25 febbraio 2026

ALLA SCOPERTA DI MARCO PEREZ E DEL SUO ROMANZO “IL POSTO DOVE DOVREI MORIRE”








Cari lettori,

oggi voglio parlarvi di un nuovo scrittore che ho avuto il piacere di intervistare: Marco Perez. È nato a Varese nel 1977 e il suo percorso di studi e di ricerca è molto interessante. Si è laureato in Storia presso la Università degli Studi di Milano e ha poi conseguito il dottorato di ricerca “Federico Chabod” alla Università di Bologna, con una tesi sul nazionalismo basco.

Nel corso degli anni si è occupato di identità nazionali e studi postcoloniali. A livello professionale ha insegnato nella scuola pubblica spagnola e dal 2024 dirige il Dipartimento di Italiano della Escuela Oficial de Idiomas di Segovia.

Nel 2026 è uscito il suo primo romanzo, Il posto dove dovrei morire, pubblicato da Transeuropa Edizioni. Attualmente vive a Madrid con le sue due figlie.

In questa intervista vi racconterò qualcosa di più su di lui, sul suo percorso e sulla nascita del suo primo romanzo.


D. CHI È MARCO?

R. Marco è un migrante e un dispatriato (per usare il termine caro a Luigi Meneghello). Sono nato a Varese e sono cresciuto tra i laghi e le Prealpi. Dopo la laurea ho abbandonato la provincia per trovare un impiego, prima in Italia e poi in Europa. Dall’Irlanda (dove ho conosciuto la mia compagna) sono sbarcato in Spagna, paese in cui risiedo e lavoro da quasi vent’anni, sebbene la mia idea di casa più che al territorio sia legata a concetti immateriali, come la lingua che insegno e la sua letteratura.  

Alla scrittura creativa sono giunto in un secondo tempo, dopo essermi dedicato all’attività giornalistica e alla ricerca storica. L’amore per la microstoria rimane del resto uno dei riferimenti del mio romanzo d’esordio. 

D. QUANTO TEMPO HAI IMPIEGATO PER SCRIVERE IL POSTO DOVE DOVREI MORIRE?

R. Il romanzo ha avuto una stesura discontinua, interrotta da ritmi lavorativi e concorsi da svolgere. I propositi sono diventati più seri a partire dalla morte di mio papà (i cui ricordi sono ampiamenti presenti nel testo). Il tempo per scrivere l’ho trovato grazie alla mia condizione di professore interino, che mi obbligava a passare lunghi periodi fuori casa e lontano dalla famiglia. Nel 2021 sono arrivato in una scuola di Miranda de Ebro, una cittadina che un tempo godette di migliore fortuna (per essere stata il principale nodo ferroviario tra Spagna e Francia), ma che oggi è decisamente decaduta, assomigliando a una specie di Busto Arsizio della penisola iberica. “Qui non c’è niente da fare”, mi disse il cliente di un bar nel giorno in cui arrivai a Miranda: “è una città di disgraziati…o diventi tifoso del Mirandés (la squadra locale di calcio, ndr) o ti ubriachi o vai a puttane. Al massimo potresti scrivere un libro”, aggiunse. Alla fine ho assecondato il proposito che mi sembrava più utile. 

Quando poi nel 2023 ho vinto il concorso della Escuela Oficial de Idiomas (qui lo chiamano oposición) e sono diventato di ruolo, mi sono potuto dedicare con minori soste e maggiore impegno al progetto di romanzo. Se il libro si centra in molte delle sue parti sul nomadismo dei personaggi, non fa che riflettere il processo di scrittura che ne ha dato origine. Tali interruzioni mi aiutavano comunque a non innamorarmi troppo delle mie parole. Il mio era sempre l’occhio di un lettore che disconosce il testo.

D. HAI DELLE ABITUDINI PARTICOLARI DURANTE LA SCRITTURA?

R. Le abitudini legate alla scrittura coincidono spesso con quelle dello scrittore-lettore, costretto ad avanzare riga su riga tra lezioni, autobus e metropolitane. La quotidianità mi si presenta in modo ostile, sebbene poi mi regali una lentezza che è sempre foriera di utili approfondimenti. Le pause non sono mai dei punti morti, sono dei lunghi ripensamenti sui paragrafi e sulle infinite possibilità della narrazione.

D. PARLACI DELLE INFLUENZE LETTERARIE CHE HAI AVUTO, DEGLI SCRITTORI CHE AMI?

R. Personalmente non amo molto gli scrittori abituati a parlare sempre e solo di sé stessi, con quell’eccesso di ego che a volte non gli permette di andare oltre il proprio ombelico. Amo invece le storie e la capacità di saperle raccontare, sia che vengano dai libri che da aneddoti raccontati in un negozio o al mercato. Da piccolo mi piaceva ascoltare i filò degli anziani, con fagiani astuti come aquile e lepri che si trasformavano in giaguari. Per queste stesse ragioni mi riconosco nella scrittura di Georges Perec e di Antonio Pennacchi, amanti delle disgressioni e del concatenarsi di storie parallele.

D. QUANTO CONTA PER TE, IL TEMA DELLE RADICI E DELL’IDENTITÀ?

R. Mi attraggono le figure degli esiliati e di tutti quelli che per ragioni politiche, economiche o semplicemente per spirito di avventura si allontanano dai luoghi dell’infanzia e della giovinezza. Non si tratta di un’identità nazionalista o etnica, quanto di una ricreazione immaginata dei propri anni d’oro, a cui si associa una vera e propria invenzione delle radici. Si ama profondamente la patria perduta perché ci si innamora della propria narrazione. Per un motivo analogo, come ci ricorda Mercedes Sosa nella bellissima Canción de las simples cosas, quando si parte per un lungo periodo bisognerebbe evitare di tornare a casa, perché la realtà del rientro è crudele e non si troverebbero più le persone e le piccole cose su cui abbiamo costruito la nostra memoria.

D. C’È QUALCOS’ALTRO CHE VORRESTI AGGIUNGERE…CHE VORRESTI DIRE AI TUOI LETTORI?

R. “Il posto dove dovrei morire” è un viaggio che attraversa due tempi, quello di chi racconta la storia (che si svolge nell’Ospedale di Circolo di Varese in un giorno di primavera del 2020) e quello della storia stessa, che spazia su tre continenti e comprende la prima parte del Novecento. La narrazione non è sempre affidabile, perché basata su ricordi remoti e perché soggetta ai deliri della malattia. Ci sono però delle cose che il lettore giudicherà come pura invenzione letteraria e che sono realmente accadute. Il testo ha infatti coinvolto la bibliografia esistente sul colonialismo italiano in Libia e i numerosi documenti di famiglia, soprattutto lettere, fogli di servizio e fotografie. 

D. PROGETTI PER IL FUTURO O SOGNI NEL CASSETTO?

R. Il romanzo è dedicato ai “pieds-noirs” italiani, agli esuli della Libia e dell’Africa orientale. La morte di mio padre ha reso prioritaria la sua pubblicazione, sebbene stessi già lavorando a un testo centrato sui paradossi del potere. Un progetto in cui credo molto e che ritorna su esperienze quali l’esilio e il dispatrio, che del resto hanno molto a che vedere con la mia biografia.


Ringrazio Marco per essere stato mio ospite. 




COSA NE PENSO

Il posto dove dovrei morire è un romanzo che intreccia memoria familiare e storia coloniale italiana, offrendo una riflessione intensa sull’identità e sull’appartenenza.

Attraverso il racconto delle proprie origini tra Sicilia, Egitto e Libia, l’autore ricostruisce un Novecento fatto di migrazioni, illusioni e sradicamenti. La narrazione alterna ironia e malinconia, evitando la retorica e mostrando le contraddizioni di un passato spesso rimosso.

Uno degli elementi più riusciti è la lingua: viva, contaminata, capace di restituire una identità plurale. Il romanzo non si limita a raccontare una saga familiare, ma interroga il lettore su una domanda universale: esiste davvero un luogo a cui apparteniamo?

Ho trovato il testo lucido e coraggioso. Mi ha colpito la capacità dell’autore di fondere memoria privata e storia collettiva senza appesantire la narrazione. Sotto l’ironia si avverte una profonda riflessione sul senso di casa, sulle radici e sulle fratture della Storia.

Se perdi una vocale o una consonante, le cose si complicano, perché vanno direttamente in fondo al mare e non le rivedi più.”

Tra i punti di forza del romanzo emergono l’equilibrio tra dimensione personale e contesto storico, una scrittura ironica ma consapevole, un linguaggio originale e stratificato e, soprattutto, l’attualità dei temi trattati: migrazione, appartenenza e memoria collettiva.

Il posto dove dovrei morire è una lettura consigliata a chi ama la narrativa che scava nelle radici e illumina zone meno raccontate della nostra storia.


Caterina Lucido

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