre, emerge una luce antica — quella del coraggio femminile — che illumina anche le pagine più dure.

«Nessuno mi ha detto nulla, voi due mi avete detto tutto», scrive l’autrice, e in questa frase si racchiude l’essenza del romanzo: la forza dei gesti, degli sguardi, di ciò che le parole non riescono a dire.

Leggendo, si avverte la nostalgia di un tempo in cui, pur tra restrizioni e povertà, la vita appariva più autentica, più vera di quella che spesso viviamo oggi. La levatrice non è soltanto una storia: è un ritorno alle radici, un invito a riconoscere nelle antiche tradizioni popolari la nostra identità più profonda, da custodire e tramandare.

Una lettura consigliata, scritta con sensibilità, precisione e un raro equilibrio tra dolore e bellezza.


16 ottobre 2025

INTERVISTA A FABIO STASSI: IL POTERE SILENZIOSO DELLE PAROLE


Cari lettori, 

oggi ho il piacere e l’onore di ospitare Fabio Stassi, uno scrittore che con la sua voce gentile e profonda sa restituire vita alle parole e bellezza al silenzio.
Nei suoi libri si respira la nostalgia dei ricordi, la forza della memoria e la poesia nascosta nelle piccole cose.
Le sue storie parlano di umanità, di sogni e di quell’arte sottile che solo i veri narratori possiedono: trasformare la vita in letteratura.
Nato a Roma il 2 maggio 1962, Fabio Stassi vive a Viterbo e lavora a Roma come bibliotecario  mestiere che dialoga profondamente con la sua sensibilità letteraria. Ama scrivere sui treni, tra il ritmo dei binari e il fluire delle vite, dove spesso nascono le sue storie.
Ha esordito con Fumisteria (GBM, Premio Vittorini Opera Prima 2007), seguito da È finito il nostro carnevale (minimum fax, 2007) e La rivincita di Capablanca (minimum fax, 2008). Il successo internazionale arriva con L’ultimo ballo di Charlot (Sellerio, 2012), tradotto in 19 lingue e vincitore del Premio Selezione Campiello 2013 e del Premio Cielo d’Alcamo 2012.
Tra le sue opere più amate figurano anche Holden, Lolita, Živago e gli altri (2010), Come un respiro interrotto (Sellerio, 2014), Il libro dei personaggi letterari (minimum fax, 2015), La leggenda di Zumbi l’immortale (Sinnos, 2015) e La lettrice scomparsa (Sellerio, 2016).
L’8 ottobre 2024 è tornato in libreria con Bebelplatz (Sellerio), un romanzo intenso e visionario che intreccia memoria, identità e resistenza attraverso la forza delle parole.
Nel 2025, Fabio Stassi è tra i cinque finalisti della 63ª edizione del Premio Campiello, confermando un percorso coerente, poetico e profondamente umano.


D. COME È NATA L'ISPIRAZIONE PER BEBELPLATZ E COSA L’HA SPINTA A SCEGLIERE PROPRIO QUESTO LUOGO EMBLEMATICO DI BERLINO COME PUNTO DI PARTENZA DELLA NARRAZIONE?

R. Bebelplatz in realtà è nato da quel grande rogo che è stata la pandemia. In quel periodo che in parte abbiamo rimosso ma che ha determinato il nostro presente attuale molte cose sono andate a fuoco. Alcuni affetti, alcune relazioni. Una certa idea di letteratura, una certa idea di realtà. Ho capito che non avrei più potuto scrivere con lo stesso inchiostro di prima. Soprattutto è andata a fuoco la parola su cui il lato del mondo nel quale viviamo aveva edificato la vita sociale negli ultimi settantacinque anni: la parola pace. Appena finì il lockdown mi invitarono gli istituti di cultura italiani per un ciclo di conferenze. Ed è stato in quel momento che mi sono ritrovato di inverno nelle piazze deserte in cui in Germania nel 1933 i nazisti avevano bruciato decine di migliaia di libri. Ma mi è parso di vederle con altri occhi. Quelle piazze non testimoniavano più il nostro passato, ma le minacce del presente. Bebelplatz, su tutte, ha smesso di essere per me una piazza di Berlino, ed è diventata un luogo simbolico, di cui ho sentito la necessità di scrivere.

D. IL ROMANZO AFFRONTA IL TEMA DELLA MEMORIA STORICA LEGATO AL ROGO DEI LIBRI DEL 1933: CHE RUOLO ATTRIBUISCE ALLA LETTERATURA NEL PRESERVARE E RINNOVARE LA MEMORIA COLLETTIVA?

R. La letteratura è sempre stata perseguitata nella storia dell’umanità. Il suo ruolo, come ha scritto Elsa Morante, è quello di impedire la disintegrazione della coscienza umana e di restituire l’integrità del reale. Queste parole le comprendiamo oggi in tutta la loro forza, perché molte cose si stanno disintegrando, insieme alla coscienza. Il diritto, per esempio. Viviamo in un tempo dominato, invaso, dall’irrealtà e dalla manipolazione della verità. Dal suo rovesciamento. E mi viene in mente, per definire il compito dell’arte, anche l’editto che promulgò più di duemila anni fa il primo imperatore della Cina: chiunque userà la storia per criticare il presente verrà giustiziato insieme alla sua famiglia. Ecco, la memoria, la letteratura, hanno questa funzione di critica permanente del presente. Rappresentano appunto la nostra coscienza, la coscienza degli esseri umani. E un uomo senza coscienza, che vuol dire anche senza compassione o senza amore, non è più un essere umano.

D. DURANTE LA SCRITTURA DI BEBELPLATZ , HA SEGUITO UN PROGETTO PRECISO SI È LASCIATO GUIDARE DA SUGGESTIONI E SCOPERTE FATTE STRADA FACENDO?

R. Avevo una mappa, ed era una mappa di viaggio. Ma non sapevo dove mi avrebbe portato. Così, passo dopo passo, mettendomi sulle tracce degli scrittori italiani bruciati dai nazisti – all’inizio non sapevo chi fossero – mi sono ritrovato a seguire mille affluenti. Uno dei più interessanti è stato quello relativo ai bombardamenti sui civili. Ho scoperto che la Conferenza della Pace del 1902 e poi del 1907 aveva definito fuorilegge i bombardamenti dalle mongolfiere e dai palloni aerostatici. E che il primo bombardamento dall’alto lo aveva operato un italiano, durante la campagna di Libia. Ho scoperto anche che l’aviazione italiana fascista fu protagonista, insieme a quella nazista, del primo bombardamento sui civili a Guernica nel 1937. Quello fu un altro crinale, un’altra delle grandi occasioni perse dall’umanità. Se allora i bombardamenti aerei fossero stati dichiarati fuorilegge e interdetti per sempre dal diritto bellico, tutta la storia del Novecento, e anche dei nostri giorni, sarebbe cambiata. Crimini di guerra, li chiamerà il premio Nobel per la letteratura Günter Grass, riferendosi all’annientamento di Dresda. Crimini di guerra che ci avrebbero portato alle due bombe atomiche e che fece dire ad Alberto Moravia che il vero vincitore della seconda guerra mondiale era stato Hitler perché la sua teoria della soluzione finale si era imposta anche nella mentalità dei suoi nemici.

D. QUAL È STATO IL PERSONAGGIO O LA VOCE CHE PIÙ L’HA SORPRESA MENTRE SCRIVEVA ? HA CAMBIATO DIREZIONE RISPETTO ALL'IDEA INIZIALE ?

R. Alcuni li conoscevo, avevo sempre amato Emilio Salgari e Ignazio Silone, e nel raccontare le loro storie mi sono sentito coinvolto personalmente. Ma forse il personaggio che più mi ha sorpreso, e di cui non sapevo niente, è stata Maria Volpi, questa scrittrice di romanzi rosa autrice del primo libro censurato in Italia nel 1934. La sua storia è davvero esemplare. Lei era una scrittrice assolutamente omologata al regime. Ma in quanto donna, e in quanto portavoce di donne indipendenti e libere, che viaggiavano da sole – firmò anche il primo reportage sul lavoro femminile in fabbrica - era in qualche modo, quasi a sua stessa insaputa, antagonista all’ideologia fascista, fondata invece sul patriarcato, come tutte le dittature. Per questo Maria Volpi non capì i motivi che avevano spinto Mussolini a censurare per offesa alla razza il suo romanzo Sambadù, che raccontava la storia d’amore tra una donna bianca e un uomo nero, un ingegnere che proveniva dal Senegal. Il suo era un romanzo profondamente razzista, dove l’uomo africano ritornava alla fine nelle foreste. Ma lei non poteva vedere, come vediamo noi, ora, dalla nostra distanza, che il vero scandalo, per il fascismo, era rappresentato invece da Silvia, la protagonista femminile. Perché aveva avuto non soltanto il coraggio di imbastire una storia d’amore con un uomo nero, di sposarselo, di farci un figlio, ma anche di lasciarlo, di rompere il matrimonio e persino il vincolo della maternità. Quasi senza esserne del tutto consapevole, quella di Maria Volpi è una letteratura antipatriarcale, e anticipa molti temi contemporanei.

D. IL LIBRO PARLA DI CENSURA E DELLA DISTRUZIONE DEI LIBRI . IN CHE MODO PENSA CHE QUESTE QUESTIONI RISUONINO OGGI , NELL'EPOCA DIGITALE ?

R. Ora sento questo libro come una piccola orazione o arringa civile. Siamo di nuovo circondati da uomini fatti di carattere e non di libri, come auspicava Goebbels a Bebelplatz. Da uomini che comunicano al mondo atti forti e simbolici per dichiarare le proprie intenzioni. Ma non dobbiamo assuefarci alla parola guerra, farci convincere che un mondo senza guerra e senza violenza sia un’assurdità, come sostenevano i nazisti. Bebelplatz si rinnova ogni volta che sono messi a tacere e censurati una scrittrice, o uno scrittore, o un poeta, questi esseri inermi sempre incarcerati nella storia, torturati, fucilati. Per i poeti, la letteratura è “l’unica forma di assicurazione morale di cui la società può disporre”, “l’antidoto permanente alla legge della giungla”. Perché non ammette nessun vincolo con il potere, con nessun potere. È la protesta più intransigente all’ordine omicida del mondo e a ogni forma di nazionalismo e di conformismo.

D. CHE COSA VORREBBE CHE I LETTORI PORTASSERO CON SÉ, UNA VOLTA CHIUSO BEBELPLATZ?

R. Credo che come esseri umani, come cittadini, e soprattutto come lettrici e lettori siamo chiamati a una responsabilità. Sta a noi, adesso, prendere posizione. Chissà se avessero letto di più i nostri governanti, se davvero il mondo sarebbe stato un luogo migliore. Ma ora che intorno a noi sono tornate a risuonare le stesse parole d’ordine del passato recente e remoto e gli stessi fantasmi dobbiamo ricordarci che la lettura è un diritto e va difeso e che leggere è un atto politico, un esercizio di responsabilità oltre che di amore. Un diritto che non è garantito dovunque. In molte parti del mondo, in Medio Oriente come in qualche stato d’America, entrare in una biblioteca può essere pericoloso. Ci sono polizie politiche che controllano il registro dei prestiti. Che perquisiscono le case. In alcune circostanze, bisogna disfarsi dei propri libri - ed è come amputarsi una parte del corpo. 
In definitiva, non sono i libri a essere pericolosi, sono i lettori. Perché ragionano con la loro testa. Perché usano il pensiero critico. Perché aprono sempre un’inchiesta intima e collettiva quando leggono un libro o un romanzo. È il lettore il vero detective e il vero protagonista della letteratura. Non era forse un lettore Don Chisciotte? Non legge forse un libro Amleto, la prima scena in cui appare? La letteratura, sosteneva Antonio Tabucchi, ha gli stessi nemici di sempre, gli stessi sicari. Ma nessuno è mai riuscito a zittirla. In Kenya, la polizia ha emesso un mandato di cattura contro un personaggio di romanzo, credendolo una persona in carne e ossa, per l’entusiasmo con cui i contadini si raccontavano oralmente le sue avventure. Ma un personaggio di romanzo non lo si potrà mai catturare. E se anche incenerissero tutti i libri e i nuovi Re dei Tarli – ogni epoca ne incorona qualcuno - divorassero tutte le Biblioteche della terra, ci sarà sempre un altro essere umano a riprendere la voce e a difendere la libertà di espressione e di parola.

D. PROGETTI PER IL FUTURO ? 

R. Quest’estate ho visto una fotografia: un gruppo di attivisti curdi, nel nord della Siria, avevano accettato la fine della lotta armata e stavano gettando delle armi in dei grandi bracieri. Bruciare le armi, non i libri. Abbandonare l’idea degli Stati nazionali. Appartenere soltanto alla lingua, alla letteratura.
Bebelplatz mi ha cambiato, ha cambiato il mio modo di scrivere, il mio modo di guardare. Ora vorrei proseguire con più coraggio, se possibile, in questa direzione, e raccontare la storia di migrazioni dalla quale provengo. Ma ci vorrà del tempo. Per ora sento che questo libro ha ancora qualcosa da dire, e cercherò di farlo, per quello che posso.

Grazie a Fabio Stassi per la disponibilità mostrata nel rispondere alle mie domande.


SINOSSI 

10 maggio 1933. A Bebelplatz, nel centro di Berlino, allo scoccare della mezzanotte migliaia di libri vengono dati alle fiamme. Joseph Goebbels proclama: «L'uomo tedesco del futuro non sarà più un uomo fatto di libri, ma un uomo di carattere». Su tutta l'Europa si sparge un odore di benzina e di cenere. 24 febbraio 2022. La Russia invade l'Ucraina, e di lì a qualche mese un nuovo conflitto devasterà la striscia di Gaza. Durante un tour negli istituti di cultura italiani da Amburgo a Monaco, Fabio Stassi attraversa le piazze delle Bücherverbrennungen, i roghi di libri, e risale a ritmo incalzante la memoria del fuoco e delle censure, dei primi bombardamenti aerei sui civili, del saccheggio di librerie e biblioteche. Studia mappe e resoconti, si interroga sul ruolo della cultura e sulla cecità della guerra, indaga l'istinto di sopraffazione degli esseri umani. Alla fine compone un piccolo atlante della letteratura «dannosa e indesiderata» e rintraccia cinque scrittori italiani destinati alle fiamme dai nazisti: Pietro Aretino, il cantore della libertà rinascimentale; Giuseppe Antonio Borgese, cittadino del mondo e inguaribile utopista; Emilio Salgari, antimperialista amato in Sudamerica; Ignazio Silone, antifascista radicale, e Maria Volpi, unica donna della lista, disinibita narratrice del piacere e dell'indipendenza femminile. Quello di Stassi è un appassionato discorso in difesa di tutto ciò che trasgredisce la norma, un viaggio ricco di corrispondenze, colpi di scena e nuove interpretazioni, da Ovidio a Cervantes, da Arendt a Canetti, Sebald, Morante, Bernhard: un invito a disseppellire la biblioteca di Don Chisciotte. Perché la ribellione si impara leggendo, e ogni lettore, per qualsiasi potere, «è sempre una minaccia». Come scrive Alberto Manguel nell'Introduzione: «Da qualche parte nel mondo una mente sta ideando parole da tracciare con la mano e da decifrare con gli occhi in mezzo al fumo e alle ceneri». Sellerio Editore



COSA NE PENSO

Bebelplatz è un piccolo scrigno della memoria, un luogo che custodisce una parte dolorosa del nostro passato. Non si può e non si deve mai dimenticare ciò che accadde durante il nazismo, e in particolare la tragica notte dell’11 maggio 1933, quando milioni di libri furono gettati tra le fiamme. Un gesto estremo, deciso da menti ottuse e fanatiche, che volle cancellare idee, culture, e voci scomode. Ma lo scempio non appartiene solo al passato: ancora oggi, in forme diverse, assistiamo a tentativi di oscurare, censurare o distruggere il libero pensiero.

Bruciare un libro significa annientare la conoscenza, spegnere quella luce che illumina coscienze e apre orizzonti. È una delle crudeltà più grandi, perché i libri non sono solo oggetti: racchiudono ciò che siamo, la nostra storia, le nostre verità, anche quelle che troppo spesso vengono taciute o ignorate.

In Bebelplatz, Stassi si ferma proprio su questo punto: riporta alla memoria collettiva gli autori che allora furono condannati al silenzio e “dimenticati”. Tra loro spiccano nomi che hanno segnato la letteratura, come Maria Volpi, considerata la “madre del genere rosa”, Emilio Salgari, Antonio Borgese e molti altri.

La lettura mi ha lasciato dentro un senso di profonda malinconia, ma anche di grande ammirazione. È un libro scritto con devozione, con un amore autentico per la letteratura e per ciò che rappresenta per chi, come me, non può vivere senza i libri. Si legge con facilità e trasporto, pagina dopo pagina, fino a ritrovarsi immersi nella storia senza accorgersi del tempo che passa. Io stessa l’ho letto tutto d’un fiato, spinta dalla curiosità fino a notte fonda pur di giungere al finale.

Vi invito a scoprire Bebelplatz: è un’opera che si apre come un cassetto segreto pieno di gemme preziose, un libro che arricchisce e lascia un segno profondo.
Caldamente consigliato. Buona lettura!




©Crediti foto: Fabio Stassi – dalla sua pagina Facebook ufficiale.

30 settembre 2025

COSA CI ASPETTA IN LIBRERIA QUESTO AUTUNNO


L’autunno porta con sé non solo foglie dorate e tazze di tè fumanti, ma anche tantissime nuove uscite letterarie pronte ad arricchire le nostre letture. Ottobre, in particolare, si preannuncia un mese davvero ricco: dai grandi maestri della narrativa italiana ai ritorni internazionali, passando per inediti attesi e sorprese emozionanti.

Vediamo insieme le date da segnare sul calendario.

7 ottobre Un inizio col botto

• “La prova" (Piemme) è l'atteso nuovo thriller di Michael Connelly -Appassionante, ricco di atmosfera e colpi di scena, La prova lancia un nuovo personaggio nell'universo di Connelly. Clicca qui

• Gianfranco Carofiglio, Con parole precise (Feltrinelli) – un nuovo saggio che promette di farci riflettere sul valore e sull’uso delle parole.Clicca qui

• Dacia Maraini, Scritture segrete (Rizzoli) – la grande scrittrice torna con una raccolta che esplora i temi a lei più cari.Clicca qui

• Gareth Rubin, The waterfall (Longanesi) – un thriller internazionale che terrà i lettori con il fiato sospeso.Clicca qui

14 ottobre Il giorno delle grandi emozioni 

• Catena Fiorello,Vita e peccati di Maria Sentimento (Rizzoli) - un nuovo romanzo capace di scaldare il cuore. Clicca qui

• Massimo Gramellini, L’amore è il perché (Longanesi) – un romanzo che unisce introspezione e poesia, come solo lui sa fare. Clicca qui

• Clive Cussler, Il segreto del Titanic (Longanesi) - Il mistero si infittisce attorno al transatlantico più celebre della storia. Un romanzo affascinante ricco di colpi di scena. Clicca qui

• Edith Bruck - L'amica tedesca (La Nave Di Teseo) - un romanzo intenso e toccante che indaga i sentimenti, i traumi e la ricerca di sé. Clicca qui

21 ottobre – Il giorno delle grandi uscite
Questa sarà senza dubbio la settimana più intensa del mese.

• Harper Lee, La terra del dolce domani (Feltrinelli) – un inedito imperdibile: otto racconti scritti negli anni ’50, prima de Il buio oltre la siepe, pubblicato contemporaneamente in 19 paesi.Clicca qui

• Arundhati Roy, Il mio rifugio e la mia tempesta (Guanda) – l’autrice de Il Dio delle piccole cose torna con un’opera potente e attesissima.Clicca qui

• Elizabeth George, Assassinio in Cornovaglia (Longanesi) – un nuovo mistero firmato da una delle regine del giallo.Clicca qui

• Cristina Caboni, La rotta delle stelle (Garzanti) – una storia che unisce emozioni e poesia, perfetta per chi ama i suoi mondi narrativi.Clicca qui

• Maurizio De Giovanni, L’orologiaio di Brest (Feltrinelli) – un nuovo romanzo che si preannuncia intenso e magnetico.Clicca qui

• Lucinda Riley, L'ultima canzone d'amore (Giunti) editato da Harry Whittaker - un romanzo postumo e che regalerà nuove emozioni alle sue lettrici. Clicca qui

28 ottobre – Chiusura in grande stile

• Glenn Cooper, Le chiavi del cosmo (Nord Editore) – un thriller a tinte oscure, che promette viaggi tra storia e mistero.Clicca qui

Ottobre si conferma un mese denso di uscite da non perdere: romanzi che ci faranno sognare, autori che ritornano a emozionarci, inediti che aprono nuove porte sulla letteratura mondiale.

E voi? Avete già un’idea di quale sarà la vostra prossima lettura? 📚

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18 giugno 2025

“GIALLO AL FEMMINILE” : LA PENNA BRILLANTE DI ROSA TERUZZI.






Cari lettori,

l’ospite di questa nuova intervista è una firma ormai amatissima nel panorama del giallo italiano: Rosa Teruzzi.
Vive e lavora a Milano ed è esperta di cronaca nera. Dopo aver guidato la redazione di Verissimo, è diventata caporedattrice della trasmissione televisiva Quarto grado e scrive romanzi e racconti di genere giallo. Per scrivere i suoi romanzi si ritira in estate presso un vecchio casello ferroviario a Colico, sul lago di Como. Un altro casello ferroviario, sito tra il Naviglio Grande e il Giambellino, ha ispirato la serie di romanzi I delitti del casello, editi a partire dal 2016, le cui protagoniste Vittoria, la mamma Libera e la nonna Iole, cercano di risolvere misteri tra Milano, la Brianza e il lago di Como. 
Con il suo stile vivace, i personaggi autentici e le trame avvincenti, Rosa Teruzzi ha conquistato lettori di ogni età. In questa chiacchierata esclusiva ci racconta del suo ultimo romanzo, del rapporto con le sue protagoniste — le “Miss Marple del Giambellino” — e ci svela qualcosa del dietro le quinte della sua scrittura.


D. COME È NATA LA TUA PASSIONE PER IL GENERE GIALLO?
 
R. Ho sempre amato leggere ma, nonostante il mio lavoro, o forse proprio per quello (da sempre faccio la giornalista di “nera”), in passato preferivo un altro tipo di libri, romanzi storici e feuilletton soprattutto.
E’ stata una straordinaria libraia milanese, Tecla Dozio, che avevo conosciuto mentre realizzavo a tempo perso la pagina della cultura del mio giornale, a farmi innamorare del genere e anche a spronarmi a scrivere.
Nella sua “Sherlockiana”, inizialmente vicina alla Statale di Milano e poi dalle parti dell’Arena, ho comprato quintali di libri, imparato ad apprezzare Simenon, Durrenmatt e Scerbanenco, il maestro di noi noiristi italiani, e incontrato alcuni degli scrittori che lei mi aveva fatto conoscere letterariamente, da Anne Perry, la maestra del mistery vittoriano, a Joe Lansdale, oltre a molti autori italiani che adesso incrocio per festival e presentazioni.
 
D. DA DOVE TRAI ISPIRAZIONE PER LE TUE STORIE?
 
R. Mai dai casi di cronaca che tratto nella trasmissione a cui lavoro, Quarto Grado, né dai giornali. Non mi piace rimasticare storie vere e mi fa rabbrividire l’idea di attribuire dialoghi o emozioni di fantasia alle vittime o ai carnefici reali di un crimine. Preferisco volare con l’immaginazione.
Le mie trame sono del tutto inventate, cosi come i miei personaggi, ma devo ammettere che più di trent’anni di frequentazione con investigatori in carne e ossa (carabinieri, poliziotti, magistrati) mi hanno regalato gli strumenti per rendere credibili le indagini delle mie protagoniste, una banda di eccentriche detective dilettanti composta da una fioraia, dalla sua bizzarra madre –una hippie mai pentita -e da una giornalista di cronaca nera.

D. COME BILANCI LA TRAMA CON LA COSTRUZIONE DEL SUSPENSE?
 
R. Le scuole di scrittura americane dividono gli autori di giallo tra architetti (che pianificano in ogni dettaglio la trama prima di iniziare a scrivere) e giardinieri, che mettono i loro personaggi in una situazione e poi li lasciano agire. Io appartengo a questa seconda categoria. Non sono metodica, né organizzata nella scrittura e anche per quanto riguarda i colpi di scena mi affido all’ispirazione.
Ma sono una forte lettrice e sono ipercritica. Quando una pagina mi annoia, la cancello senza pietà. Voglio essere la prima a emozionarmi e a sorprendermi di quello che leggo. Non ho mai creduto che fosse la quantità di delitti a fare di un giallo un buon giallo: sono più attratta dalla indagine e dal disvelamento dei segreti che da sangue e sparatorie.

D. COSA TI PIACE DI PIÙ DEL MESTIERE DI SCRITTRICE?
 
R. Fare la scrittrice non è un mestiere per me, è una passione. Quello che amo di più nell’esserlo è la libertà di creare in autonomia. E poi adoro parlare dei miei libri (e dei libri in genere) con i lettori.

D. CI SONO SCRITTORI CHE SONO PER TE FONTE D’ISPIRAZIONE? 

R. Sicuramente, nell’ambito del genere, il mio scrittore feticcio è Giorgio Scerbanenco: amo la sua Milano fragile e disperata e la malinconia feroce dei suoi personaggi.
Ma sono una lettrice onnivora. Tra i miei autori del cuore (impossibile stilare una classifica) ci sono Jane Austen, il Dumas del Conte di Montecristo, Edgar Allan Poe e Robert Stevenson. Ma sono anche una fan appassionata di Pia Pera e dei saggi meravigliosi di Stefano Mancuso.
Inoltre leggo tantissima poesia, anche se non la capisco e forse proprio perché non la capisco: la poesia ha una sua strada carsica che arriva dritta al cuore.

D. COSA VORRESTI CHE I TUOI LETTORI SAPESSERO SULLA SAGA DELLE SIGNORE DEL GIAMBELLINO?
 
R. Non amo le etichette, ma se dovessi definire i miei romanzi direi che sono commedie gialle con una vena noir, che hanno il loro cuore a Milano, in un romantico casello ferroviario nel quartiere periferico del Giambellino. Una piccola casa ai margini dei binari in cui vivono tre donne di una stessa famiglia, molto diverse eppure altrettanto legate. La più giovane di loro – una poliziotta – è l’unica a non indagare, e tenta – senza successo – di ostacolare le inchieste della mamma e della nonna, che sono segretamente a capo di un manipolo di “detective per caso", formato da una giornalista, dal suo burbero caporedattore, dal suo fotografo di fiducia e da un ex rapinatore con qualche scheletro nell’armadio. Tutti i miei personaggi hanno una ferita e un segreto. E questo, secondo me, li rende interessanti.

D. QUALI SONO I TUOI PROGETTI PER IL FUTURO?
 
R. Tra poco la trasmissione a cui lavoro chiuderà i battenti per la pausa estiva. A quel punto, come al solito, mi trasferirò nel casello ferroviario che è il mio luogo della scrittura, sulla sponda lecchese del lago di Como e lì inizierò la prossima avventura delle mie protagoniste. Ho già un’idea in testa, ma è ancora in fase embrionale. Riguarda comunque i battiti di un cuore malato. Ma sto pensando anche a un romanzo storico ambientato nel Quattrocento milanese ai tempi di Ludovico il Moro. E’ un periodo affascinante, creativo e sanguinario che ho studiato molti anni fa. E c’è un personaggio, una donna, che ogni tanto torna a sussurrarmi all'orecchio la sua storia.


Ringrazio Rosa per la sua disponibilità nel rispondere alle mie domande

 

In libreria e sugli store online dal 29 aprile 2025 Sonzogno Editori


SINOSSI 

Nella nebbia fitta della notte di Ognissanti, una misteriosa figura si muove nelle tenebre con un solo obiettivo: eliminare definitivamente Libera Cairati, la fioraia-detective del Giambellino. Dopo averla avvelenata con un mazzo di rose all’aconitina, l’aggressore si è dato un soprannome, l’Ombra, ed è pronto a colpire di nuovo. Dal rifugio del casello ferroviario in cui abita, Libera dovrà affrontarlo ad armi spuntate, costretta ad agire in gran segreto da Mimma Arrigoni, una pm che osteggia le sue indagini e insidia la relazione con il fascinoso commissario Gabriele. Ma quando il pericolo si fa più insidioso, Libera sa di poter contare sui complici di sempre – l’eccentrica madre Iole, la giornalista Irene e il burbero capocronista Cagnaccio –, una squadra affiatata a cui si uniscono due imprevedibili alleati: Diego Capistrano, ex rapinatore e amante di Iole, e Angelo Riva detto il Piè Veloce, un fotografo capace di rendersi invisibile e sparire nel nulla. Tra depistaggi, tentati omicidi e segreti nascosti, la caccia all’Ombra diventa un gioco letale, dove ogni mossa potrebbe essere l’ultima. In una Milano livida e battuta dalla pioggia, in cui tutti sembrano spiarsi a vicenda, Libera dovrà affrontare il suo nemico senza certezze – nemmeno quelle del cuore.


COSA NE PENSO

Con La giostra delle spie, Rosa Teruzzi firma un nuovo, brillante capitolo della sua celebre saga delle “Miss Marple del Giambellino”, un giallo dal ritmo serrato e dal cuore autentico, che si collega idealmente e narrativamente al precedente 'La ballata dei padri fedeli' (Clicca qui) .
Il lettore ritrova con piacere l’intero universo della Teruzzi: da Capistrano a Cagnaccio, dalla pittoresca Iole all’intensa Libera, personaggi ormai amati come vecchi amici eppure sempre capaci di stupire. Ed è proprio Iole, in questa nuova indagine, a brillare con una verve investigativa irresistibile, ironica, lucida, a tratti quasi commovente nella sua ostinazione.
Tra segreti sepolti e colpi di scena ben calibrati, l’intreccio si avvolge intorno a un’“ombra” che perseguita Libera, costringendola a confrontarsi con dubbi sempre più profondi e paure mai sopite. Ma La giostra delle spie non è solo un mystery avvincente: è anche un romanzo che sa toccare corde intime, in cui emerge con forza crescente il legame tra madre e figlia, quel filo invisibile e potente che unisce Iole e Libera nonostante le differenze, i silenzi e le scelte difficili.
Teruzzi, con la sua prosa precisa e la capacità tutta milanese di intrecciare ironia e malinconia, dipinge un affresco popolare ma mai banale. Il quartiere del Giambellino vive e respira tra le pagine, diventando quasi un personaggio esso stesso, con le sue contraddizioni, la sua vitalità e la sua umanità.
In conclusione, un giallo al femminile in cui il mistero si mescola all’affetto, alle fragilità e alla ricerca della verità. La giostra delle spie è una lettura appassionante, che conferma Rosa Teruzzi come una voce originale e riconoscibile nel panorama del noir italiano contemporaneo.
Consigliatissimo, buona lettura!

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24 aprile 2025

“LA GRANDE SETE DI LIBERTÀ: ERICA CASSANO SI RACCONTA”





Cari amici lettori,
oggi vi presento Erica Cassano, autrice esordiente che si affaccia con entusiasmo e talento nel mondo della scrittura. Conosciamola insieme.
Erica Cassano nasce nel 1998 a Maratea.
Dopo il liceo classico, ha conseguito la laurea triennale in Lettere Moderne e la magistrale in Filologia Moderna presso l’Università Federico II di Napoli. Ha inoltre frequentato un master in Scrittura e narrazione. Oltre ai libri, ama l’arte, la fotografia e i gatti, di cui si è sempre circondata. La Grande Sete è il suo romanzo d’esordio, pubblicato da Garzanti nel 2025.


D. CHI È ERICA?

R. Prima, una ragazza che amava tanto scrivere, ora una scrittrice. 
Ma ero tante cose anche prima di questo libro. Ho moltissime passioni, le elencherò brevemente perché credo possano dare un’idea del tipo di persona che sono.
Amo i musei e tutto ciò che ha a che fare con l’arte di ogni epoca e proveniente da ogni luogo del mondo. Sono una “gattara” e ho due gatte, Clio e Linda che mi mancano moltissimo quando sono lontana da loro, e lo stesso vale per il mio cane, Blu. Sono sempre, in ogni contesto, la fotografa del gruppo. Tutti i miei amici sono affezionati alla mia ormai anziana reflex e la chimano per nome, Nadia (sì, anche la mia macchina fotografica ha un nome). Non so se si può definire passione, sicuramente il mio portafoglio non ne sarebbe felice: adoro fare shopping, soprattutto di abiti e scarpe. Ahimè, anche gli scrittori sono vittime del capitalismo. Leggo moltissimo ma, anche se mi duole dirlo, tendo ad abbandonare crudelmente i libri che non mi piacciono da subito dopo le prime pagine. 

D. CHE COSA TI HA FATTO APPASSIONARE ALLA SCRITTURA? E DA QUANTO TEMPO
SCRIVI?

R. La risposta è semplice quanto banale: da sempre. Non ho memoria di un momento della mia vita in cui non abbia voluto fare la scrittrice. Mi sono appassionata alla scrittura, credo, leggendo: mi immergevo del tutto nei miei libri preferiti (quelli che non ho abbandonato)  e pensavo che anche io volevo scrivere delle storie così. In più ha contribuito anche la scuola. Sin dalla scuola primaria, quando il compito a casa comprendeva il dover inventare una storia oppure scrivere un tema, la mia testa si illuminava, non vedevo l’ora di mettermi all’opera. 

D. DOVENDO RIASSUMERE IN POCHE RIGHE IL SENSO DEL TUO NUOVO LIBRO “LA GRANDE SETE”, COSA DIRESTI?

R. La Grande Sete è un romanzo che inizia con un miracolo: mentre in tutta Napoli manca l’acqua, in un piccolo appartamento, al mezzanino di un condominio a Chiaia, l’acqua continua a scorrere. Intanto il popolo, stremato, combatte per cacciare i Nazisti dalla città. Siamo nel 1943 e Napoli sta per liberarsi da sola, prima città in Europa, dall’oppressore. La protagonista, Anna, è una ragazza che deve diventare donna, nonostante gli squilibri della guerra. Mentre tutti provano una sete fisica, Anna prova un altro tipo di sete, difficile da soddisfare, che ha a che fare con la volontà di creare un futuro migliore per se stessa e per la propria famiglia. Il senso della storia forse si trova tutto qui: nei limiti che si riescono a superare per soddisfare la propria sete. 

D. UNA SCENA DEL LIBRO CHE TI PIACE PARTICOLARMENTE?

R. La mia scena preferita arriva verso la fine del romanzo, nel capitolo intitolato “ ‘O sole mio”. La protagonista si trova al teatro San Carlo di Napoli. Prima dell’opera, il Rigoletto, l’orchestra intona due inni, quello inglese e quello americano. Un signore, dalla platea, si alza per chiedere al console americano, seduto nel palco reale, che anche il popolo italiano presente venga rappresentato dal proprio inno. La risposta del console è sarcastica, ferisce nell’orgoglio sia l’uomo che ha parlato che quelli che non hanno osato protestare. Non vi resta che leggere per scoprire la reazione dell’uomo e di tutte le persone italiane in platea…
Posso dire però che amo particolarmente questa scena perché è una delle prime che ho immaginato di scrivere e anche una delle più commoventi!

D. QUAL È IL MESSAGGIO CHE VORRESTI TRASMETTERE AI LETTORI CHE LEGGERANNO IL TUO LIBRO?

R. Ci sono molti messaggi che vorrei trasmettere, ma il più importante credo sia questo: tutti abbiamo il diritto di non arrenderci, di scegliere quello di cui abbiamo bisogno, senza lasciarci scoraggiare dalle condizioni esterne e senza farci intimorire da quello che gli altri si aspettano da noi. 

D. CI SONO SCRITTORI CHE SONO PER TE FONTE D’ISPIRAZIONE?

R. Quando si scrive è quasi inevitabile sentire l’influenza di tutto ciò che si legge. Mi viene da rispondere che tutte le autrici e tutti gli autori a cui mi sono approcciata, in parte, sono stati una fonte di ispirazione. Per scrivere “La Grande Sete”, però, ho avuto bisogno di guide che mi aiutassero a creare con precisione il mondo in cui volevo il lettore si immergesse. Queste guide le ho trovate in Curzio Malaparte, che con La pelle offre infiniti tableau vivant di Napoli nei giorni dell’occupazione americana; in Elsa Morante, da cui ho imparato come gestire l’irrompere della storia sulla pagina e infine in Elena Ferrante, che con la sua scrittura trascinante mi ha insegnato a creare una storia coinvolgente. 

D. PROGETTI PER IL FUTURO?

R. Spero di avere l’opportunità di continuare a scrivere per sempre le mie storie.

Ringrazio Erica per la sua disponibilità nel rispondere alle mie domande



In libreria e sugli store online dal 4 marzo 2025 Garzanti


SINOSSI

Anna ha sete. Tutta la città ha sete, da settimane. C’è chi li chiamerà i giorni della Grande Sete, e chi le ricorderà come le Quattro Giornate di Napoli. È il 1943 e l’acqua manca ovunque, tranne che nella casa in cui Anna vive con la sua famiglia. Mentre davanti alla Casa del Miracolo si snoda una fila di donne che chiede quanto basta per dissetarsi, lei si domanda come mai la sua sete le paia così insaziabile. Perché quella che Anna sente è diversa: è una sete di vita e di un futuro di riscatto. A vent’anni vorrebbe seguire le lezioni alla facoltà di Lettere, leggere, vivere in un mondo senza macerie, senza l’agguato continuo delle sirene antiaeree. Ma non c’è tempo per i sogni. Il padre è scomparso, la madre si è chiusa in sé stessa, la sorella e il nipote si sono ammalati. Il loro futuro dipende da lei. Così, quando ne ha l’opportunità, Anna accetta un impiego come segretaria presso la base americana di Bagnoli. Entra in un mondo che non conosce, incontra persone che provengono da una terra lontana, piena di promesse, che incanta e atterrisce allo stesso tempo, come tutte le promesse. La cosa più semplice sarebbe scappare, lasciarsi alle spalle gli anni dolorosi della guerra. Ma Anna non vuole che qualcun altro la salvi. Come Napoli si è liberata da sola, anche Anna deve trovare da sola la sua via di salvezza. La grande sete non è facile da soddisfare. Viene da dentro e parla di indipendenza e di amore per il sapere e, soprattutto, parla del coraggio necessario per farsi sentire in un mondo che non sa ascoltare.

COSA NE PENSO

Dire soltanto che si tratta di una vera rivelazione sarebbe riduttivo, considerando che si tratta di un libro d'esordio. La trama si mantiene interessante dall' inizio alla fine. La Grande Sete, narra gli aspetti più importanti di una persona,la famiglia, le amicizie, il battersi per i propri ideali, e ciò ne fa di Anna la protagonista di questo romanzo una vera eroina. 
Ottima la stesura, personaggi credibili all' interno di un contesto storico di fame e miseria che ha visto Napoli ed il resto del nostro paese morire per la seconda guerra mondiale, per poi risorgere più forte di prima in mezzo alle macerie. 
Napoli con i suoi vicoli stretti,i bassi, il mezzanino dove vive Anna insieme alla sua famiglia, la solidarietà della gente in momento di grande miseria, il miracolo perché Napoli vive di miracoli nonostante tutto.

«Dare da bere agli assetati, c'era scritto pure nella Bibbia. Quanta gente aveva evitato la morte in quei giorni, grazie a noi. Avrei dovuto sentirmi pulita,mondata di tutti i peccati. Invece continuavo a sentire una grande pesantezza.»

La rabbia abita nei personaggi, un' altra protagonista che secondo il mio punto di vista va attenzionata è Carmela, la sua storia colpisce perché il suo vissuto è avvolto in una nube di malinconia e nell' inganno.
La rivalsa di Carmela diventa un filo sottile pronto a spezzarsi, ma poi tutto cambia e questo dà la vera svolta ad uno dei personaggi più belli del libro, citare tutti gli altri non basterebbe una sola pagina, ma i genitori di Anna sono entrambi, due menti e due anime che reggono il peso del dolore, senza che esso possa scalfire le loro forti personalità.
In conclusione,La Grande Sete è un grande insegnamento per tutti noi, mai arrendersi, bisogna invece, cercare conforto l'uno nell'altro e mai perdere la speranza, i miracoli esistono basta solo crederci. La voglia di Anna di fare della sua vita quello che sente la rendono uno dei personaggi più belli letti nell' ultimo periodo. 
L'onestà di questa ragazza convince,piace e soprattutto stimola di continuo la mente di chi legge la sua storia.Lettura super consigliata.Buona lettura!


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