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18 gennaio 2026

INTERVISTA A MAJD AL-ASSAR: IL DOLORE TRASFORMATO IN PAROLA.


Cari lettori,
ciò che segue è un’intervista che nasce dalla ferita e si affida alla scrittura per non essere dimenticata. Majd ci racconta la guerra vissuta nella carne e nella voce, trasformando la sofferenza in testimonianza.
Majd Al-Assar è una scrittrice e madre palestinese. Attraverso la parola racconta l’esperienza della guerra vissuta in prima persona, trasformando il dolore, la perdita e l’esilio in narrazione e memoria. La sua scrittura nasce dall’urgenza di dare voce all’infanzia sotto assedio, alla maternità come forma di resistenza e alla memoria come unico spazio inviolabile. Con Il mio cuore libero Garzanti , Majd afferma la forza della parola come atto di dignità, identità e sopravvivenza.

D. COSA TI HA SPINTA A TRASFORMARE LE TUE FERITE PERSONALI DI GUERRA IN UN LIBRO?

R. Il mio percorso nella scrittura è iniziato in una notte ordinaria, resa straordinaria dalla fame. A Gaza, la scarsità era diventata un linguaggio quotidiano che tutti parlavamo: misurare il pane, contrattare le porzioni, imparare a far durare un solo pasto per un’intera giornata. I miei figli avevano fame, e mio figlio Salah — aveva solo dieci anni — uscì per comprare dei falafel in un posto vicino, una piccola commissione che portava con sé il peso della sopravvivenza. Prima che uscisse, negoziammo come fanno gli adulti in tempo di guerra: un pasto semplice, solo quanto bastava per arrivare a fine giornata, perché il cibo era diventato dolorosamente raro.
Era in una lunga fila, in attesa del suo turno per pochi piccoli dischi di falafel — qualcosa di così umile che non dovrebbe mai essere pericoloso. Poi, senza alcun preavviso, un missile cadde accanto a lui. In un istante, tutti intorno a lui furono fatti a pezzi — corpi ridotti in frammenti, vite trasformate in cenere e orrore. Una scena che si è ripetuta migliaia di volte a Gaza, eppure per ogni madre è la prima volta, l’unica volta, la fine del mondo.
Sono sopravvissuta a quella notte con il cuore di una madre spaccato in due — dalla paura, dall’impotenza, dalla brutale consapevolezza che anche l’atto più semplice, anche un bambino in cerca di cibo, può diventare una condanna a morte. Ho scritto per tenere unita la mia famiglia mentre la realtà cercava di frantumarci. Ho riversato il nostro terrore, la nostra fame, la nostra instabilità e la nostra paura incessante in un articolo — solo per scoprire, mentre scrivevo, che portavo dentro molto più dolore di quanto un singolo testo potesse contenere.
È stato allora che ho capito: le mie ferite non erano solo mie. Erano una testimonianza. E se non le avessi trasformate in un libro, sarebbero rimaste sepolte sotto le macerie — non dette, non registrate, facili da ignorare per il mondo. Ho scritto perché la mia voce deve essere ascoltata oltre i confini e i titoli dei giornali. Ho scritto perché la guerra ruba nomi, volti e futuri — e io mi rifiuto di lasciarle rubare anche la nostra storia.

D. IN CHE MODO LA GUERRA PALESTINESE HA RIMODELLATO LA TUA IDENTITÀ DI DONNA E DI MADRE?

R. La guerra palestinese non ha semplicemente cambiato i dettagli della mia vita — ha riscritto il significato di chi sono. Ha rimodellato la mia identità di donna e di madre come il fuoco rimodella il metallo: dolorosamente, senza tregua, con una forza che non lascia nulla intatto.
Come donna, un tempo mi misuravo attraverso i sogni che portavo con me, i progetti che facevo, le dolci libertà dei giorni ordinari. La guerra ha spogliato tutto fino all’osso. Mi ha insegnato che la femminilità non è solo gentilezza — è resistenza. È la forza silenziosa di mantenere la dignità quando tutto intorno è progettato per spezzarti. In mezzo alla distruzione, ho imparato a restare in piedi anche quando il cuore crollava, a tenere ferma la voce anche quando le mani tremavano. La guerra mi ha costretta a guardarmi in uno specchio più duro, dove ho visto una versione di me forgiata dal dolore, dal coraggio e da una sopravvivenza ostinata.
Come madre, la trasformazione è stata ancora più intima — perché la guerra non combatte solo gli eserciti; dà la caccia all’infanzia. Costringe una madre a diventare molte cose insieme: un rififugio, un medico senza medicine, un’insegnante senza aula, una provveditrice senza risorse, una guardiana contro pericoli con cui non si può negoziare. La mia maternità è diventata un calcolo continuo: come trovare cibo, come trovare acqua, come mantenere calmi i miei figli quando il cielo è rumoroso, come sorridere perché non vedano la paura che vive dietro i miei occhi.
La guerra mi ha insegnato una verità terribile: che l’amore, a Gaza, non è un sentimento — è un atto di resistenza. Crescere dei figli sotto i bombardamenti significa affermare che la vita vale ancora. Confortarli quando le pareti tremano significa sfidare la crudeltà del mondo con la tenerezza. Eppure, ha lasciato in me segni che porterò per sempre: il senso di colpa di non poter promettere sicurezza, il dolore di vedere l’innocenza invecchiare troppo in fretta, la costante preparazione alla perdita.
Ma se la guerra ha ferito la mia identità, l’ha anche chiarita. Mi ha fatto capire che non sono solo una madre che protegge i suoi figli — sono una madre che protegge la loro umanità. Non sono solo una donna che sopravvive a un assedio — sono una donna che si rifiuta di essere cancellata. La guerra ha cercato di ridurci a numeri, a titoli, a statistiche che scompaiono al mattino. Invece, mi ha trasformata in qualcuno che ricorda, che parla, che testimonia.
Sono una donna palestinese, e sono una madre — due identità che la guerra tenta di silenziare, e che invece rende più forti. E ora, anche tra le rovine, porto con me qualcosa di infrangibile: la volontà di mantenere vivi i nomi, i sogni e le storie dei miei figli — finché il mondo non imparerà finalmente ad ascoltare.

D. DOPO AVER PERSO LA TUA CASA, COSA SIGNIFICA PER TE OGGI “APPARTENENZA”?

R. Dopo aver perso la mia casa, ho capito che la guerra non finisce quando smettono le bombe — insiste nel lasciare la sua firma sulle cose che amiamo di più. E per me, ha inciso il suo nome nella mia casa.
La mia casa non era solo un edificio. Era il battito del cuore della mia famiglia reso visibile. Custodiva i nostri ricordi come il mare custodisce il sale — in silenzio, fedelmente, in ogni angolo. Ha visto i primi passi dei miei figli, le piccole celebrazioni che rendevano tenera la nostra vita difficile, le conversazioni notturne, l’odore familiare delle coperte, il conforto di tornare sempre alle stesse pareti dopo una lunga giornata. Mi prendevo cura di ogni dettaglio. Sceglievo ogni cosa con attenzione e amore, come se stessi disponendo la sicurezza con le mie stesse mani — perché a Gaza una casa non è un lusso; è una dichiarazione di fiducia nel domani.
E poi è stata portata via.
Eppure, la mia perdita non è solo mia. Sono un filo in un tessuto lacerato. Come tante famiglie di Gaza, siamo diventati senzatetto — sfollati in tende fragili che non possono proteggerci dalla crudeltà delle stagioni: né dal caldo bruciante dell’estate, né dal freddo invernale che arriva senza pietà. Una tenda non è una casa. Non contiene dignità. Non preserva la privacy. Non mantiene i bambini al sicuro. È una pausa tra disastri, non una vita.
Perdere la propria casa significa perdere più di un riparo. Significa perdere la sensazione di essere accolti dal mondo. Significa perdere la certezza silenziosa di avere una porta da chiudere contro la paura. Significa perdere la dignità della stabilità — il semplice diritto di riposare senza ascoltare il pericolo. Quando la tua casa viene distrutta, la tua sicurezza crolla con essa, e persino il tuo senso di te può iniziare a sembrare macerie.
E chi distrugge le nostre case sa esattamente cosa sta facendo. Sa quanto tempo, sforzo e amore investiamo nel costruirle — mattone dopo mattone, sacrificio dopo sacrificio. Non stanno solo demolendo muri; stanno cercando di cancellare la nostra esistenza, di sradicarci, di spingerci lontano dalla nostra terra finché non diventiamo un popolo senza indirizzo, senza storia, senza diritto.
Allora cosa significa oggi “appartenenza” per me?
L’appartenenza non è più legata a un tetto o a una serie di stanze. L’appartenenza è la verità ostinata che io sono ancora qui. Sono i nomi dei miei figli pronunciati sotto il cielo aperto. È il ricordo della nostra casa portato dentro di noi come una brace che si rifiuta di spegnersi. È la comunità di Gaza — ferita, sfollata, in lutto — che continua a sorreggersi a vicenda quando tutto il resto crolla.
L’appartenenza, oggi, non è conforto.
È resistenza.
È il rifiuto di essere cancellati.
È la certezza che anche se ci tolgono le case, non possono toglierci le radici.

D. COME RIESCI A RIMANERE FORTE PER I TUOI FIGLI QUANDO LA PAURA DIVENTA PARTE DELLA VITA QUOTIDIANA?

R. Rimango forte come fanno sempre le madri in guerra: non sconfiggendo la paura, ma imparando a portarla senza lasciarle il comando.
La paura vive con noi come l’aria — invisibile, costante, inevitabile. Mi siede accanto quando mi sveglio e segue i miei figli quando escono. Ma ho imparato che la mia forza non è l’assenza di terrore; è la decisione, ripetuta ogni giorno, di diventare per loro un luogo sicuro anche quando il mondo non lo è.
A volte, la forza è routine — piccoli rituali che dicono a un bambino che la vita ha ancora una forma: lavare i volti con poca acqua, contare il cibo che abbiamo, piegare le coperte, trovare un modo per far sopravvivere un momento ordinario dentro un incubo straordinario. La routine non è semplicità in guerra; la routine è resistenza.
A volte, la forza è linguaggio. Scelgo le parole con cura, perché i bambini prendono in prestito la loro comprensione della realtà dalla voce della madre. Non mento loro, ma non consegno nemmeno tutto il peso della mia paura. Traduco il pericolo in qualcosa che possano reggere — e il resto lo reggo io.
E la forza è anche verità — la verità silenziosa che è giusto tremare, piangere, spezzarsi per un momento, purché poi si ritorni. Lascio che i miei figli vedano che le emozioni non sono una vergogna, perché la guerra cerca già di rubare la loro dolcezza. Voglio che sappiano che la tenerezza non è debolezza; è ciò che ci rende umani.
Quando la notte è rumorosa, divento uno scudo con nient’altro che il mio corpo e la mia preghiera. Li stringo a me e do loro calore, perché a volte il calore è l’unica promessa che una madre può mantenere. Racconto loro storie, non per fuggire dalla realtà, ma per ricordare che sono più di essa — che hanno nomi, sogni e futuri che le bombe non hanno il diritto di toccare.
Rimango forte ricordando questo: i miei figli non hanno bisogno di una madre perfetta. Hanno bisogno di una madre presente.
Una madre che continua a scegliere loro — a scegliere l’amore, la stabilità, la speranza — anche quando la paura diventa parte della vita quotidiana.

D. C’È UN SINGOLO MOMENTO DELLA TUA FUGA CHE RISUONA ANCORA DENTRO DI TE OGGI?

R. Sì — c’è un momento della nostra fuga che risuona ancora dentro di me, come se non fosse mai finito.
È stato il momento in cui ho visto i miei figli raccogliere i loro giocattoli e riporli con cura nelle borse prima di scappare. Non cibo. Non acqua. Non vestiti caldi. La prima cosa che hanno preso è stato il fragile resto della loro infanzia — l’unico pezzo di vita normale che potevano ancora tenere tra le mani.
Ogni volta cercavo di parlare con la logica della sopravvivenza. Dicevo a Salah e Nay: «Amori miei, non c’è spazio per i giocattoli. Dobbiamo prendere solo ciò che è necessario». Nella mia mente, “necessario” significava ciò che tiene in vita un corpo.
Ma la loro risposta tornava sempre, ferma e dolorosamente saggia:
«Una volta abbiamo lasciato i nostri giocattoli a casa e li abbiamo persi. Non li lasceremo indietro di nuovo».
In quella frase, i miei figli hanno detto tutto ciò che la guerra ci ha fatto. Non erano testardi — stavano piangendo. Stavano cercando, nell’unico modo che i bambini conoscono, di proteggere ciò che la guerra continua a rubare: il diritto di essere piccoli, di giocare, di sentirsi al sicuro. I loro giocattoli non erano oggetti di plastica; erano la prova che un tempo erano stati bambini senza paura.
Quel momento mi accompagna ancora perché mi ha rivelato una verità che non dimenticherò mai: in guerra, persino l’infanzia diventa qualcosa che devi mettere in valigia e portare con te, come se l’innocenza fosse un lusso che potresti non ritrovare mai più. E da allora non ho più guardato un giocattolo allo stesso modo — perché ho visto, nelle mani dei miei figli, il mondo perduto che stanno ancora cercando di salvare.

D. QUALE VOCE DI SCRITTORE SENTI PIÙ VICINA AL TUO DOLORE, AL TUO CORAGGIO O ALLA TUA SPERANZA?

R. Se dovessi mettere un solo libro nelle tue mani — una voce che si avvicina al tuo dolore, al tuo coraggio e alla tua speranza ostinata — sceglierei:


Darwish scrive come qualcuno che porta un’intera città nel petto. Questo libro non parla solo della guerra; parla di ciò che la guerra fa al pane, al caffè, al mattino, ai dettagli ordinari che dovrebbero essere al sicuro. La sua voce è lirica, ma mai distante — trasforma la paura in linguaggio, e il linguaggio in rifugio. Se la tua scrittura nasce dalla perdita ma si rifiuta di arrendersi alla bellezza, sentirai le sue parole camminare accanto alle tue.

D. QUALE VERITÀ SPERI CHE LE MADRI CHE VIVONO IN GUERRA TROVERANNO NELLA TUA STORIA?

R. Spero che le madri che vivono in guerra trovino una verità che sia come una mano tenuta nel buio:
che non stanno fallendo.
La guerra è progettata per far dubitare una madre di sé — per farle credere di non fare abbastanza, di non proteggere abbastanza, di non nutrire abbastanza, di non salvare abbastanza. Trasforma l’amore in un panico costante, e la maternità in una scusa infinita rivolta ai figli per un mondo che non abbiamo creato. Voglio che la mia storia risponda a questa crudeltà e dica: il tuo amore non è piccolo perché non può fermare le bombe. Il tuo amore è eroico perché mantiene umani i tuoi figli dentro la tempesta.
Spero che si riconoscano nella mia paura e sentano comunque la dignità rialzarsi dentro di loro. Che le notti di fame, le mani tremanti, i sorrisi forzati, le preghiere sussurrate sotto il rumore degli aerei — tutto questo non è debolezza. È il lavoro invisibile della sopravvivenza. È una forza che nessuna telecamera cattura e nessun titolo comprende.
E spero che trovino coraggio — non quello rumoroso, ma il coraggio silenzioso che si sveglia di nuovo dopo una notte insonne e continua. Il coraggio delle madri che diventano rifugi quando non esistono rifugi, che inventano la sicurezza con la propria voce, che insegnano la tenerezza ai figli mentre il mondo insegna loro il terrore.
Soprattutto, spero che trovino una speranza che non insulti la loro sofferenza. Non una speranza come fantasia, ma una speranza come resistenza: il rifiuto di essere cancellate. Il rifiuto di lasciare che la guerra definisca l’unica storia che i loro figli erediteranno.
Se la mia storia può dare loro qualcosa, voglio che sia questo:
non siete sole. Il vostro dolore ha un nome. La vostra resistenza ha un significato. E la vostra voce — per quanto spezzata — merita di essere ascoltata.

Ringrazio Majd Al-Assar per la disponibilità, il coraggio e l’ascolto con cui ha risposto a questa intervista.

In libreria e sugli store online dal 4 novembre 2025

COSA NE PENSO 

Il mio cuore libero è una testimonianza potente e necessaria. Majd Al-Assar scrive dalla ferita aperta della guerra, trasformando dolore, perdita e paura quotidiana in una voce che non chiede pietà, ma ascolto. La sua è una scrittura essenziale e vibrante, capace di raccontare la devastazione attraverso i gesti più semplici: il pane, i figli, la casa perduta.
Al centro del libro c’è la maternità come resistenza, l’identità che rifiuta di essere cancellata, la memoria come ultimo rifugio. Non è una lettura comoda, ma è una lettura giusta. Ogni pagina restituisce umanità a ciò che spesso viene ridotto a numeri e titoli.
In conclusione, leggere Il mio cuore libero significa scegliere di ascoltare una voce che il mondo non può permettersi di ignorare.

© Riproduzione riservata


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05 febbraio 2025

NEL LABIRINTO DI THE TURNGLASS: DIALOGO CON GARETH RUBIN.


Cari lettori,

Avete mai avuto la sensazione che il tempo non scorra in linea retta? Che ogni scelta, ogni dettaglio, possa riflettersi come in uno specchio antico, distorcendo la realtà? Oggi vi porto dentro The Turnglass – La Clessidra di Cristallo, un thriller raffinato e ingannevole firmato da Gareth Rubin.
Ho avuto il piacere di chiacchierare con l’autore, che ci racconta i retroscena del romanzo, la sua passione per la storia vittoriana e quel sottile brivido che solo certi misteri sanno dare.

Mettetevi comodi: qui si parla di tempo, illusioni e pagine che non si dimenticano.

Gareth Rubin, giornalista e scrittore, collabora con le maggiori testate inglesi. Il suo primo romanzo The Turnglass – La clessidra di cristallo (Longanesi 2023) ha riscosso un larghissimo successo di pubblico e di critica, in Italia e all’estero.


D. GARETH, COM'È NATA LA TUA PASSIONE PER LA SCRITTURA? 

R. In realtà ho studiato per fare l' attore; ma secondo mia mamma non ero molto bravo. Così ho iniziato a fare giornalismo perché era una vita interessante e differente. E da lì ho iniziato a scrivere testi di narrativa. Detesto il processo di scrittura – seduto al computer 9 ore al giorno – ma adoro scrivere “fine”.

D. QUANTO TEMPO IMPIEGHI SOLITAMENTE PER SCRIVERE UN LIBRO?

R. Circa un anno. Probabilmente sono nella media .Alcuni scrittori impiegano cinque mesi, altri cinque anni. Ho un mutuo da pagare :)

D. DA QUALE IDEA,SPUNTO, ESIGENZA O FONTE DI ISPIRAZIONE, È NATO IL TUO LIBRO “LA CLESSIDRA DI CRISTALLO”?

R . Non ho idea di come mi sia venuta in mente l'idea iniziale. Ricordo soltanto che mentre stavo cercando la storia da raccontare ho iniziato a cercare cose su questo genere di argomenti su Google ed ho trovato delle cose di cui ignoravo l'esistenza.
In realtà non ho dovuto fare molte ricerche storiche per questo libro perché questi sono periodi che conosciamo bene da altri libri/film ecc: la Londra vittoriana, Los Angeles degli anni '30.

D. QUANDO HAI SCRITTO IL TUO PRIMO LIBRO E QUANTI ANNI AVEVI? 

R. Ho scritto il mio primo romanzo circa 10 anni fa, quando avevo 38 anni. Non è stato pubblicato. Nemmeno il secondo. Il terzo è stato pubblicato. Se non fosse stato così, probabilmente avrei rinunciato. 

D. COSA TI PIACE FARE QUANDO NON SCRIVI? 

R Dormo.

D. DA BAMBINO, COSA VOLEVI FARE DA GRANDE?

R. Volevo essere uno stuntman. Non ho idea del perché. 

D. PROGETTI PER IL FUTURO?

R. Potrebbe esserci un seguito di "La clessidra di cristallo" in arrivo…

Desidero ringraziare Gareth per aver risposto alle mie domande.



Nelle librerie e sugli store online dal 5 settembre 2023 Longanesi


SINOSSI 

Inghilterra, 1881. «Turnglass House ha sempre avuto qualcosa di corrotto e maligno.» Questo è tutto ciò che il giovane medico Simeon Lee sa quando arriva a casa dello zio, il parroco Hawes, per curarlo. Una sola finestra illuminata, un orizzonte sospeso sul vuoto, una palude fangosa pronta a inghiottire i pochi che osano avventurarsi. Lo zio è convinto di essere stato avvelenato e i suoi sospetti ricadono su Florence, la cognata. Immobile, con addosso un abito di seta verde e un sorriso beffardo, Florence li fissa dalla cella di vetro in cui si trova segregata da quando, in un raptus di gelosia, ha ucciso il marito. Molti la considerano pazza, ma secondo Simeon è una figura tutta da decifrare. Come tutto da decifrare è il volumetto rosso che spicca nell'immensa biblioteca dello zio e che lei continua a indicargli. Un libro che racconta una vicenda ambientata nel futuro e che tuttavia potrebbe rivelare qualcosa sul presente. Un libro che parla di un'altra terra, la California, in un'altra epoca, il 1939, che pure ha tanti punti in comune con la storia di questa famiglia inglese. La storia di un uomo che indaga per scoprire cos'era accaduto alla madre, scomparsa vent'anni prima... California, 1939. Quella dello squattrinato Ken Kourian è una vita divisa tra provini cinematografici e lavoro in un giornale, finché incontra Oliver Tooke. Affascinante, mondano e insieme riservato, Oliver è un celebre scrittore figlio del governatore della California. Da qualche tempo appare incupito, e la pubblicazione del suo nuovo romanzo sembra angosciarlo. Una sera, arrivato a casa sua, Ken fa una scoperta sconcertante: lo trova riverso sulla scrivania, il collo lacerato da un proiettile, la pistola nella mano. La morte viene presto archiviata come suicidio, ma Ken non è convinto e decide di indagare. Le ricerche lo portano sulle tracce di una vecchia storia, quella del misterioso rapimento del fratello di Oliver e della scomparsa della madre. Una famiglia sfortunata. O forse, una famiglia che nasconde troppi segreti. Ken è convinto che per scoprire la verità dovrà decifrare gli indizi nascosti nell'ultimo libro dell'amico. 



Caterina Lucido

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23 gennaio 2025

INTERVISTA A SASHA VASILYUK AUTRICE DEL LIBRO “IL VENTO È UN IMPOSTORE”


Cari lettori,

Bentrovati! L'ospite di questa nuova intervista è Sasha Vasilyuk
Sasha è cresciuta in Ucraina e Russia ma ora vive con la famiglia a San Francisco. È una giornalista e opinionista per le principali testate giornalistiche americane. I suoi articoli sono stati pubblicati, tra gli altri, sul «New York Times», su «Time» e sul «Telegraph». Ha conseguito due lauree e studiato italiano. Il suo primo romanzo, Il vento è un impostore, è ispirato alla storia del nonno, che è sopravvissuto alla Seconda guerra mondiale.


D. COSA TI HA ISPIRATO A SCRIVERE QUESTO LIBRO? 

R. Il romanzo è ispirato alla storia dei miei nonni, sopravvissuti alla seconda guerra mondiale. 
Il personaggio principale, Yefim, è  basato su mio nonno, un veterano di guerra ebreo che nascose la sua identità quando fu catturato in Germania e poi nascose la sua esperienza di sopravvivenza quando tornò in URSS. Abbiamo scoperto la verità su di lui solo dopo la sua morte, quando abbiamo trovato la sua lettera di confessione indirizzata al KGB. Apprendere la sua storia traumatica e il silenzio che deve averlo divorato per decenni mi ha fatto venire voglia di esplorare questa esperienza unica in forma romanzata.

D. PUOI CONDIVIDERE CON NOI UN MOMENTO DELLA TUA VITA PERSONALE CHE HA ISPIRATO UNA SCENA O UN PERSONAGGIO DEL LIBRO? 

R. Nel 2016, mentre andavo a trovare mia nonna di 92 anni nel Donbass, diventato zona di guerra, uscii con mio fratello , c'era la legge marziale, quindi dovevamo tornare a casa entro il coprifuoco per evitare di essere arrestati. Stavamo tornando indietro attraverso il centro di Donetsk.
All'improvviso ci fu un boato terrificante. Mi sono abbassata. 
Era il rumore dei bombardamenti alla periferia della città è stata la prima cosa che abbia mai vissuto da così vicino sulla guerra. Non mi sono mai spaventata così tanto in vita mia. Ho mantenuto quella paura per scrivere i due capitoli principali del libro sulla guerra.

D. DOVE HAI PRESO L'IDEA O LO SPUNTO PER IL TITOLO DEL TUO LIBRO?

R. Il titolo in inglese è “Your Presence Is Mandatory”,  fa riferimento alla convocazione del KGB. Mi piace quel titolo perché riassume cosa vuol dire vivere in un regime totalitario, dove non ti viene chiesto, ma detto. Il titolo in italiano, Il "Vento è un Impostore", ha un'atmosfera molto diversa, che adoro anche perché è poetico e va al centro del dilemma del personaggio principale di mantenere un segreto e sopravvivere contro ogni previsione.

D. COSA HAI SCOPERTO DI INTERESSANTE DURANTE LE TUE RICERCHE PER LA REALIZZAZIONE DEL TUO LIBRO?

R. La mia ricerca si è concentrata sul destino dei prigionieri di guerra sovietici, dei lavoritori (civili sovietici, spesso ragazze, deportati in Germania) e dei soldati ebrei. Ciò che mi ha sorpresa è stato quanto poco sapessi di questa parte della storia, nonostante abbia interessato oltre 9 milioni di persone. La ricerca mi ha fatto capire che mio nonno non era l’unico a nascondere il suo passato. La maggior parte di queste persone hanno trascorso tutta la vita senza parlare della guerra e hanno portato la loro storia nella tomba, come mio nonno, o hanno rivelato i loro segreti sul letto di morte. La sfida era tradurre quella cultura della segretezza e della vergogna per un pubblico occidentale al quale quella psicologia è del tutto estranea.

D. QUAL È STATO IL MOMENTO PIÙ SIGNIFICATIVO DURANTE IL PROCESSO DI SCRITTURA? 

R. La prima volta che ho letto una bozza e ho pensato: “Non è poi così male”.

D. QUANTE ORE AL GIORNO SCRIVI? 

R. Ho avuto due figli da quando ho iniziato a scrivere questo romanzo, quindi il mio programma non è mai stato molto prevedibile. Scrivevo quando potevo e le idee migliori di solito mi venivano mentre ero sotto la doccia.

D. QUALI SONO I TUOI PROGETTI PER IL FUTURO? 

R. Sto lavorando a un romanzo su una giovane donna idealista che ritorna nel suo paese nativo in Russia, dove è costretta a decidere fino a che punto è disposta a spingersi per rivendicare la sua identità.

Desidero ringraziare Sasha per aver risposto alle mie domande.

SINOSSI 

Si può costruire un'intera vita su una bugia? Yefim lo ha fatto. E lo rifarebbe mille volte, perché della sua vita non cambierebbe nulla. Ha una moglie che lo tiene ancora per mano. Dei figli orgogliosi delle loro radici. Dei nipoti che credono che il nonno sia un eroe, perché tornato dalla guerra. Eppure, Yefim si domanda cosa farebbero i suoi famigliari se sapessero del segreto che nasconde da anni. Un segreto celato in una valigia che ora, all'insaputa di tutti, Yefim sta bruciando perché non ne rimanga traccia. Nessuno deve conoscere la storia del giovane, pieno di sogni e speranze, costretto a indossare un'uniforme e combattere i nazisti. Nessuno deve sapere del filo spinato, della fame, del freddo. Soprattutto, nessuno deve sapere del giorno in cui ha dovuto compiere una scelta impossibile: fingere di non essere ebreo per sopravvivere. Quel giorno terribile in cui ha iniziato la sua esistenza controvento, rinnegando sé stesso. Una condizione da cui è scappato con un'altra bugia, pur di tornare a casa. Ma, adesso, è proprio in casa sua che questi segreti stanno per essere riportati alla luce. Yefim avverte nell'aria lo stesso odore di tempesta dei cieli solcati dagli aerei. Ma la storia non può essere cancellata dalle fiamme. Perché quei periodi bui devono essere raccontati, anche quando è difficile. Soltanto così i sommersi non saranno solo polvere portata dal vento. Un romanzo ispirato a una storia vera, che interroga il lettore su cosa voglia dire essere un «salvato», come spiegava Primo Levi. Un libro che racconta un aspetto poco noto della tragedia della Seconda guerra mondiale. In quel passato, ci sono le domande e le risposte che oggi, forse più che mai, non vanno dimenticate.

Nelle librerie e sugli store online dal 17 Settembre 2024 Garzanti


COSA NE PENSO

Il Vento è un impostore è un esordio significativo perché destinato a lasciare un segno indelebile nel lettore.
La penna di Sasha riesce ad emozionarci perché ci scuote interamente e internamente.
In conclusione, consiglio la lettura di questo libro non solo agli appassionati della storia del secondo conflitto mondiale, ma soprattutto a chi, non ha mai letto nulla al riguardo. 
E per finire desidero aggiungere una bellissima frase tratta dal brano, "La Storia" di Francesco De Gregorio che trovo perfetta per questo libro.

“La storia siamo noi, attenzione, nessuno si senta escluso” 


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14 gennaio 2025

RECENSIONE DEL LIBRO: JO&LAURIE DI MARGARET STOHL E MELISSA DE LA CRUZ

NOTE SULLE AUTRICI 

Margaret STOHL è un'autrice molto amata, soprattutto dai ragazzi. Ha scritto quindici romanzi e graphic novel. Ha contribuito a innumerevoli giochi e fumetti,tra cui Beautiful Creatures Widow e Forever Red duology.

Melissa de la Cruz è un autrice bestseller internazionale di molti libri acclamati dalla critica per lettori di tutte le età, famosa per la saga Streghe di East End e Sugar blu.


SINOSSI 

1869, Concord, Massachusetts. Dopo la pubblicazione del suo primo romanzo, Jo March è esterrefatta nel rendersi conto che la sua storia scritta tanto per guadagnare qualche soldo gode di una fama inaspettata e il suo editore e i suoi lettori chiedono a gran voce un seguito, ma non un seguito qualsiasi: il seguito giusto in cui tutte le piccole donne sono appagate, innamorate e felici. Per questo Jo è sotto pressione per scrivere il suo finale e Laurie la porta a New York per una settimana alla ricerca dell'ispirazione: musei, opere e persino una lettura pubblica di Charles Dickens in persona! Ma mentre Jo pensa a quello che sarà il destino dei suoi personaggi, Laurie ha in mente un finale ben preciso per sé e per la donna che ha scoperto di amare: una donna con un tale desiderio di indipendenza da non rendersi conto che la vera indipendenza viene da un cuore appagato.

In libreria e sugli store online dal 24 ottobre 2022 Vintage editore

COSA NE PENSO

D' un tratto, ci si chiede se Jo&Laurie, sia stato scritto dalla vera Louisa May Alcott, stesso stile e scrittura dell'autrice di “Piccole donne”.
Il romanzo si svolge attorno ai giorni liberi e semplici delle sorelle March, ma con un occhio attento verso quello che poteva essere il finale nel romanzo originale, si prosegue così sulle orme della Alcott, tra eventi, luoghi e personaggi che tutti noi abbiamo amato. E poi, new entry particolarmente convincenti che si sposano alla perfezione con i personaggi storici.
Questa volta, nell'immaginario di Margaret Stohl e Melissa De la Cruz, Jo prende il posto di
Louisa May Alcott ,infatti, è lei l'autrice di Piccole donne in questa nuova narrazione,Jo dovrà portare a compimento il sequel del romanzo sulle sue sorelle che l'ha resa famosa anche in Europa,un eccellente coup de théâtre.

«Donne indipendenti, tutte. Esempi di autodeterminazione, chiarezza morale e forza d'animo spirituale.»

In conclusione, anche questa volta, l' adorata Jo è  fuori dagli schemi,coraggiosa, anticonformista, solitaria sempre controvento.
Un libro rivoluzionario, delizioso. Ben fatto, sia il testo che le illustrazioni. Sono certa care amiche che amerete anche questo romanzo. Consigliatissimo.Buona lettura!

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18 novembre 2024

“... CHIACCHIERATA CON TRACY CHEVALIER ”


Cari lettori,

È un'onore, oltre che un piacere ospitare nel mio blog Tracy Chevalier
Nata a Washington nel 1962. Nel 1984 si è trasferita in Inghilterra, dove ha lavorato a lungo come editor. Il suo primo romanzo è La Vergine azzurra (Neri Pozza 2004, beat 2011, 2015). Con La ragazza con l’orecchino di perla (Neri Pozza 2000, 2013) ha ottenuto, nei numerosi paesi in cui il libro è apparso, un grandissimo successo di pubblico e di critica. Bestseller internazionali sono stati anche i suoi romanzi successivi: Quando cadono gli angeli (Neri Pozza 2002, beat 2012), La dama e l’unicorno (Neri Pozza 2003, beat 2014), L’innocenza (Neri Pozza 2007, 2015), Strane creature (Neri Pozza 2009, beat 2014), L’ultima fuggitiva (Neri Pozza 2013, 2014), I frutti del vento (Neri Pozza 2016) e La ricamatrice di Winchester (2020).La maestra del vetro (Neri Pozza 2024)

D. COM'È NATA LA TUA PASSIONE PER LA SCRITTURA?

R. Da quando ero bambina. Amavo i libri, leggevo tutto il tempo e pensavo: "Voglio farli!" Più tardi, da adolescente e da giovane adulta, ho perso la speranza di scriverli e ho pensato che volevo comunque fare parte del mondo dell' editoria piuttosto che scriverli. Ma non potevo smettere di scrivere racconti e alla fine ho rinunciato al lavoro e ho scritto un romanzo.

D. DA QUALE IDEA, SPUNTO, ESIGENZA O FONTE DI ISPIRAZIONE, NASCE QUESTO TUO NUOVO LIBRO “LA MAESTRA DEL VETRO”?

R. Un lettore italiano! Anni fa Giorgio Teruzzi venne da me dopo un evento a Milano e mi disse che avrei dovuto scrivere di perle di vetro veneziano, quelle che un tempo venivano realizzate dalle donne. Questo dettaglio mi rimase in mente e mi ha fatto pensare che fosse un punto di vista interessante per raccontare Venezia, una città che amo.

D. A QUALE PERSONAGGIO DEL LIBRO TI SENTI PIÙ VICINA? E PERCHÉ?

R Orsola Rosso, l'eroina creatrice di perle, seguita da Domenego, un gondoliere africano. Orsola perché la conosco benissimo, la seguiamo dall'infanzia fino alla vecchiaia, e la amo come una figlia. Domenego perché è così sorprendente che sia esistito a Venezia. Ho visto un dipinto di Vittore Carpaccio del XV secolo raffigurante un gondoliere africano, ho scoperto che sarebbe stato ridotto in schiavitù e ho pensato: "Devo scrivere di lui". Dato che non sappiamo nulla di quell'uomo in particolare, ho dovuto inventare la sua storia toccante. 

D. QUAL È LA COSA PIÙ SORPRENDENTE CHE HAI IMPARATO SCRIVENDO “LA MAESTRA DEL VETRO”?

R. Sono rimasta sorpresa da due cose: 
1) quanto è calda la fornace in un laboratorio di vetro – non so come i produttori riescano a starci così vicino!
2) quanto è difficile remare su una barca attraverso i canali veneziani – ci ho provato! 

D. QUAL È STATO IL CAPITOLO PIÙ DIFFICILE DEL ROMANZO?

R È stato impegnativo scrivere della peste del 1575 e di come colpì i veneziani e i muranesi, perché stavamo attraversando la pandemia del COVID-19 e potevo identificarmi con il dolore e la tragedia.

D. QUALI CONSIGLI DARESTI A CHI “ASPIRA” A DIVENTARE UNO SCRITTORE O UNA SCRITTRICE?

R Non scrivere di te stesso. Il mondo è un posto davvero interessante e limitare la tua prospettiva a te stesso limiterà la tua scrittura. As ogni modo  nella scrittura: non devi farlo deliberatamente. 
Risulterebbe un po' noioso per gli altri, sarebbe come raccontare i propri sogni: nessuno vuole ascoltarli! Inoltre, una volta che inizi una storia, un romanzo o una poesia, non fermarti ad aspettare altra ispirazione. Continua. Trattalo come un lavoro e lavora in modo coerente.

D. PROGETTI PER IL FUTURO?

R Dopo aver attraversato 500 anni di storia veneziana, mi sto ridimensionando un po’. 
Il mio prossimo libro sarà ambientato nel nord dell'Inghilterra del 1826 ed esplora un vero omicidio avvenuto e mai risolto. Non ho ancora capito se risolverlo!

Desidero ringraziare Tracy per aver risposto alle mie domande.


SINOSSI 

Murano, 1486. Davanti agli occhi di Orsola Rosso si spalanca uno spettacolo meraviglioso: globi incandescenti che roteano come in una danza, ripiani e ripiani di bicchieri, vasi, lampadari aggrovigliati come polpi tentacolari, e poi i colori, lunghe canne blu, bianche, rosse, e dappertutto schegge di vetro che scricchiolano sotto i piedi come brina variopinta. È la vetreria Barovier, dove Orsola, figlia di un artigiano rivale, si è intrufolata per spiare. Lì, nella fornace, Marietta Barovier, una delle rarissime maestre di quell’arte, sta lavorando a qualcosa che cambierà il mondo: una nuova perla. Alle donne non è concesso fare altro, con il vetro, e Orsola si innamora subito di quell’oggetto ricoperto di stelle candide destinato a adornare il collo delle donne d’Europa e arrivare fino in Africa.
Quando, poco dopo, il padre di Orsola muore in un incidente tanto doloroso quanto banale, saranno proprio la sua passione, la sua intraprendenza e il suo coraggio a tenere alto il nome dei Rosso. E tuttavia, anche se Orsola ha le mani e il cuore per lavorare il vetro, non potrà fare altro che le perle, dapprima di nascosto, al lume della cucina, e poi apertamente, ma sempre in lotta con la famiglia, le consuetudini, il pregiudizio. Nel corso dei secoli i Rosso vivranno straordinari trionfi creativi e perdite strazianti, ascese vertiginose e improvvise cadute, ma il tempo nella laguna si muove lentamente come il vetro fuso, e il dono di Orsola continuerà a brillare, all’apparenza delicato come le sue creazioni, in realtà indistruttibile.

Nelle librerie e sugli store online dal 17 settembre 2024 Neri Pozza


COSA NE PENSO 

“Se scagli abilmente un sasso piatto a pelo d'acqua,lo vedrai toccare molte volte la superficie, a intervalli più o meno lunghi”

Partendo da questa frase iniziale del libro si può cogliere il senso dell' intera storia di Orsola Rosso,la protagonista.
Quante vite possono attraversare un esistenza? Mi sono posta più volte questa domanda durante la lettura di questo libro. La vita di Orsola, è una continua sfida, tra drammi familiari e i pregiudizi del suo tempo sulla donna.
Una storia poetica, densa di emozioni e di riflessioni coinvolgenti.
Le descrizioni sono decisamente sempre ben dettagliate, a partire dai personaggi, per cui si riesce facilmente a immaginare benissimo ogni scenario.
In conclusione,un libro per chi cerca una storia avvincente, sullo sfondo di una Venezia volitiva e malinconica in tutte le epoche che l'hanno attraversata. Consigliato. Buona lettura!


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